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Rassegna
di articoli riguardanti Pio XII
e la diplomazia Vaticana
Il caso Benedetto XVI e l'autorevole rivista esprimono posizioni diverse sulla figura del Pontefice e l'atteggiamento verso le leggi del 1938 Ratzinger difende Pio XII.
I dubbi dei gesuitiInnumerevoli le
testimonianze: Pio XII ordinò di aprire i conventi per proteggere gli ebrei
(Venerdì, 20 aprile 2007 ZENIT.org)
Ha suscitato molto clamore la dichiarazione rilasciata martedì dal Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, secondo cui il Pontefice Pio XII, il 25 ottobre 1943, firmò una circolare in cui chiedeva a tutti gli istituti religiosi di aprire le porte per accogliere gli ebrei perseguitati. Questo documento smentisce in maniera definitiva la teoria di alcuni commentatori critici, i quali sostengono che i Vescovi, le religiose, i religiosi e i tantissimi cattolici che a rischio della propria vita salvarono gli ebrei dallo sterminio, lo fecero senza che l'allora Pontefice ne fosse minimamente a conoscenza. In realtà, ancor prima di questa rivelazione, sono emerse innumerevoli prove di come l’intera opera di assistenza orchestrata dalla Chiesa cattolica nel tentativo di porre in salvo gli ebrei perseguitati fu decisa e ordinata dal Papa Pio XII in persona. Il canonico di Assisi, monsignor Aldo Brunacci, ha raccontato e scritto in interviste e libri che “il terzo giovedì del settembre 1943, dopo la consueta riunione mensile del clero che aveva luogo nel Seminario Diocesano, il Vescovo mi chiamò in disparte nel vano antistante la cappella e mostrandomi una lettera della Segreteria di Stato mi disse: ‘Dobbiamo organizzarci per prestare aiuto ai perseguitati e soprattutto agli ebrei, questo è il volere del Santo Padre Pio XII. Il tutto va fatto con la massima riservatezza e prudenza. Nessuno, neppure tra i sacerdoti deve sapere la cosa”. Brunacci, che insieme al Vescovo di Assisi, monsignor Giuseppe Placido Nicolini, è stato riconosciuto come “Giusto tra le Nazioni” dallo Yad Vashem, ha sostenuto di aver visto la lettera inviata dalla Segreteria di Stato vaticana. A conferma di ciò vi è anche la testimonianza che il professor Emilio Viterbi, docente dell’Università di Padova, un rifugiato ebreo ad Assisi, rilasciò il 6 gennaio del 1947, in occasione del settantesimo compleanno di monsignor Nicolini. “Degli innumerevoli episodi che si potrebbero citare per illuminare sull’indefessa e santamente umanitaria azione che il Clero di Assisi ha compiuto a favore degli ebrei perseguitati sotto l’alta guida del suo Vescovo mons. Placido Nicolini che col più grande amore ed altissimo zelo ha così seguita la filantropica volontà del Santo Padre”, disse in quell'occasione. Il professor Viterbi raccontò che: “Durante l’ultimo periodo dell’occupazione tedesca il suo Vescovado era diventato asilo di un’infinità di profughi e perseguitati, ciò nonostante quando mi recai da lui per chiedergli se, in estreme eventualità, avesse potuto ospitarmi assieme alla mia famiglia, egli con la sua grande semplicità e col suo sorriso bonario mi rispose: ‘Non ho di libere che la mia stanza da letto e lo studio, ma posso benissimo arrangiarmi a dormire in quest’ultimo. La stanza da letto è a vostra disposizione'”. Una storia simile la raccontò anche suor Ferdinanda dell’Istituto delle Suore di San Giuseppe di Chambéry, a Roma. La religiosa rivelò che “fu il Pontefice Pio XII che ci ordinò di aprire le porte a tutti i perseguitati. Se non ci fosse stato l’ordine del Papa sarebbe stato impossibile mettere in salvo tanta gente”. Il 17 marzo 1998 suor Ferdinanda ricevette dall’Ambasciata israeliana a Roma la medaglia di “Giusto tra le Nazioni” per aver contribuito alla salvezza di tanti ebrei durante l’occupazione nazista di Roma. In quell’occasione per confermare le intenzioni di Pio XII, suor Ferdinanda mostrò una lettera del Cardinale Segretario di Stato Luigi Maglione inviata alla reverenda Madre Superiora il 17 gennaio 1944, in piena occupazione nazista. Nella lettera il Segretario di Stato, a nome del Pontefice Pio XII e in riferimento ai tanti ebrei nascosti nell’Istituto, scrisse: “La Santità Sua paternamente grata, implora perciò su cotesti così diletti figli le ineffabili ricompense della divina Misericordia, affinché, abbreviati i giorni di tanto dolore, conceda ad essi il Signore un sereno, tranquillo e prospero avvenire”. “Intanto, in segno di particolare benevolenza, la Santità Sua, riconoscente verso codeste dilette Suore di San Giuseppe di Chambéry per l’opera di misericordia che esercitano con tanto cristiana comprensione, invia ad esse e ai cari rifugiati la confortatrice Benedizione Apostolica”, continuava la missiva. Di come la Segreteria di Stato vaticana fosse in diretto contato con i conventi che nascondevano gli ebrei, ha raccontato suor Maria Piromalli, dell’Istituto Pio X che si trova a Roma, in Piazza S. Pancrazio 44. Nell’Istituto, fondato da don Guanella e gestito dalle Figlie di Santa Maria della Provvidenza, furono nascosti 44 ebrei tra uomini e donne.
Suor Maria Piromalli ricordò che Pio XII “ha lanciato un appello a tutti gli istituti religiosi di Roma per soccorrere gli ebrei” e aggiunse che ad avvertire il suo Istituto fu don Emilio Rossi.
Nell’opera dell’Archivio Segreto Vaticano, pubblicata nel 2004 con il titolo “Inter Arma Caritas. L’Ufficio Informazioni Vaticano istituito da Pio XII (1939-1947)”, risulta che don Emilio Rossi fosse il Segretario dell'Ufficio Informazioni per i prigionieri di guerra, della Segreteria di Stato, ovvero l'ufficio che si occupava dell’assistenza agli ebrei.
[Moltissime testimonianze dell’opera di assistenza agli ebrei si trovano nel libro di Antonio Gaspari pubblicato da Editorial Planeta in Spagna nel 1999 con il titolo “Los Judíos, Pío XII y la Leyenda Negra”, e distribuito in Italia dalla Editrice Ancora, lo stesso anno, con il titolo “Nascosti in convento”]
Lo Yad Vashem
assicura che la didascalia su Pio XII verrà cambiata
Rientra la protesta
del Nunzio apostolico in Israele
(15 aprile 2007 ZENIT.org)
Con una dichiarazione rilasciata giovedì 12 aprile al Servizio Informazioni Religiose (SIR), agenzia stampa della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), monsignor Antonio Franco, Nunzio Apostolico in Israele, aveva annunciato la sua “dolorosa rinuncia” alle annuali celebrazioni della Giornata della memoria che si svolgeranno al museo dello Yad Vashem a Gerusalemme. La causa di questa assenza era dovuta al fatto che nella settima sala dello Yad Vashem, c’è un pannello in cui a fianco della foto del Pontefice Pio XII è inserita una didascalia che indica Papa Pacelli come responsabile del “silenzio” e “dell’assenza di linee guida” per denunciare la Shoah. Monsignor Franco ha scritto una lettera al direttorato dello Yad Vashem nella quale affermava: “Mi fa male andare allo Yad Vashem e vedere Pio XII così presentato [...] Forse si potrebbe togliere la foto o cambiare la didascalia. Ma certamente il Papa non può essere messo in mezzo a uomini che dovrebbero vergognarsi per quanto compiuto contro gli ebrei. Pio XII non dovrebbe vergognarsi per tutto quello che ha fatto per la salvezza degli ebrei, messo in risalto da fonti storiche”. La foto di Pio XII è stata esposta per la prima volta con l’apertura del nuovo museo Yad Vashem nel 2005 e già allora il precedente Nunzio, monsignor Pietro Sambi, aveva chiesto che fosse modificata la didascalia. Le dichiarazioni del Nunzio hanno suscitato una vasta eco sulla stampa a livello internazionale. Tuttavia, domenica 15 aprile, monsignor Antonio Franco ha dichiarato all’ANSA di essere ritornato sulla decisione dopo aver ricevuto una lettera del Presidente dello Yad Vashem, Avner Shalev, con la promessa “di riconsiderare il modo in cui Papa Pio XII è presentato”. “Poiché la mia azione non era intesa a dissociarmi dalle celebrazioni ma a richiamare l'attenzione sul modo in cui il Papa è presentato, il mio scopo è stato raggiunto”, ha rilevato il Nunzio in Israele, ed ha aggiunto “non ho motivi per tenere aperta questa tensione” e perciò “parteciperò alla cerimonia”. Intervistato da ZENIT padre Peter Gumpel, relatore nella causa di beatificazione di Pio XII e considerato tra coloro che conoscono più a fondo la storia delle relazioni tra la Santa Sede e la Germania negli anni 1930-1950, ha affermato: “Bisogna considerare che Pio XII conta su milioni di persone che lo stimano e lo venerano, anche tra gli ebrei, e che considerano offensivo e contrario ai fatti storici quanto scritto e riportato nella didascalia in questione”. “Inoltre – ha precisato il sacerdote gesuita – , allo Yad Vashem la grande maggioranza dei Giusti è di religione cattolica. C’è una vastissima rappresentanza di sacerdoti, religiose e religiosi, molti dei quali hanno perso la vita per salvare gli ebrei”. “Ed è quantomai evidente e dimostrato dalle stesse fonti ebraiche – ha sottolineato padre Gumpel – che è stato proprio l’allora Cardinale Eugenio Pacelli e poi Pontefice Pio XII a mettere in piedi e gestire una rete di assistenza per proteggere e salvare gli ebrei perseguitati. La bibliografia pubblicata a tal proposito è vastissima”. Secondo Padre Gumpel, che conosce bene, per storia personale e per decenni di studio, le vicende di quegli anni, “quanto riportato nella didascalia non corrisponde a verità”. I critici di Pio XII affermano che i sostenitori del Pontefice sono apologeti e non storici. Di fronte a questa accusa padre Gumpel, ha risposto: “Ci sono tanti noti e famosi storici, molti dei quali ebrei, che hanno dimostrato la bontà di quanto fatto da Pio XII. Tra questi citerei sir Marin Gilbert, Michael Burleigh, David Dalin, che non mi sembrano affatto degli apologeti”. “E che dire di Golda Meir, di Albert Einstein, di Israel Zolli, di tutti i dirigenti delle maggiori associazioni ebraiche mondiali che hanno ringraziato Pio XII alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Sono tutti apologeti?”, ha continuato. “Per non parlare dei Direttori dei giornali ebraici pubblicati durante la Seconda Guerra Mondiale in gran parte del mondo. Anche loro indicarono il Pontefice Pio XII come la luce che si opponeva al nazismo. Anche loro sono apologeti?”, si è domandato ancora. In merito alle accuse contro Pio XII, il padre gesuita ha rilevato che “si tratta sempre degli stessi argomenti, i quali vengono ripetuti senza aggiungere un solo fatto storico a sostegno. I critici di Pio XII si citano reciprocamente, ed evitano sistematicamente tutta la parte storica di fonte ebraica in sostegno di Papa Pacelli”. Per quanto riguarda il presunto silenzio di Pio XII di fronte alla razzia nazista avvenuta nel ghetto di Roma il 16 ottobre 1943, padre Gumpel ha detto a ZENIT che “è ormai evidente anche ai più scettici, che il Papa era giunto a conclusione che ogni denuncia pubblica avrebbe portato più sofferenze e più morti, per questo decise di salvare quanti più ebrei possibile con l’opera segreta di apertura dei conventi e assistenza ai perseguitati”. “Comunque – ha continuato il padre gesuita – come ha raccontato anche Michael Tagliacozzo, il Pontefice e la Santa Sede, furono i soli a provare di fermare i nazisti e a tentare di salvare quanti più ebrei possibile”. Gumpel ha ricordato che Enzo Forcella, che partecipò attivamente alla Resistenza, nel libro “La Resistenza in convento” (Einaudi 1999) racconta che il 16 ottobre del 1943 i dirigenti dei gruppi antifascisti del Comitato di Liberazione nazionale (Cln) si riunirono a Roma, ma “a nessuno venne in mente di formulare una protesta a nome delle forze antifasciste” e neanche “la stampa clandestina si dimostrò più sensibile”. Per quanto riguarda poi le accuse secondo cui la Santa Sede avrebbe nascosto e fatto fuggire criminali nazisti, padre Gumpel è stato perentorio: “E’ ben noto, e i documenti parlano chiaro in proposito, Pacelli era considerato dai nazisti il nemico numero uno. Tanto è che lo stesso Pontefice Pio XII fornì documenti importati al processo di Norimberga dove i criminali nazisti vennero processati”.
La Santa Sede contesta una didascalia del museo dell'Olocausto
Shoah: Vaticano non sarà a giorno ricordo
Il nunzio apostolico a Gerusalemme non parteciperà al «Giorno della
Rimembranza» in segno di protesta su un giudizio su Pio XII
(da Il Corriere della Sera del 13 aprile 2007)
GERUSALEMME (ISRAELE) - Attrito diplomatico tra Israele e Vaticano. Il nunzio apostolico a Gerusalemme, monsignor Antonio Franco, non parteciperà alle cerimonie del «Giorno della Rimembranza» per i martiri e gli eroi dell’Olocausto, che si terranno presso lo Yad Vashem il 15 aprile, in segno di protesta per la presenza di un foto di Pio XII nel museo, con la didascalia che riferisce del comportamento "ambiguo" del Pontefice di fronte allo sterminio degli ebrei. Lo riporta l’edizione online del quotidiano Yediot Ahronoth (Ynet).
Vaticano è stata esposta nel museo dell’Olocausto di Gerusalemme nel 2005. All’inizio del 2006 il precedente nunzio aveva richiesto una modifica della didascalia, e i responsabili dello Yad Vashem avevano risposto prontamente che sarebbero stati disposti ad esaminare la condotta di Pio XII durante l’Olocausto se il Vaticano avesse messo a disposizione dei ricercatori del museo i suoi archivi. Ciò non è avvenuto e la didascalia non è stata cambiata.
PROBABILE ASSENZA - Alle cerimonie per la Giornata del ricordo partecipano tutti gli ambasciatori accreditati presso lo Stato di Israele. «Se il nunzio apostolico non sarà presente la sua assenza spiccherà», ha commentato un funzionario del ministero degli Esteri israeliano. Funzionari coinvolti nella vicenda hanno detto allo Ynet: «Questa è una questione molto sensibile, che deve essere esaminata a fondo. Per noi è importante che tutti i rappresentanti diplomatici siano presenti alla cerimonia. Inoltre, Israele desidera avere buone relazioni con il Vaticano». Tuttavia, hanno proseguito i funzionari, «la storia non si può cambiare, e certe personalità non riuscirono ad aiutare gli ebrei durante l’Olocausto, questa è la realtà. Ci sono nazioni che hanno assunto le proprie responsabilità durante l’Olocausto, e altre che non l’hanno fatto. Il Vaticano non ha partecipato attivamente allo sterminio degli ebrei, ma rimangono degli interrogativi sulla condotta del Papa».
RISPOSTA UFFICIALE - Intanto lo Yad Vashem, in una risposta ufficiale, ha fatto sapere di essere «scioccato e deluso dal fatto che il rappresentante del Vaticano in Israele abbia scelto di non rispettare la memoria dell’Olocausto, e di non partecipare alla cerimonia ufficiale con cui lo Stato di Israele e il popolo ebraico ricordano le vittime. Ciò contraddice la dichiarazione del Papa espressa durante la visita allo Yad Vashem, sull’importanza di ricordare l’Olocausto e le sue vittime».
Nelle carte del Führer i gerarchi scrivevano: "È nostro
nemico"
I dossier segreti di Hitler che riabilitano Pio XII. Civiltà Cattolica:
"Carte inedite, finisce un´ignominia". In Vaticano spie e informatori
sia dei nazisti che dei comunisti
(Di Marco Ansaldo, da La Repubblica del 29 marzo 2007)
«Il Papa, come tutti i nostri informatori riportano in modo concorde, ha un atteggiamento di grande simpatia nei confronti del popolo tedesco. Ciò che non si può dire invece del regime». «Pio XII aiuta la Polonia invasa». «Pacelli nasconde gli ebrei in fuga». «Il Pontefice si attende un cambiamento della situazione in Germania, al più tardi dopo la morte del Fuehrer». Papa Pio XII non era dunque nella lista degli amici di Hitler. Le alte sfere del nazismo lo guardavano con diffidenza e perfino con preoccupazione. Questo pensavano e scrivevano i gerarchi del Terzo Reich, fino al più alto grado, nei rapporti segreti, nelle missive dei generali delle SS, nei telegrammi e nei dispacci inviati a Berlino dalle legazioni tedesche presso la Santa Sede («l´ambasciata nera», secondo la terminologia dell´epoca nazista) e il Quirinale («l´ambasciata bianca»). Documenti finiti negli uffici di Erich Mielke e Markus Wolf, i capi della Stasi, il servizio segreto della ex Germania Est, pronti a essere usati in possibili operazioni contro il Vaticano. Pagine rimaste tuttavia sepolte negli archivi per decenni. Un vero e proprio dossier su Pio XII, di cui ora Repubblica è entrata in possesso. Il materiale dimostra come in fondo, sia le camicie brune, i nazisti, sia i "rossi" della Germania comunista avessero come obiettivo quello di ottenere il massimo delle informazioni dentro la Santa Sede, considerata da entrambi un governo tutt´altro che amico. Leggendo le carte della dirigenza nazista, le stanze vaticane pullulavano di spie con la tonaca. «Il religioso tedesco Dr. Birkner - è scritto nel rapporto di un agente da Roma - impiegato presso gli archivi vaticani, si è rivelato la più valida fonte di informazioni. Padre Leiber (Robert Leiber, segretario privato di Pio XII, ndr.) si è espresso nei confronti dell´informatore dicendo che la maggiore speranza della Chiesa è che il sistema nazionalsocialista nel prossimo futuro venga annientato da una guerra». Ed è per l´appunto la diplomazia vaticana di Pio XII contro Hitler, sottile, non espressa ad alta voce, e perciò attentamente controllata dai nazisti, a preoccupare i gerarchi. I quali avevano impiantato una rete capillare capace di sapere, da una lettera intercettata del segretario di Stato cardinale Luigi Maglione che, sotto Città del Vaticano durante la guerra in previsione di un attacco, «il Papa si è fatto costruire un rifugio antiaereo a cui può accedere in ascensore». Ma soprattutto inquieta il regime l´azione di Eugenio Pacelli a favore della Polonia occupata, come si evince da più dispacci. Il rapporto del capo della polizia di Berlino lancia un grido di allarme al ministro degli Esteri, Joachim von Ribbentrop. «In via riservata - si legge nel documento - è stato possibile ottenere le missive di Pio XII e del segretario di Stato cardinale Maglione all´arcivescovo di Cracovia Adam Sapicka. Dalle due lettere, che allego in copia, emerge chiaramente l´atteggiamento filo-polacco del Papa e del suo segretario di Stato: «La Santa Sede non si è limitata ad aiutare i polacchi profughi nei vari paesi, ma anche quelli rimasti in patria». Protezione che il Terzo Reich imputa a Pacelli pure nei confronti degli ebrei. «Il Vaticano - si legge in un altro appunto dattiloscritto - appoggia in tutti i modi emigranti ebrei battezzati nel loro tentativo di andare all´estero. Il Vaticano sostiene queste persone anche finanziariamente». Dalla lettura di questi documenti la figura di Pio XII sembra dunque uscire in maniera nettamente diversa rispetto a quella tramandata. L´immagine qui è quella di un pontefice per nulla accondiscendente, anzi di un avversario abile e temuto, tutto il contrario del ritratto di un Pacelli timoroso e indeciso arrivato fino a oggi. Come è possibile? «Già nell´ultimo anno di guerra, il 1945 - spiega padre Giovanni Sale, storico della rivista Civiltà cattolica, autore del volume «Hitler, la Santa Sede e gli ebrei», e studioso tra i più autorevoli delle tematiche legate a Chiesa e nazismo - era cominciata una campagna anti-pacelliana. In un recente articolo ho portato a riprova alcune registrazioni effettuate da Radio Mosca e i pezzi giornalistici scritti dalla Pravda tesi a influenzare l´opinione pubblica e a creare la cosiddetta «leggenda nera» su Pio XII. Fino alla pubblicazione del libro «I papi contro gli ebrei» di David Kertzer tutta una generazione è rimasta influenzata dalla propaganda. Solo negli ultimi tempi i documenti usciti sia dal Foreign Office britannico sia dalla Cia stanno formulando critiche più moderate, abbattendo l´ignominia del giudizio contenuto anche in un altro testo, «Il Papa di Hitler» (di John Cornwell, fratello di John Le Carrè, ndr). Le novità contenute in queste carte inedite emerse in Germania trovano riscontro nella documentazione presente nell´Archivio vaticano. Lo scrivo da dieci anni: la Chiesa combattè il nazismo in tutti i modi». «Pio XII in realtà non era un amico, bensì uno strenuo avversario di Hitler - afferma Werner Kaltefleiter, già vaticanista della rete tv Zdf e profondo conoscitore della Curia, autore lo scorso anno (con Hanspeter Oschwald) del libro «Spione im Vatikan», e che di recente ha pubblicato su www.kath.de un rigoroso studio sui carteggi riguardanti Pacelli - questo Papa non collaborava affatto con i nazisti, come alcune parti interessate hanno voluto far circolare dopo la guerra. No. Egli era invece il nemico numero uno del Fuehrer». Il prossimo anno decorrerà il cinquantesimo anniversario della morte di Pacelli. E il processo di beatificazione, giudicato in modo diverso da fautori e detrattori, è ormai nella fase decisiva. Rivelazioni recenti sembrano aggiustare il tiro della critica sulla complessa figura di Pio XII. Alla fine dello scorso gennaio l´ex generale dei servizi segreti rumeni Ion Mihai Pacepa ha ammesso sulla rivista newyorchese National Review di aver manipolato per anni, su ordine del Kgb, l´immagine di Pacelli presso l´opinione pubblica internazionale. La campagna di disinformazione, nome in codice «Posizione 12», era stata approvata da Nikita Krusciov con l´intento di screditare moralmente il Papa, facendolo apparire come un gelido simpatizzante dei nazisti e un silenzioso testimone dell´Olocausto. L´apice dell´azione di propaganda sarebbe stata, secondo Pacepa, la rappresentazione nel 1963 della celebre opera teatrale «Il Vicario», scritta dal drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth, che demolì la figura di Pacelli, e da cui il regista Costa-Gavras avrebbe tratto nel 2002 il suo film «Amen». Il testo si sarebbe però basato su documenti contraffatti dai sovietici, procurati da religiosi rumeni che avevano accesso all´Archivio segreto vaticano. Hochhuth ha respinto le accuse con sdegno, definendole calunnie. Ma ora la partita su Pio XII si riapre.
"Pio
XII, le urla del silenzio"
(di Renato Rizzo da La Stampa, 06/12/2005)
Per la pubblicistica più radicale è stato, addirittura, «il Papa di Hitler», colui che chiuse più o meno volontariamente gli occhi di fronte al regime del macellaio della storia; per altri, il «Principe di Dio», un monarca che volle tenersi al di fuori e al di sopra dei conflitti; per altri ancora, un «padre» che scelse l’«imparzialità» nei confronti dei «figli» in lotta con la segreta speranza che il suo silenzio l’aiutasse a diventare mediatore di pace. Ma com’è assordante questo tacere. Come grida, ancora oggi, il mutismo di Pio XII - il pontefice che molti vorrebbero santo - davanti alle leggi razziali antiebraiche e, più tardi, alla persecuzione e all’Olocausto. Giovanni Miccoli, storico della Chiesa, professore emerito dell’Università di Trieste, coordina, con Gian Enrico Rusconi, il convegno che si apre oggi a Trento. È fra coloro che maggiormente hanno indagato gli angoli bui di quest’Amleto del Vaticano che assistette al più agghiacciante sterminio di massa senza mai sconfessarlo e condannarlo in modo diretto e aperto. Nel 1942, Papa da tre anni, diffuse via radio il famoso messaggio sulle violenze della guerra nel quale parlava di perseguitati per motivi di stirpe, ma senza mai nominare né gli ebrei né il nazismo. Il silenzio sugli innocenti. Lei ha scritto un libro, «I dilemmi e i silenzi di Pio XII. Vaticano, seconda guerra mondiale e Shoah»: è possibile sostenere che Oltre Tevere non si conoscesse pienamente la portata di quest’impazzimento della storia? «No. La Chiesa era del tutto informata su quanto accadeva a opera di Hitler sin dall’ottobre del 1941, quando incominciarono le deportazioni. E conosceva alla perfezione, dalla metà dell’anno successivo, la realtà dello sterminio ormai in corso: quella “soluzione finale” che non viene mai citata nei documenti interni vaticani o negli interventi pubblici del pontefice». Chi erano questi «informatori» che ragguagliavano Roma? «Sostanzialmente i nunzi apostolici e la stessa gerarchia ecclesiastica: mi riferisco ai preti, ad esempio, o ai cappellani militari italiani al seguito dell’Armir. Ma non solo: c’è una dichiarazione del 16 ottobre 1943 fatta da monsignor Montini, futuro papa Paolo VI, che, a proposito delle razzie nel ghetto di Roma, riporta la confidenza d’un ufficiale tedesco: “Questi ebrei non vedranno mai più la loro casa”. E nell’episcopato germanico si parla di rastrellamenti come di “scene che ricordano i mercanti di schiavi del Sei-Settecento”». Quindi non informazioni diffuse dagli alleati che potevano essere considerate propagandistiche o di parte, ma allarmi lanciati dal cuore della Chiesa? «Infatti. E così, mentre - altro esempio - il vescovo di Friburgo Groeber, nel giugno del ‘42, scrive: “Nel programma del regime è previsto l’annientamento dell’ebraismo non solo come visione del mondo, ma anche nei suoi appartenenti”, la tendenza del Vaticano è catalogare tutti questi avvenimenti sotto la generica voce di “spaventose sciagure della guerra”». A proposito di Chiesa tedesca: il suo atteggiamento verso il potere politico appare contraddittorio ma, almeno nei vertici, mostra aspetti di forte acquiescenza. «Da un lato, come da tradizione, assistiamo a un costante invito ai fedeli perché facciano il proprio dovere in difesa della patria ottemperando, in tal modo, al volere di Dio. Ma “acquiescenza” proprio, non direi. Non dimentichiamo che, sin dagli Anni Trenta, s’erano sollevate proteste per misure anticristiane, arresto di sacerdoti, chiusura di conventi: la “questione ebraica” non entra, però, nel contenzioso. È questo il quadro storico nel quale si muove Eugenio Pacelli prima come segretario di Stato, poi come pontefice per difendere le prerogative e le strutture ecclesiastiche». Quanto pesa l’inimicizia verso il popolo «deicida» connaturata per lungo tempo alla tradizione cristiana? Hitler osava sostenere di fare, verso i «giudei», ciò che la Chiesa aveva proposto per oltre 1500 anni. «Le discriminazioni del nazismo e del fascismo s’intrecciano spesso con questa tradizione di idee e di uomini che, pur dichiarandosi sul piano generale contrari al razzismo, hanno sempre considerato ingiusta l’emancipazione degli ebrei. Le scelte di Hitler e di Mussolini cadono in questa atmosfera, in questo clima, e si trasformano in un forte condizionamento che rende difficile l’opposizione aperta della Santa Sede. C’è un episodio emblematico. Siamo nell’agosto del ‘43. Caduto Mussolini, le comunità ebraiche chiedono al governo Badoglio l’abrogazione delle leggi razziali e il plenipotenziario della segreteria di Stato, Tacchi Venturi, parlando con il ministro dell’Interno, afferma che, tra queste norme, ce ne sono alcune “meritevoli di conferma”». Nella Santa Sede c’era la preoccupazione per un’invasione comunista dell’Europa. Insomma, che «i cosacchi abbeverassero i loro cavalli in piazza San Pietro». Era la Germania, per la Chiesa, l’ultimo bastione? «La paura per “i bolscevichi” è un fatto reale, antecedente persino allo scoppio della guerra: risale all’agosto del ‘39 con la sigla del patto Ribbentrop-Molotov. Allora il Vaticano denunciò l’eventualità che i “nemici della società cristiana” potessero approfittarne e sostenne, implicitamente, l’urgenza di stendere, nuovamente, attorno all’Unione Sovietica un cordone sanitario. Durante l’invasione tedesca, quando si profilava la possibilità d’una vittoria di Mosca, la diplomazia di Pio XII presentò memoriali nei quali venivano esposti i pericoli e le minacce rappresentati dall’Urss. Quanto, poi, allo Stato tedesco visto come estremo difensore dell’Europa, bisogna specificare: la Germania nazista in quel momento non è più considerata dalla Santa Sede un baluardo; quella liberata dal nazismo, sì. E, così, nel momento in cui Hitler muove il suo esercito contro l’Armata Rossa, un importante esponente della gerarchia romana prega: “Speriamo che un diavolo serva a scacciare l’altro”».
(di Massimo Giuliani da Il Giornale di Brescia del 12/10/2005)
Da ormai qualche anno negli Stati Uniti il nome di Pio XII, quando associato agli eventi della Shoà, sembra dividere gli storici sia cristiani che ebrei. Ma non nel senso che gli storici cristiani (o almeno quelli cattolici) lo difenderebbero, mentre gli storici ebrei lo accuserebbero. Per avere una conferma di quanto variegato sia il panorama di chi accusa e di chi difende papa Pacelli, le sue parole e i suoi silenzi, le sue azioni e le sue omissioni, basta leggere l’ultimo libro del rabbino americano David G. Dalin, dal titolo The Myth of Hitler’s Pope (Regnery Publishing, pp. 192), ovvero Il mito del Papa di Hitler, nel quale Pio XII è descritto, con un’espressione talmudica molto gratificante, come un «Giusto delle Nazioni», che avrebbe lavorato per salvare migliaia di vite ebraiche sottraendole alle grinfie dei nazisti; un Papa che non mancò mai di criticare e deplorare il regime di Hitler e che, già prima di diventare pontefice, era un vero amico degli ebrei; un Papa che Hitler avrebbe voluto rapire e deportare in Germania, e che oggi va difeso dalle calunnie di chi «usa l’Olocausto degli ebrei» per calunniare e infangare il nome non solo di un grande Papa, ma anche del Papato in quanto istituzione. Per il tono con cui è scritto e il taglio degli argomenti, più che un volume di storia si tratta di un efficace pamphlet in difesa di Pio XII, il cui titolo fa il verso, capovolgendone il senso, al volume di John Cornwell The Hitler’s Pope (Il Papa di Hitler), nel quale si accusava Pacelli di più o meno velato antigiudaismo e di un silenzio verso la tragedia ebraica che suona come complicità col regime nazista. Un rabbino, dunque, difende Pio XII dagli attacchi di un cristiano che vorrebbe stare dalla parte degli ebrei… ma che, secondo Dalin, fa un uso strumentale della Shoà appunto per attaccare, ecco il vero obiettivo, il Papato stesso e soprattutto quel Papa che per oltre un quarto di secolo l’ha reso visibile nel mondo: Giovanni Paolo II. Infatti, sempre secondo Dalin, gli attacchi di Cornwell non sono diversi dagli attacchi di Garry Wills e James Carroll, ex seminaristi o ex preti che vorrebbero una Chiesa più liberale e più democratica, meno dogmatica e meno moralista, e che se la prendono con Pio XII per picconare in realtà i papi di oggi e promuovere la loro «agenda progressista». Con un’agenda analoga, sebbene con sfumature diverse tra loro, anche alcuni storici ebrei sono scesi in campo contro Pio XII con libri che ignorerebbero alcuni fatti onde dimostrare le tesi (anti-cattoliche) per cui sono stati scritti: Daniel Jonah Goldhagen, soprattutto, ma anche in certa misura Susan Zuccotti e David Kertzer. Per rafforzare la sua polemica contro gli storici-polemisti, Dalin chiama in causa il gran mufti di Gerusalemme degli anni Venti e Trenta, Hajj Amin al-Husseini, indicandolo come il vero alleato di Hitler nella «soluzione finale della questione ebraica» e il vero ispiratore dell’odio antisemita del fondamentalismo islamico odierno, tra le cui fila va annoverato con posto d’onore il defunto leader palestinese Yassir Arafat. Fatti, date e documenti alla mano, Dalin ricostruisce il paradosso e le contraddizioni di una storiografia costruita su un mito, quello di papa Pacelli alleato di Hitler, ma che ignora e tace l’odio antiebraico dell’Islam radicale di ieri e di oggi. Fin qui il pamphlet, che non omette neppure alcuni cenni al dibattito "italiano" sollevato sul Corriere della sera nel gennaio scorso circa la restituzione alle famiglie dei bambini ebrei salvati (e battezzati) da istituzioni cattoliche durante la Shoà. Dalin insiste sul fatto che questa campagna contro papa Pacelli per il suo "silenzio" o mancata difesa degli ebrei romani, quando il 16 ottobre 1943 i nazisti rastrellarono il ghetto e ne deportarono oltre mille, è il risultato di polemiche recenti che intenzionalmente tacciono sulle reazioni positive, gli encomi e i ringraziamenti che molte personalità ebraiche, in Italia e all’estero, espressero subito dopo la guerra nei confronti di papa Pio XII. Si tratterebbe di una campagna frutto più di una preoccupazione verso il presente che di una ricerca accurata sul passato. Ciò non si può negare: gli storici non sono degli alieni ideologicamente neutri; si muovono piuttosto in una data società e in una cultura specifica con istanze e domande dettate dal presente, e con tali precomprensioni, come ha insegnato Gadamer, interrogano fonti e testimonianze, e ricostruiscono, sulla base dei fatti, la loro interpretazione. Ma ciò che vale per i "detrattori" vale anche per gli "entusiasti" di Pio XII, gruppo a cui Dalin appartiene: da fiero conservatore e nemico dichiarato della stampa di "sinistra", diremmo noi in Italia, il rabbino americano (che scrive su riviste di "destra" sia ebraiche come The Weekly Standard e Commentary, sia cattoliche come First Things) difende tutto ciò che è tradizione, identità religiosa forte, certezza dottrinale. Il suo testo su Pio XII è, appunto, un’apologia più che una pacata e articolata valutazione storica di un pontificato complesso durante uno dei momenti più difficili della politica e della storia contemporanea. L’intuizione vera - il senso paradossale delle accuse di antigiudaismo a Pio XII dopo che la Chiesa cattolica ha operato un profondo "revisionismo" della sua dottrina e prassi proprio su questo punto (a partire dalla Dichiarazione Nostra Aetate esattamente 40 anni fa) e l’uso strumentale della Shoà - presente nel volume di Dalin non può tuttavia far sembrare probabile che la "questione ebraica" o il "salvare gli ebrei" fosse in cima ai pensieri di papa Pacelli in quegli anni: non lo era, e vi sono buone ragioni storiche per cui non lo fosse. Ma ciò, ovviamente, non fa di Pio XII un papa antisemita o un Celestino V redivivo (che "per viltade" restò zitto e inerte verso la tragedia ebraica). I preti, i frati e le monache che salvarono molti ebrei hanno sempre testimoniato che agirono in conformità al volere di Pio XII: si può creder loro, oppure no, ma sarebbe immaginabile da loro una testimonianza diversa, accusatoria verso il loro Papa? Infine, al di là dei meriti di chi, da cristiano e da cattolico, salvò vite ebraiche durante la Shoà, resta il fatto - confessato da tutte le Chiese, non solo da quella cattolica - che secoli di insegnamenti e sentimenti cristiani antiebraici contribuirono a lastricare le vie della Shoà, accaduta non in qualche paese in via di sviluppo alla periferia del mondo, ma nel cuore dell’Europa cristiana (protestante e cattolica), nella patria di Lutero e Bach, Kant e Goethe. E se è innegabile che oggi l’antisemitismo sia uno dei cavalli di battaglia del fondamentalismo islamico, resta innegabile anche il fatto che la storia dell’Islam sia stata sostanzialmente più tollerante (non dico più egualitaria o democratica) verso gli ebrei e il giudaismo di quanto sia stata la storia del cristianesimo. Pertanto suggerisco di leggere il libro di Dalin per quel che è: un’apologia di un Papa che fu uomo del suo tempo e di un Papato complesso sul quale, data la grave situazione internazionale, pesavano tremende responsabilità. Sia l’uomo Pacelli che il suo ministero papale vanno lasciati nelle mani degli storici più che degli apologeti, astenendosi da frettolosi giudizi morali, pro o contro, inevitabilmente dettati dal senno di poi.
(di Alberto Melloni dal Corriere della Sera del 21 agosto 2005)
Abraham Lehrer ha chiesto a Benedetto XVI, pellegrino alla sinagoga di Colonia, l’apertura dell’Archivio Segreto Vaticano sulla Seconda guerra mondiale. Una istanza tutt’altro che imprevedibile. Non sarebbe stato consono allo stile antispettacolare di Benedetto XVI accogliere quell’invito su due piedi; non sarebbe stato coerente con la sua statura intellettuale questionare sui tempi indispensabili al riordino; ed era impensabile che un anziano papa, già adolescente nella Germania nazista, rifiutasse, iscrivendosi al club degli alchimisti ai quali basta diluire la carità cristiana verso gli ebrei perseguitati nello spessore secolare del disprezzo antisemita per chiudere la partita. Dunque Benedetto XVI ha messo l’appello nella valigia per Roma. Con richieste analoghe s’erano misurati anche i predecessori. Paolo VI aveva risposto quarant’anni fa con un assenso pronto e condizionato: non aveva fatto accedere agli archivi tutti, ma aveva nominato una commissione di gesuiti, che aveva selezionato dodici tomi di documenti stampati negli Actes et documents du St. Siège relatifs à la seconde guerre mondiale . Una impresa durata anni, che mentre difendeva il Vaticano dalle accuse di essere stato inerte nella Shoah, rivelava i congegni mentali della «macchina» di soccorsi e relazioni della neutrale politica pontificia. Dal passo montiniano (e dalla scelta dei vescovi tedeschi di pubblicare tutto ciò che s’era salvato dei loro archivi) dipende ancor oggi la migliore storiografia. Ma gli Actes erano destinati ad aumentare la sete di conoscenza, più che a spegnerla. Giovanni Paolo II andò più avanti: non solo diede accesso all’archivio del Sant’Uffizio, portò al 1922 il limite di consultabilità delle carte vaticane, tenne aperto l’Archivio del Vaticano II, ma tentò anche una commissione mista ebraico-cattolica per gli archivi della Santa Sede sulla guerra, rese disponibili le buste sui rapporti fra Vaticano e Reich nel periodo 1922-1939, aprì i dossier sui prigionieri di guerra e fissò un calendario di massima per l’apertura di tutto il pontificato di Pio XI. Nel frattempo altre carte sono state rese disponibili per decisione superiore a singoli studiosi, anche se - è il caso del volume di padre Giovanni Sale su Hitler, la Santa Sede e gli ebrei - i risultati e il rigore hanno avuto aspre obiezioni. A inizio 2005 papa Wojtyla aveva ripreso in considerazione la questione dell’apertura degli archivi, anche spinto dall’onda d’una polemica non priva di forzature sul destino dei bambini ebrei salvati e talora battezzati nei conventi della Francia occupata. Wojtyla (poco prima di creare una commissione per tutti gli archivi della Santa Sede, che sembrò una blindatura a chi viveva di furbesche largizioni) autorizzò una nuova ricognizione delle carte su Pio XII e gli ebrei chiesta da uno storico italiano. L’indagine, che si fermò per la scomparsa del pontefice, rischiava comunque di essere un semplice aggiornamento del metodo montiniano, che non basta più. Oggi la decisione sugli archivi del 1922-1945 è nelle mani di Benedetto XVI. Egli può rinviare, che è un modo per non fare: ha affermato il dovere di rammemorare la Shoah alla nuova generazione, cattolica e non; e potrebbe fermarsi lì. Il Papa potrebbe invece aprire l’Archivio segreto, affidato a un prefetto stimato e rigoroso come padre Sergio Pagano, lasciando campo aperto alla ricerca storica. Ratzinger, studioso per professione, sa che la mancanza di carte alimenta il duello fra i polemisti che accusano Pio XII di avere «la» responsabilità della Shoah e il partito che ne vuol fare l’improbabile prototipo dei Giusti; sa che dall’insieme delle carte verrà un ritratto storico complesso, emergeranno le contraddizioni di una grande amministrazione, si abbozzeranno giudizi metodologicamente articolati. Questa opzione inciderebbe sul suo magistero. Parlando in sinagoga Benedetto XVI ha evitato ogni accenno al pentimento della Chiesa tedesca o di quella universale. In una Germania che in questi giorni ricorda il memorabile processo di Francoforte del 1965 (il primo celebrato da giudici tedeschi contro le SS di Auschwitz), nella Chiesa che aveva anticipato e accolto il «mea culpa» del Giubileo, la scelta ratzingeriana non poteva passare inosservata, anche se il garbo ha consigliato di non sottolinearla, in attesa che l’avvenire dica se essa è un segnale o un episodio. L’apertura degli archivi vaticani, quando verrà, illuminerà sì le scelte di Pio XII, ma soprattutto aiuterà a capire che l’antisemitismo cristiano aveva impregnato qualcosa di molto profondo: e chi li aprirà dovrà nuovamente misurarsi con il nodo del peccato nella Chiesa, del peccato della Chiesa.
(di Andrea Tornielli da Il Giornale del 25/7/05)
(di Eugenio di Rienzo da Il Giornale 10/07/05)
Il 28 dicembre dello
scorso anno, un documento pubblicato sul Corriere della Sera riaccendeva la
polemica sul presunto antigiudaismo di Pio XII. In base a quella testimonianza,
il 20 ottobre 1946, la Santa Sede avrebbe inoltrato al nunzio apostolico di
Parigi, Angelo Giuseppe Roncalli (il futuro papa Giovanni XXIII), istruzioni relative
ai minori ebrei affidati a istituzioni e famiglie cattoliche durante gli anni
dell'Olocausto, e poi richiesti dalle famiglie di provenienza e da istituzioni
ebraiche. Secondo la ricostruzione suggerita, che rapidamente provocava
reazioni indignate sulla stampa italiana e internazionale, Papa Pacelli avrebbe
rifiutato di consegnare i piccoli ebrei scampati allo sterminio ai loro
legittimi genitori. La ricostruzione del quotidiano conteneva alcuni gravi
errori di fatto e d'interpretazione, come avrebbe rivelato la contro-inchiesta
redatta da Andrea Tornielli sul Giornale nelle settimane successive, ora
disponibile integralmente nel volume a firma di Tornielli e di Matteo
Napolitano (Pacelli, Roncalli e i battesimi della Shoah, Piemme, pagg. 192, euro
11,50). In primo luogo, il documento esibito dal Corriere portava la data del
23 e non del 20 ottobre. In secondo luogo, quel documento risultava essere una
semplice glossa delle direttive vaticane, preparata dalla nunziatura parigina,
ad uso dei vescovi francesi. Infine, il pezzo archivistico risultava mutilo di
due pagine, che riportavano le autentiche istruzioni della Santa Sede,
elaborate, per diretto impulso di Pio XII, sulla base di un parere del
Sant'Uffizio il 28 settembre. In quella nota, l'attenzione era rivolta non
tanto alla restituzione dei bambini ebrei battezzati alle loro famiglie,
impossibile da attuarsi secondo le disposizioni del Diritto canonico che ne
vietava l'affidamento «ad istituzioni che non possono garantire l'educazione
cristiana di essi», quanto alla sorte dei piccoli israeliti, privi del
sacramento, ma che «essendo stati affidati alla Chiesa, che li ha presi in
consegna, non possono ora, essere dalla Chiesa abbandonati o consegnati a chi
non ne avesse diritto». In questo caso, il problema da religioso si trasformava
in giuridico e politico. Nell'affrontare il problema della restituzione, la
Chiesa si trovava a non poter disporre di un interlocutore legittimo, che non
poteva essere individuato nelle molteplici istituzioni ebraiche, profondamente
divise e spesso in aperto conflitto tra di loro, ma tutte egualmente prive di
un valido titolo giuridico atto a giustificare la riconsegna degli orfani. In
presenza di genitori giuridicamente capaci di rivendicare il diritto della loro
paternità, diverso era stato il comportamento della Chiesa e dello stesso
pontefice, che, già nel 1944, si era attivato per consentire il
ricongiungimento delle famiglie divise dall'Olocausto. Il fumus persecutionis
contro Papa Pacelli manifestava un atteggiamento neo-illuministico, che tendeva
a leggere la vicenda del 1946 alla luce di altri episodi del passato, quando,
tra XVI e XIX secolo, il proselitismo della Chiesa si era spinto a promuovere e
a tollerare la conversione coatta di fanciulli appartenenti a diverse
confessioni.
Nella testimonianza dell'ex generale delle Ss Wolff i dettagli del piano con cui il Terzo Reich intendeva ridurre al silenzio il Papa
Hitler: rapite Pio XII
Tra i capi d’accusa contro il Pontefice il suo
atteggiamento «amichevole» verso gli ebrei. Dopo il blitz, il prigioniero
sarebbe stato recluso in un castello tedesco L’«Operazione Rabat» era prevista
per la primavera del 1943. Ma il vero obiettivo consisteva nella cancellazione
del cristianesimo Al suo posto sarebbe stata imposta la nuova «religione
universale» nazista
(Di Salvatore Mazza da L’Avvenire del 14/1/2005)
«Ricevetti da Hitler in persona l'ordine di rapire Papa Pio XII...». Così afferma Karl Friedrich Otto Wolff, Obergruppenführer di Stato Maggiore delle SS e generale delle Waffen SS, già capo della segreteria personale di Heirich Himmler e poi Hoechster SS und Polizei-Führer (ovvero capo supremo delle SS) in Italia, nella memoria scritta depositata il 24 marzo del 1972, sugli eventi che rischiarono di modificare il quadro degli ultimi anni di guerra. È una memoria che conferma la forse più delirante idea hitleriana: rapire Pio XII e "cancellare" il Vaticano. Se non il cristianesimo. Solo un delirio? Tutt'altro. Un progetto meditato per anni, e messo a punto nei dettagli. Del quale la testimonianza di Wolff offre il tassello mancante, utile a definire un capitolo finora mai veramente chiarito della seconda guerra mondiale, che rivela una volta di più quanto profondo fosse l'odio di Hitler verso un Papa Pacelli considerato «antinazionalsocialista» e «amico degli ebrei». La testimonianza di Wolff, che si trova oggi tra le carte della Causa di beatificazione, fu raccolta a Monaco di Baviera, dove si svolse uno dei sette processi rogatoriali per la Causa di Pacelli (gli altri, accanto al processo principale di Roma, hanno ascoltato testimoni a Genova, Varsavia, Lisbona, Montevideo, Berlino e Madrid). Quando già da vari anni sulla figura di Pio XII, a dispetto della storia e dei riconoscimenti arrivatigli da ogni parte per l'azione a favore degli ebrei, si era proiettata l'ombra diffamatrice di Il Vicario, di Rolf Hochhuth (del 1963). Wolff aveva già deposto al processo di Norimberga contro i criminali di guerra nazisti su diversi aspetti del conflitto in Italia. Accennando anche al fatto che Hitler nella primavera del 1943 gli aveva ordinato di procedere con il sequestro di Papa Pacelli, ma che in quell'occasione era riuscito a distogliere il Führer dalle sue intenzioni. Stranamente però, come lamentava nel 1972 lo storico gesuita Robert Graham, a Norimberga proprio la questione del progettato sequestro del Papa non fu approfondita. Cosa che invece Wolff fece nel '72 a Monaco, rivelando - a quanto risulta - che dopo l'8 settembre l'insistenza di Hitler per eseguire il piano andò facendosi ogni giorno più parossistica. Ai primi di maggio del 1944 Wolff, nel quartier generale di Hitler, ricevette probabilmente una sorta di ultimatum. Gli eventi, in Italia, sono precipitati, e Hitler non tollererà altri rinvii né pretesti. Rientrato a Roma, tuttavia, il comandante delle SS chiese - forse attraverso l'ambasciatore Weizsäcker, che era al corrente del progetto - di poter incontrare il Pontefice «per riferire di questioni gravi e urgentissime riguardanti la sua persona», come aveva fatto comunicare al Papa. L'udienza avvenne la sera del 10 maggio, a meno di un mese dalla fuga da Roma dei tedeschi nella notte tra il 4 e il 5 giugno successivi. Il generale, in borghese, fu accompagnato in Vaticano dal Superiore dei Salvatoriani padre Pancrazio Pfeiffer (che per tutta la guerra fu la longa manus di Pacelli nella sua opera di aiuto agli ebrei). Al cospetto di Pio XII Wolff riferì circa le intenzioni di Hitler, esortando il Pontefice a stare in guardia perché, se lui non avrebbe in nessun caso eseguito l'ordine, la situazione era comunque confusa e irta di rischi. Il Papa chiese allora a Wolff, come dimostrazione della sua sincerità, la liberazione di due condannati a morte, cosa che il generale fece il 3 giugno (uno dei due era Giuliano Vassalli). Secondo la ricostruzione di Graham (che non era al corrente della testimonianza di Wolff a Monaco di Baviera) per rapire Pio XII si sarebbero mobilitate le SS, mentre a "mettere al sicuro" gli archivi vaticani ci avrebbero pensato i Kunsberg-Kommando, organizzazione delle stesse SS specializzata nella catalogazione di documenti. Il Papa «sarebbe stato portato al Nord e installato nel Castello di Lichtestein, nel Württemberg» (località che le "voci" del tempo avrebbero storpiato, confondendo il Castello col Principato del Liechtenstein). Nel romanzo semi-autobiografico Monte Cassino lo scrittore danese Sven Hassel - ex combattente del 27° battaglione di disciplina della Wehrmacht, l'esercito tedesco - racconta che l'operazione "Rabat" (questo secondo Hassel il nome in codice) sarebbe stata condotta da un battaglione di SS, che avrebbero "salvato" il Pontefice da un attacco lanciato contro il Vaticano «da una banda di partigiani guidata da ebrei e comunisti», in realtà effettivi di un battaglione di disciplina tedesco. Sempre secondo Hassel la notizia di "Rabat" aveva suscitato un tale turbamento nell'esercito che la Wehrmacht avrebbe avuto pronto un contro-piano per difendere il Papa. Hassel, dal punto di vista storico, è oggetto di controverse considerazioni. Ma è comunque da rilevare come Monte Cassino sia stato scritto nel 1968, prima cioè che il pur scarso materiale storico sulla vicenda fosse disponibile. E la coincidenza di molti particolari della narrazione con quanto emerso poi è per lo meno singolare, forse abbastanza da far ritenere plausibili almeno i dettagli relativi allo svolgimento dell'azione. Confermano, inoltre e comunque, come nonostante le smentite ufficiali - dirette o indirette - la "voce" circa il possibile sequestro del Papa era ben viva, e di giorno in giorno più forte ovunque. Tanto che l'ambasciatore del Brasile presso la Santa Sede Ildebrando Accioly, ricorda Graham, «aveva realmente preso l'iniziativa presso i diplomatici alleati residenti in Vaticano per un loro impegno a seguire il Papa in esilio, se mai si fosse arrivati a quel punto».
Del resto, ancora nella ricostruzione di Graham, le prime tracce documentate di timori circa un'intenzione nazista di intervenire contro il papato risalivano già al 1941. Infatti, il 6 maggio di quell'anno il segretario della Congregazione per gli Affari ecclesiastici straordinari monsignor Domenico Tardini annotava quanto era stato riferito al Papa il 25 aprile, pochi giorni dopo l'incontro a Vienna tra i ministri degli Esteri di Germania e Italia, Joachim von Ribbentrop e Galeazzo Ciano. Secondo le informazioni ricevute, il Reich «aveva chiesto all'Italia di fare in modo che (il Papa) lasciasse Roma "perché nella nuova Europa non dovrebbe esservi posto per il papato"». E il cardinale Egidio Vagnozzi raccontò che «fin dal 1941 alcuni importanti documenti... che si riferivano ai rapporti tra il Vaticano e il Terzo Reich… erano stati microfilmati e inviati al delegato apostolico a Washington, monsignor Amleto Cicognani», e che «Pio XII aveva fatto nascondere le sue carte personali in doppi pavimenti vicino ai suoi appartamenti privati... (e) altri documenti della Segreteria di Stato vennero nascosti in angoli nascosti degli archivi storici». Perché «ovviamente si temeva il peggio».
Il Vaticano, insomma, la minaccia l'aveva sempre presa in seria considerazione. Del resto l'odio di Hitler verso Eugenio Pacelli, il raffinato diplomatico che mai aveva celato la propria avversione al nazismo fin dal suo nascere, era tristemente nota. Di certo contro il Pontefice, fin dalla sua elezione, si scatenò tutta la formidabile macchina della propaganda nazista: «L'elezione del cardinale Pacelli non è accettata con favore dalla Germania perché egli si è sempre opposto al nazismo», scriveva il Berliner Morgenpost, organo del movimento nazista, il 3 marzo 1939. E da allora gli articoli sprezzanti, le vignettacce, le caricature, lo bersagliarono quasi quotidianamente.
Ma c'era qualcosa di ancor più radicato, di malato. Che forse spiega ancor meglio la rabbiosa volontà di Hitler di rapire il Papa e «far sloggiare tutta quella masnada di p...» dal Vaticano, come, secondo Galeazzo Ciano, il capo del Terzo Reich ripeteva "apertamente". Nel 1941 le armate germaniche dilagavano in Europa. Il nazismo sembrava inarrestabile e la gloria del Reich a un passo. E nel mese di settembre, in una lettera al delegato apostolico a Washington monsignor Amleto Cicognani, Tardini riferiva che qualche mese prima, assistendo alla funzioni della Settimana Santa nella Cappella Sistina, un funzionario tedesco gli aveva detto: «Le cerimonie sono state interessanti. Ma è l'ultima volta. L'anno venturo non si celebreranno più». Nel gennaio successivo il cardinale Maglione lamentò un'analoga minaccia da parte del principe Otto von Bismark, ministro plenipotenziario dell'ambasciata tedesca.
Che cosa c'era dietro? Si è sempre detto che il nazismo tendeva a presentarsi come una nuova religione. Ma è interessante, in proposito, rilevare quanto raccontato nelle sue memorie, raccolte da Joseph Kessel, dal finlandese Felix Kersten, il massaggiatore "dalle mani miracolose" che per tutta la guerra fu l'ombra di Heinrich Himmler: «Nel maggio del 1940... per sfuggire a quel panorama di distruzione, Kersten cercava rifugio nella... biblioteca da campo di Himmler. Fece così una scoperta sorprendente: tutti i volumi che conteneva erano opere di religione: i Veda, l'Antico Testamento, i Vangeli, il Corano... "Ma non mi ha detto che un nazista non deve avere alcuna religione?", domandò un giorno a Himmler. "Certo", rispose quest'ultimo. "E allora?", domandò Kersten indicando i volumi...». E questa, riferita da Kersten, è la risposta data da un «sorridente» e «ispirato» Himmler: «"No, non mi sono convertito. Questi volumi sono necessari al mio lavoro. Hitler mi ha affidato l'incarico di preparare il vangelo della nuova religione nazista... Dopo la vittoria del Terzo Reich il Führer abolirà il cristianesimo e fonderà sulle sue rovine la religione germanica. Conserveremo l'idea di Dio, ma sarà un'idea vaga... Il Führer si sostituirà al Cristo come salvatore dell'umanità. Così, milioni e milioni di persone pronunzieranno soltanto il nome di Hitler nelle loro preghiere, e di qui a cent'anni non si conoscerà altro che la nuova religione... Capirà che per questo nuovo Vangelo mi occorre una documentazione"».
LA CAUSA DI BEATIFICAZIONE
Nel prossimo mese di marzo i fascicoli della causa di beatificazione di Pio XII inizieranno a essere presi in esame dagli storici della Congregazione per le cause dei santi. Ad annunciarlo è il postulatore della stessa causa, padre Peter Gumpel, che smentisce così le voci di una presunta battuta d'arresto imposta dalle polemiche delle ultime settimane. Da New York, però, l'Anti-Defamation League - l'organismo internazionale che vigila sull'antisemitismo - annuncia l'intenzione di inviare alla Santa Sede una lettera per chiedere che la causa di beatificazione di Papa Pacelli sia sottoposta alla «supervisione» di un gruppo di studiosi «indipendenti». L'ex presidente dell'Unione delle comunità ebraiche in Italia, Tullia Zevi, ha però sottolineato che la beatificazione rimane «un fatto interno alla Chiesa».
Torna l’ossessione del complotto nella polemica sulla restituzione dei bimbi ebrei salvati dai cattolici durante la guerra
(di Pierluigi Battista dal Corriere della Sera del 16/1/2005)
La cultura del sospetto, già causa di inquinamento nella sfera della lotta politica, può produrre effetti ancor più micidiali nell’ambito della discussione intellettuale e storiografica. Applicare la logica intimidatoria del «cui prodest», quando viene pubblicato un documento inedito, inscenare un ruvido processo alle intenzioni per squalificare preventivamente chi lo divulga, non è solo indizio di una coriacea sindrome cospiratoria che avvelena la civiltà (non il bon ton , ma la civiltà) di un dibattito, ma è soprattutto, se non suonasse addirittura come una sgradevole intimazione al silenzio e all’omertà, un modo per eludere l’obbligo di una risposta agli interrogativi scabrosi che l’affiorare di nuovi documenti inevitabilmente richiede. Stupisce, perciò, che la proposta di Alberto Melloni, sul Corriere della Sera , di offrire alla pubblica discussione nuove testimonianze sulle controverse direttive vaticane in tema di restituzione dei bambini ebrei, salvati dalla Shoah per merito della Chiesa di Pio XII, abbia sollevato in alcuni interventi nella discussione nientemeno che il sospetto di un’indebita intromissione politico-giornalistica nel processo di beatificazione di Papa Pacelli. Non la doverosa polemica tra scuole culturali e storiografiche in sana competizione tra loro. Ma indicazioni di insani complotti, cospirazioni, «operazioni» inconfessabili. E perché mai e quali finalità occulte il sinedrio dei complottatori intenderebbe perseguire? E perché uno storico notoriamente scrupoloso e di meritato prestigio come Andrea Riccardi si è sentito in dovere, sulle colonne di Avvenire , di avanzare dubbi su «cosa ci sia sotto» la scelta di Melloni e del Corriere , alludendo al fatto che «le impellenze siano d’altro tipo, ma sicuramente non si inscrivono nell’ambito della storiografia»? Quali sarebbero queste «impellenze»? E perché non contrapporre argomento ad argomento, documento a documento, anziché esercitarsi in sconsolate invettive contro un non meglio identificato «giornalismo d’oggi»?
Peccato. Eppure non dovrebbe essere tanto inutile risvegliare con nuove testimonianze l’attenzione pubblica (a meno che non si voglia considerare la ricostruzione storica sigillata una volta per tutte) sull’atteggiamento di Pio XII e del futuro Papa Roncalli, sulla Chiesa e i veleni dell’antisemitismo ancora diffusi nella seconda metà degli anni Quaranta. E che non sia stato inutile lo dimostrano tra l’altro le considerazioni svolte su queste colonne da Ernesto Galli della Loggia, in cui, a commento delle nuove rivelazioni sul comportamento vaticano nei confronti dei bambini ebrei, si metteva in luce come una compiuta «concettualizzazione» dell’Olocausto, una percezione consapevole della portata epocale della Shoah fossero tutt’altro che diffuse negli anni successivi alla guerra e persino dopo la scoperta della dimensione apocalittica dello sterminio del popolo ebraico. L’intervento di Galli della Loggia ha suscitato, come è ovvio, osservazioni e critiche, a cominciare da quelle, sul Corriere della Sera , espresse con civile vigore polemico da Claudio Magris e da Giorgio Israel. Ma il demone del processo alle intenzioni si è manifestato in altre reazioni, come quella di Mario Pirani, che su Repubblica ha accusato Galli della Loggia di «giustificazionismo retroattivo». Ma la parola «giustificazionismo», pericolosa e già sovraccarica di sottintesi simbolici negativi, andrebbe usata con molta cautela, se non altro perché evoca necessariamente un qualche rapporto di segreta consonanza tra il giustificatore e il giustificato: un’enormità che lo stesso Pirani non si sentirebbe di sottoscrivere nel caso di Galli della Loggia. E allora? Perché la scomunica e la tecnica della delegittimazione preventiva? Già Giovanni Belardelli e Roberto Pertici hanno arricchito sul Corriere della Sera la tesi della tardiva e sconvolgente sottovalutazione della portata dell’Olocausto nella cultura europea suggerita da Galli della Loggia. E se il primo lavoro di ricostruzione sistematica del genocidio ebraico, quello di Raul Hilberg, appare solo negli anni Sessanta, come spiegarsi che il primo studio particolareggiato sulla persecuzione antiebraica negli anni del fascismo, scritta da Renzo De Felice, abbia visto la luce nel 1962, peraltro caldeggiata, come antidoto al muro del silenzio eretto in precedenza senza che la cosa provocasse molto scalpore, dalla stessa comunità ebraica?
Si è detto (Giorgio Israel) che per il rifiuto di Natalia Ginzburg, subito dopo la fine della guerra, di pubblicare Se questo è un uomo di Primo Levi non si può decentemente parlare di antisemitismo mimetizzato. Certo che no e, del resto, nemmeno Galli della Loggia si è mai sognato di sostenerlo. Tuttavia, non è per pervicacia antisemita, ma per indifferenza, insensibilità, ritrosia nell’accettare negli standard etico-culturali acquisiti (difficoltà di «concettualizzazione» appunto) la portata dello sterminio, che, come ha denunciato Alberto Cavaglion, si è dovuto attendere l’ultimo decennio del secolo per conoscere un lavoro documentalmente accettabile sulla Risiera di San Sabba. Come mai, lo ha raccontato Valentina Pisanty, il Diario di An na Frank, il testo poi trasposto in teatro che davvero ha consentito di far «passare» l’Olocausto nelle zone profonde dell’emozione pubblica mondiale, pubblicato nel 1947, in Italia è uscito soltanto nel 1954, ben sette anni dopo? Nel suo studio sugli «ebrei nell’Italia post-fascista» ( Ritrovare se stessi , Laterza) Guri Schwarz ricorda che, come Primo Levi, anche il protagonista Geo Josz di Una lapide su via Mazzini di Giorgio Bassani scoprì subito che a Ferrara nessuno voleva ascoltare ciò che gli era accaduto a Buchenwald. E, a proposito di Buchenwald, sarà il caso di registrare, come ha notato D.D. Guttenplan nel suo Processo all’Olocausto , che «nella famosa trasmissione di Edward R. Murrow da Buchenwald, nel 1945, le parole "ebreo" ed "ebraico" non sono mai pronunciate». Quella stessa Buchenwald, i cui cancelli le autorità comuniste del Dopoguerra riapriranno senza vergogna, anzi addirittura con l’entusiastica approvazione di Thomas Mann.
E, del resto, è tutt’altro che «giustificazionista» chiedersi (come ha fatto Alice Kaplan) come mai Robert Brasillach venne condannato a morte non già per aver appoggiato la deportazione degli ebrei nella Francia nazificata, ma solo per alto tradimento, circostanza «concettualmente» impensabile nei decenni successivi, all’epoca dei processi a Klaus Barbie o Maurice Papon. O come mai nessuno ha mai sentito parlare in Italia di Giorgio Perlasca, il salvatore degli ebrei di Budapest, fino ad anni recentissimi. Oppure come nessuno si sia interessato, prima che se ne occupasse meritoriamente Gabriele Nissim in Italia, della tragica sorte di Dimitar Pesev, il vicepresidente del Parlamento bulgaro che si rifiutò con grande coraggio nel 1943 di dar corso alla deportazione degli ebrei e che nel Dopoguerra verrà perseguitato dal regime comunista di Sofia senza che si levasse la voce delle proteste internazionali.
Ha scritto Enzo Traverso, nel suo recente Auschwitz e gli intellettuali (Il Mulino), che colpisce nelle Reflexions sur la question juive «l’incapacità» di Sartre «di pensare il genocidio come pure il suo silenzio nei confronti dei reduci dai campi nazisti». Un esempio lampante di scarsa «concettualizzazione» della Shoah. «Giustificazionismo» anche questo? Sordo alle prevedibili accuse di «giustificazionismo», uno storico temerario come l’israeliano Tom Segev ha scritto, nel suo sconvolgente libro Il settimo milione (Mondadori), come persino in Israele e, prima della nascita dello Stato, nello yishuv , la comunità ebraica della Palestina, fosse diffuso un «atteggiamento poco compassionevole» e finanche di «disprezzo» verso gli ebrei scampati al massacro, considerati «materiale umano scadente» rispetto all’«uomo nuovo» modellato sull’ideologia pionieristica del sionismo: «Un’immensa comunità di accattoni», «detriti umani», come si scrisse allora e come oggi si rilegge senza fiato. Così come si resta interdetti nell’apprendere dalle pagine di Segev che il «30 giugno 1942, Davar , il prestigioso giornale della Histadrut, riferì che in Europa era stato assassinato un milione di ebrei». Con un particolare: che quell’articolo era collocato di spalla, con l’aggiunta di un attacco alla «deplorevole tendenza di alcuni quotidiani a gonfiare tutte le voci catastrofiche sullo spargimento di sangue ebraico». Vale la pena chiedersi perché? È una domanda «giustificazionista» anche questa?
Il caso Pacelli e la Chiesa,
aspettando il gran gesto
Lo storico che ha rivelato l’esistenza della direttiva pontificia sui bambini ebrei battezzati traccia un bilancio del dibattito e avanza nuovi interrogativi
(di ALBERTO MELLONI dal Corriere della Sera del 9/1/2005)
Annunciando il primo volume di Anni di Francia, Agende del nunzio Roncalli , ho citato un frammento inedito di «istruzioni elaborate dal Sant’Uffizio e approvate da Pio XII» sul destino dei bambini ebrei salvati da istituzioni cattoliche francesi, emerso come tanti altri documenti nel paziente lavoro di annotazione di quel tomo, curato da Étienne Fouilloux. Non mi sono dilungato in note filologiche, per sottolineare un solo elemento: e cioè che nella Chiesa, durante e dopo la Shoah, convivono gesti commoventi di cristiana umanità e gesti di gelida burocrazia teologica, che continueranno a intrecciarsi fino al Concilio e dopo, com’è ovvio in un processo storico lungo come quello che separa la voce Antisemitismus del 1933 sul Lexicon für Theologie und Kirche dal discorso di Giovanni Paolo II in Israele nel 2000. Su quell’inedito, come ha scritto padre Giovanni Sale, s’è sviluppato un «civile e appassionato confronto»; ma non è mancata qualche sgradevole provocazione denigratoria (non solo contro i Papi). Alcuni articoli degni del Museo degli Sforzi Inutili si sono impegnati a sostenere che quelle istruzioni erano o giuste o false, o l’uno e l’altro, o che andavano imputate al nunzio Roncalli. Ciò impone alcuni ragguagli critici, a cui aggiungerò un mio punto di vista.
Il dattiloscritto datato 23 ottobre 1946, giorno successivo al rientro del nunzio a Parigi dopo le vacanze, è una delle tipiche note con le quali si trasmettevano gli ordini della Suprema Congregazione del Sant’Uffizio, della Romana e Universale Inquisizione e dell’Indice dei Libri proibiti, della quale a quel tempo era prefetto il Papa. Per dare ordini il Sant’Uffizio dava sovente mandato al superiore diretto di informare il destinatario, con procedure a tutela del segreto. Talora l’informazione veniva data tacendo al destinatario finale perfino l’origine della decisione («reticito nomine»), talaltra consegnandogli una nota verbale che comunicava la «mente» di Roma. È questa nota che la nunziatura parigina prepara nel 1946. Bisogna avere disistima per la diplomazia vaticana per pensare che le nunziature non sapessero produrre una fedele nota in francese (di cui è rimasta copia al Centre National des Archives de l’Eglise de France di Issy-le-Moulineaux) ad uso dei vescovi. Come suo dovere, Roncalli non ne ha fatto cenno in altra sede.
L’atteggiamento che quel documento raccomanda è diverso da quello che Roncalli aveva assunto nei mesi precedenti. Lo dice una lettera del Fondo Kaplan del Centre de Documentation Juive Contemporaine, a cui facevo cenno: a luglio 1946 il rabbinato di Francia ringraziava il nunzio per la disponibilità a intervenire assicurata al gran rabbino Herzog, di cui era amico da anni, e domandava un passo specifico per 30 bimbi. Herzog aveva scritto a Pio XII il 12 marzo 1946 per richiedere il suo avallo nella restituzione dei piccoli ebrei superstiti alla fede dei padri. Forse già in quelle settimane il Sant’Uffizio aveva elaborato un parere, coerente con la pratica in uso ai tempi del Papa-re, ma che dopo la Shoah suona, come riconosce Vittorio Messori, «disumano». Non sappiamo quando Roncalli ne venga a conoscenza. Forse dopo essere stato interpellato in agosto da due vescovi francesi sui battesimi dei piccoli ebrei, forse dopo aver consultato Roma o aver parlato a lungo col Papa il 27 settembre o dopo aver ricevuto il 17 settembre da monsignor Tardini un dispaccio. Di quest’ultimo atto ignoro il contenuto (le istruzioni e i dispacci di Roncalli del periodo parigino sono le uniche carte di cui fu negata copia sia alla Congregazione per le cause dei Santi, sia ai redattori della Positio historica della causa di Papa Giovanni di cui ebbi il privilegio di essere uno degli autori); non so se Roncalli lo ricevette a Sotto il Monte o lo lesse a Parigi la sera del 22 ottobre 1946, perché la «autorevole fonte» che, pochi giorni dopo il primo articolo del Corriere , lo ha passato al sito VaticanFiles.net (dove un gruppo eterogeneo di studiosi pubblica documenti d’archivio), non l’ha precisato.
Il documento del 1946 aggiunge la forza della fonte storica a qualcosa di noto. E cioè che dopo la Liberazione (lo documenta La Chiesa cattolica e l’Olocausto , di Michael Phayer) c’era nella Chiesa già chi s’interrogava sulla Shoah e chi reagiva con schemi che non ne coglievano la portata epocale. È infatti noto che l’ affaire Finaly, i due bimbi contesi in tribunale, arriva al 1953 e vede i cattolici divisi; e Jules Isaac va a Roma a cercare sostegno contro l’antisemitismo perché spera in qualcosa, anche se nel 1955 non lo trova (come spiegano le lettere apparse su «Sens», la rivista francese dell’amicizia giudeo-cristiana). Così, chi avrà la pazienza di leggere i cinque volumi della Storia del Concilio Vaticano II diretta da Giuseppe Alberigo o i dispacci dei diplomatici citati nel mio L’altra Roma constaterà che la vena del disprezzo antisemita o «antigiudaico» (come s’usa dire, quasi fosse una virtù) dura anche mentre la dichiarazione conciliare Nostra Aetate sta per tagliargli l’erba sotto i piedi, e oltre. Se questo chiarisce i dati, non spiega però gli interrogativi posti da alcune posizioni emerse in un dibattito internazionale quanto mai ampio, il cui coté italiano è stato efficacemente sintetizzato da Adriano Sofri sulla Repubblica . Perché s’è buttato di lato il gran lavoro delle Agende e si è voluto riaprire lo sterile duello fra chi trova nell’atteggiamento di Pio XII una colpa grande quanto l’intero Olocausto e chi ripete ad nauseam argomenti di cui l’intuito politico di Pacelli si sarebbe vergognato? Perché, anziché storicizzare la distanza fra la gelida burocrazia della nota del 1946 e la forza di comunione fra fedi della Chiesa di Giovanni Paolo II, s’è cercato, come ha fatto Avvenire , di trasformare il rilevamento delle differenze in una «contrapposizione» fra pontefici o si è lamentato un clamore al quale s’è dato corda cercando inutilmente un antidoto liquidatorio?
Le ragioni sono molte. E molte sono causate da un fatto noto e reversibile, cioè la chiusura di gran parte degli archivi vaticani del 1922-1939 e di quasi tutti quelli del 1939-1958. Tutti sanno che aprire le carte è lungo e che alcune tappe sono fissate. Ma se la Santa Sede ritrovasse il coraggio con cui Leone XIII nel 1880 squadernò l’Archivio Segreto Vaticano per rispondere al Kulturkampf tedesco, all’anticlericalismo e al desiderio degli eruditi cattolici, se aggiornasse lo zelo di Paolo VI, che nel 1965 iniziò gli Actes et Documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale che traboccavano di nomi di viventi (incluso il suo), se deponesse l’illusione di giovarsi di avvocati arruolati con odiosi privilegi d’accesso alle carte, le provocazioni si spunterebbero e verrebbero alla luce gli intrecci complessi che fanno la storia. Di questo c’è sete: non macchinazioni, micce o capricci, ma sete. È la sete della coscienza collettiva di quest’Europa, che non è solo un infuso di radici, ma anche il frutto dell’orrore con cui essa s’è specchiata nel fumo dei forni crematori, che hanno cambiato per sempre il paesaggio religioso e l’anima del continente.
Un gesto «alla Leone XIII» farebbe bene a tutti. Alla Chiesa, che nel Novecento non è una comparsa, ma un grande mondo. Farebbe bene alla storia, che non dev’essere il tribunale delle requisitorie, ma non può nemmeno ridursi al confessionale dove si assolve chi pronuncia l’atto di dolore o la pagoda dove tutto ciò che è accaduto in altro «contesto» resta muto. C’è sete e bisogno di una ricerca che costruisce con lentezza conoscenze complesse e disomogenee: quasi mai fruibili come tali, ma non inutili. Altri (la stampa, la politica, l’educazione, la morale, l’agiografia) possono trasformarle in linguaggi, pruderie, retoriche, culture. La ricerca storica (sotto lo sguardo della stampa, della politica, della morale, della teologia) elabora invece visioni e revisioni sue, grazie alla disponibilità di grandi agglomerati di fonti, e con questi si confronta. Le fonti ci hanno detto da tempo che la posizione di Roncalli davanti alla Shoah non assomiglia a quella di un cospiratore, ma neppure s’esaurisce nella replica degli atteggiamenti romani (ne scrissi anni fa nel mio Fra Istanbul Atene e la guerra , così come nella Positio ). La ricerca su Pio XII fatica da tempo alla ricerca del crinale che separa ciò che accade «sotto» Pio XII ( I dilemmi e i silenzi di Pio XII , di Giovanni Miccoli, dedica un esemplare capitolo alla situazione in Croazia) e ciò che Pio XII «fa» accadere. E dunque ondeggia, vulnerabile all’apologia odiosa e all’odiosa provocazione. Si prenda proprio il caso degli ebrei grandi e piccini salvati nei conventi: presentarli come la briciola che riequilibra il genocidio è una bestemmia. Bravi preti, frati e suore sono una tessera in un mosaico nel quale altri cattolici sono stati perpetratori, ignavi o vittime. Una tessera che diventa interessante a Roma dove - l’ha detto Andrea Riccardi - nascondere ebrei in certe clausure femminili comportava una trasgressione dietro la quale si immaginava, possedeva o supponeva una dispensa papale. Ma per discernere i fatti e le voci serve un insieme di documenti, e non il naso dell’agiografo. Quello, a dire il vero, non è stato decisivo nemmeno nel processo di beatificazione di Pio XII, sul quale non è vietato avere opinioni né agli ebrei, né ai cattolici. Un processo non è un crimine, né un dogma, al quale dovrebbero piegarsi preventivamente gli storici, i cattolici e soprattutto gli ebrei, per non ostacolarne lo sviluppo. Quel processo è reso complesso dal segno storico-politico sotto il quale è nato. Papa Montini lo avviò nel novembre 1965 sia per bilanciare la simmetrica causa Roncalli sia per ribadire la insindacabilità dell’atteggiamento vaticano durante la Shoah. Non ci riuscì. Così il lato spirituale del pastor angelicus è rimasto quello di «uno sconosciuto»: è il titolo che «Cristianesimo nella storia» darà alla recensione di Alberigo sul recente Pio XII, diplomatico e pastore di Philippe Chenaux: un libro cauto, ma spietato nel ritrarre un Papa solitario e calcolatore, nella cui figura gli elementi politici dominano per logica interna, con tutto ciò che ne consegue.
Questo ingarbugliato nodo storico-teologico Giovanni Paolo II lo ha tagliato col «mea culpa» del 2000. Riconoscendo che esistono colpe dei figli della Chiesa, Papa Wojtyla ha spiegato che un cattolicesimo disposto a riconoscere il valore «teologico» del giudizio dell’umanità sui propri errori, non è più scipito, ma più autentico. Un atto ancora gravido di futuro, che fa spazio al sapere storico e insieme richiede di riflettere proprio sulle residuali insinuazioni, sui rigurgiti di disprezzo, sulle autoindulgenze, sui complessi vittimisti che sono riemersi nel corso di questo lungo dibattito, senza esserne la parte principale.
“La direttiva vaticana sui
bambini ebrei battezzati rischia di scatenare un uso giudiziario della storia”
Lo storico Giorgio Rumi interviene sui rapporti tra Pio XII e Shoah
(Dal Corriere della Sera del 6/1/2005)
Tira una brutta aria,
un’aria di tempesta, intorno all’ affaire Pacelli . Ma poi, perché
identificarlo soltanto con Pio XII? Le ultime rivelazioni sulla direttiva
vaticana alla chiesa francese, riguardo i bambini ebrei battezzati da non
restituire alle famiglie, chiamano in causa anche l’allora nunzio a Parigi,
Angelo Giuseppe Roncalli. E ancora, come escludere che le polemiche si arrestino
di fronte al mito del Papa Buono? La catena dei sospetti potrebbe
ragionevolmente allargarsi e coinvolgere altri: persino l’allora massimo
responsabile della diplomazia vaticana, Giovanni Battista Montini. Ma in ogni
caso, è questa «brutta aria» che preoccupa più di tutto lo studioso cattolico
Giorgio Rumi. E per «brutta aria» intende il rischio che si metta in moto una
specie di «nuova Inquisizione» anticattolica, una macchina processuale volta ad
ottenere comunque, in ogni caso, una qualche forma di condanna. L’articolo
dello storico Daniel Jonah Goldhagen, pubblicato l’altro ieri dal Corriere
della Sera , culminava in un durissimo atto d’accusa a Pacelli, nella richiesta
di istituire una commissione internazionale per giudicare tutta la vicenda, e,
in sostanza, nell’invito a interrompere qualsiasi processo di beatificazione in
corso, almeno fino a quando non sia stata accertata la verità. Se non che, ora,
la prospettiva si presenta un po’ differente. Infatti, l’ affaire si è messo in
moto quando lo storico Alberto Melloni ha rivelato, sempre sul Corriere ,
l’esistenza della direttiva vaticana, avallata da Pio XII, che riguardava i
bambini ebrei da confermare nella fede cattolica. Ma se noi ora scopriamo di
avere a disposizione soltanto una sintesi in francese, vergata da Angelo
Giuseppe Roncalli, su che si basano le accuse rivolte a Pio XII? «Questo strano
caso finisce a coda di topo - sostiene Giorgio Rumi - dal momento che si
reggeva principalmente sull’atto d’accusa di Goldhagen». Perché è vero, secondo
Rumi, che l’innesco dell’incendio risale alla pubblicazione del documento
scoperto da Melloni; però è stato Goldhagen a trasformare la scoperta del
documento in una vera e propria requisitoria, con tanto di bollo d’infamia
«criminale» impresso sulla memoria di Pacelli. E dunque? La lista dei «cattivi»
si allunga. «Prima Pacelli, del quale si dice che avrebbe in ogni caso avallato
il famoso documento, benché non ne esistano prove. Poi Roncalli, in quanto suo
esecutore materiale. Domani, non ci sarebbe da stupirsi se si arrivasse a un
terzo "criminale", cioè Giovanni Battista Montini, con la motivazione
che, nella sua qualità di massimo responsabile della diplomazia vaticana, non
avrebbe potuto non sapere quel che stava accadendo...». Un punto fermo, tuttavia,
sembra esserci. Il testo, conservato negli «Archivi della Chiesa di Francia»,
reca l’intestazione della Nunziatura di Parigi, e dunque doveva essere stato
avallato per forza da Roncalli. Ma Giorgio Rumi non intende affatto
accontentarsi di questa spiegazione. E si chiede: «Che vuol dire "Carta
della Nunziatura"? È firmata? È un dattiloscritto e porta una sigla?
Oppure è scritta a mano, con i caratteri della sua calligrafia inconfondibile,
e dunque l’autore potrebbe essere identificato senz’ombra di dubbio?». E poi ci
sono altri interrogativi che Rumi considera decisivi. Ad esempio: è sicuro che
i vescovi francesi abbiano ricevuto quel documento così scottante?
Nell’archivio della diocesi di Parigi non dovrebbe essere difficile ritrovarlo,
visto che sono passati poco più di cinquant’anni. Ma se invece non si trovasse?
Vorrebbe dire che non è mai stata spedita, e di conseguenza bisognerebbe
chiedersi il perché. Rumi si spinge fino a ipotizzare che possa essersi
trattato di una riflessione privata, di un dubbio messo per iscritto, di un
documento che si inserisce in dossier più ampio e del quale (come risulta in
effetti dai primi esami) alcune parti risulterebbero mancanti. Ancora: si
potrebbe avanzare l’ipotesi, benché estrema, di una manipolazione, addirittura
di un falso? Su questo Rumi preferisce procedere con cautela. «Bisognerebbe
prima chiarire il concetto di falso. Potrebbe trattarsi di una manipolazione
avvenuta in anni lontani, con chissà quali scopi, oppure di una faccenda
concepita oggi. Io ricordo ancora - aggiunge - le lettere false, attribuite a
De Gasperi, con cui si chiedeva il bombardamento alleato delle città italiane.
Chi le scrisse, in realtà? Non si è mai saputo di preciso, però si arrivò
comunque ad accertare, in tribunale, che De Gasperi non le aveva mai scritte.
Fu così che Guareschi, dopo averle pubblicate, arrivò a pentirsene amaramente».
Altri elementi, in questo affaire , confortano i dubbi di Giorgio Rumi. Per
esempio il fatto che la diplomazia francese del tempo, che all’ambasciata
presso la Santa Sede era rappresentata da intellettuali come Maritain e
d’Ormesson, non fece mai alcun riferimento a questo episodio. E non ne accennò
neppure un grande politico del tempo, il ministro degli esteri Bidault.
Interrogativo dopo interrogativo, l’ affair e somiglia sempre più ad un giallo,
ma Rumi preferisce non lasciarsi intrappolare nel gioco delle ipotesi. «Il
problema centrale - afferma - è un atteggiamento sbagliato che riguarda l’uso
della memoria. Uno storico non è un boia. E invece, anziché essere umile di
fronte alle testimonianze del passato, spesso finisce per metterlo al servizio
di un disegno oscuro». Ma bisognerà pure consentire a qualcuno, storico o no,
di giudicare i crimini del passato... Su questo punto Rumi non è d’accordo. «Il
passato è da comprendere, perché se lo si va a esaminare con spirito
inquisitorio, si finirà sempre con lo scoprire fatti negativi: il feudalesimo,
le monarchie nazionali, la guerra delle grandi potenze, l’imperialismo: tutto
un museo degli orrori». E gli aspetti positivi? «Ancora più pericolosi. È
sbagliatissimo andare a cercare nella notte del passato quelle lucciole, quei
bagliori e anticipazioni di un presente caro a noi. Perché allora anche la
difesa dei valori umani, che suppongo cara a Goldhagen (anche se non la applica
a Pacelli) finisce per tramutarsi in una faccenda giudiziaria». Ecco il vero,
grande timore di Rumi: che i fatti del passato vengano sottoposti al tribunale
del presente, secondo una prassi giudiziaria basata su elementi fragili, mutevoli,
condizionati dalla logica della corte d’assise e non della libera ricerca.
«Perché una cosa sono i valori, e quelli si possono basare su un romanzo di
Primo Levi, un film dedicato a Perlasca, le statistiche sui deportati nei campi
di concentramento. Un’altra la commissione d’inchiesta, spesso accompagnata da
un’ansia degna di una nuova Inquisizione». Qui già si nasconde, per Rumi, il
maccartismo oscurantista. Tanto più, aggiunge, «che di Inquisizione ne abbiamo
già avuto una, non vedo perché affidarne un’altra a Goldhagen, qualunque siano
le sue intenzioni».
C’è un emendamento della Costituzione americana caro a Rumi, quello che vieta di fare pressioni indebite sulle religioni altrui: andrebbe applicato anche da noi. Perché «non importa se l’Inquisitore sia buono o cattivo, duro o moderato. Che la sentenza preveda un rogo per il condannato o la semplice imposizione di un berretto, la penitenza o uno scappellotto: quel che conta è la licenza in sé che gli storici si attribuiscono di proclamare un verdetto».
E se il vero scopo fosse quello di impedire la beatificazione di Pacelli? «Entrerebbe in campo James Bond», scherza Giorgio Rumi. «Però l’ affaire , in sé, non cambierebbe».
IL DIBATTITO INTERNAZIONALE
PARIGI - La stampa francese e internazionale ha dato ampio spazio al documento pubblicato dal Corriere della Sera sugli ordini di Pio XII trasmessi nel 1946 dal nunzio Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII. Ieri, Le Figaro ha affrontato la questione riassumendo l’articolo dello storico Alberto Melloni nelle pagine di cronaca nazionale e interpellando il gesuita Peter Gumpel, incaricato di istruire il processo di beatificazione di Pio XII, e lo storico e gesuita Pierre Blet. Tra i primi ad approfondire la notizia anche il quotidiano cattolico La Croix che ha pubblicato un ampio articolo il 3 gennaio, facendo intervenire padre Jena Dujardin, ex segretario del Comitato Episcopale per le relazioni con il giudaismo, ed altri storici. Il documento è stato ripreso anche dall’agenzia France Presse , dalla Reuters e dall’Agenzia di stampa internazionale cattolica Apic , che ha sede in Svizzera, oltre che dal settimanale israeliano Haaretz , l’esclusiva del Corriere ha fatto il giro del mondo aprendo un dibatto internazionale.
L’autocritica di John
Cornwell
L’autore del discusso saggio «Il Papa di Hitler» oggi ammette di aver
sostenuto una tesi squilibrata, perché il pontefice, durante il conflitto,
aveva una libertà d’azione assai ristretta
(di Antonio Carioti dal Corriere della Sera del 31/12/2005)
Era il più severo accusatore di Pio XII. Cinque anni fa, nel libro Il Papa di Hitler (Garzanti), imputava a Eugenio Pacelli non solo il silenzio mantenuto durante la guerra sul genocidio degli ebrei, ma anche l’opera svolta in precedenza, come nunzio apostolico in Germania e poi come segretario di Stato della Santa Sede, che a suo dire avrebbe favorito l’ascesa al potere di Adolf Hitler e il consolidamento del regime nazista. Ma ora John Cornwell, che ha appena pubblicato un nuovo controverso libro - The Pope in Winter (Viking) - sul pontificato di Giovanni Paolo II, sembra aver cambiato idea. Riferisce l’ Economist dello scorso 11 dicembre che lo studioso britannico prende le distanze dal suo saggio più noto, che oggi giudica squilibrato. «Adesso - ha dichiarato Cornwell - sosterrei, alla luce del dibattito e delle nuove acquisizioni che hanno seguito Il Papa di Hitler , che Pio XII aveva una libertà d’azione così limitata che è impossibile giudicare i motivi del suo silenzio durante la guerra, mentre Roma era sotto il tallone di Mussolini e più tardi occupata dai tedeschi». Non è un’autocritica completa e radicale, come si vede, ma senza dubbio denota un atteggiamento di assai maggiore prudenza rispetto alle tesi aspramente «colpevoliste» del passato. Fratello del noto scrittore John Le Carré, il cui vero nome è David Cornwell, lo studioso britannico insegna al Jesus College di Cambridge ed è di religione cattolica. Afferma di aver cominciato a occuparsi di Pio XII proprio per confutare le accuse di indifferenza verso la sorte degli ebrei rivolte al Pontefice, ma di essersi poi convinto, consultando i documenti, che le responsabilità di Pacelli erano ben maggiori di quanto i suoi critici avessero fino allora ritenuto. Certo è che Il Papa di Hitler suscitò un vespaio di polemiche, determinate non solo dall’asprezza della requisitoria rivolta contro Pio XII, ma anche da una certa disinvoltura dell’autore. Emerse infatti nel 2000, dopo la traduzione italiana del saggio (edito in Gran Bretagna nel 1999), che Cornwell aveva presentato come inediti alcuni documenti, relativi all’attività diplomatica del futuro pontefice presso la Repubblica di Weimar, che in realtà erano già stati pubblicati dalla storica italiana Emma Fattorini nel volume Germania e Santa Sede (Il Mulino), uscito nel 1992. Nel merito del contendere, tutti gli studiosi più accreditati hanno rilevato le lacune e l’impostazione sbilanciata del lavoro di Cornwell. E alcuni autori lo hanno preso di mira direttamente. Per esempio Andrea Tornielli, il cui libro Pio XII. Il Papa degli ebrei (Piemme) si è proposto di demolirne le argomentazioni. Nel frattempo sono usciti sull’argomento diversi altri saggi: Pio XII e la Seconda guerra mondiale negli archivi vaticani di Pierre Blet (San Paolo), I dilemmi e i silenzi di Pio XII di Giovanni Miccoli (Rizzoli), La Chiesa e lo sterminio degli ebrei di Renato Moro (Il Mulino). Da ultimo Hitler, la Santa Sede e gli ebrei di Giovanni Sale (Jaca Book). Evidentemente questa produzione di elevato livello scientifico ha dato modo di riflettere a Cornwell, che ora si dimostra disponibile a rivedere le proprie posizioni alla luce dei fatti.
Amos Luzzatto, presidente delle comunità ebraiche:
«orrendo»
il documento sui bimbi accolti nei conventi
(dal Corriere della Sera del 29
dicembre 2004)
C’era da aspettarselo. Il documento del
Sant’Uffizio pubblicato ieri dal Corriere della Sera ha riacceso le polemiche
sulla possibile beatificazione di Pio XII. A sollevare la questione è Amos
Luzzatto, presidente delle comunità ebraiche italiane, che si dichiara
«allucinato» e bolla come «agghiacciante» e «orrendo» l’ordine, approvato da
Papa Eugenio Pacelli, di non restituire alle famiglie i «bambini giudei»
battezzati che avevano trovato rifugio presso istituzioni cattoliche francesi
durante l’occupazione nazista. Se il Vaticano deciderà di beatificare comunque
Pio XII, nonostante questa scoperta archivistica, Luzzatto non esclude «che vi
saranno problemi nei rapporti con gli ebrei». A suo parere, siamo di fronte a
una vicenda ancora più grave del famoso caso di Edgardo Mortara, il bambino
ebreo bolognese sottratto alla famiglia, perché battezzato, all’epoca di Pio
IX, prima che scomparisse lo Stato Pontificio. Il documento infatti, sottolinea
Luzzatto, «porta la data dell’ottobre 1946», quando «tutti già sapevano che
cosa era successo agli ebrei d’Europa, conoscevano gli orrori dei campi di
concentramento». Eppure la decisione del Sant’Uffizio «non fa cenno alcuno»
all’Olocausto: «È un documento arido, burocratico - insiste Luzzatto - che non
ha nessuna sensibilità, mi spiace dirlo, per la Shoah». La diatriba pare
destinata a inasprirsi, visto che sulla sponda opposta padre Peter Gumpel,
postulatore della causa di beatificazione riguardante Pacelli, sostiene che il
documento uscito sul Corriere , «ammesso che sia autentico, non inficia affatto
la santità di Pio XII». E si richiama al diritto canonico vigente all’epoca.
«Secondo la dottrina prevalente del tempo - spiega Gumpel - se un bambino
riceveva il battesimo aveva il diritto ad avere un’educazione cattolica ed era
considerato ormai membro effettivo della Chiesa. Ciò lo poneva sotto la
giurisdizione dell’autorità ecclesiastica: una vecchia legislazione che non
derivava da Pio XII. Lui applicò solo le norme in vigore».
Sembra insomma che la vicenda riproponga
l’antico e angoscioso dilemma di Antigone: da una parte l’inflessibile dettato
delle norme scritte, per giunta religiosamente ispirate; dall’altra il senso
umanitario e il rispetto del legame filiale tra bambini e genitori. Ma va
aggiunto che le istruzioni del Sant’Uffizio riguardavano anche gli orfani ebrei
non battezzati, per i quali si suggeriva che la Chiesa continuasse a farsene
carico, a dispetto delle richieste delle comunità israelitiche. Non bisogna
dimenticare poi che il nunzio pontificio in Francia Angelo Roncalli (divenuto
poi Papa Giovanni XXIII), con una lettera del luglio 1946, aveva appoggiato
l’azione del rabbino Herzog, impegnato nella ricerca dei piccoli ebrei accolti
nei conventi. Dunque nella gerarchia ecclesiastica potevano manifestarsi
atteggiamenti di maggiore apertura, anche se non è chiaro come Roncalli abbia
poi accolto la decisione del Sant’Uffizio, posteriore di alcuni mesi alla sua
lettera. Peraltro Gumpel avanza delle riserve anche sull’autenticità del
documento, chiedendosi perché sia finito in un archivio diverso da quello della
Nunziatura. È evidente che la questione merita di essere approfondita in ogni
suo aspetto.
(dal Corriere della Sera del 29 dicembre 2004)
La decisione del Sant’Uffizio, approvata da Pio XII, sui bambini ebrei accolti da istituzioni e famiglie cattoliche in Francia durante l’occupazione nazista, porta la data del 20 ottobre 1946 ed è stata rinvenuta negli Archivi della Chiesa di Francia La direttiva raccomanda di non rispondere per iscritto alle comunità israelitiche che chiedono la restituzione dei minori e suggerisce di prendere tempo per esaminare ogni richiesta caso per caso. Nel merito, si specifica innanzitutto che i bambini ebrei battezzati «non potranno essere affidati a istituzioni che non ne sappiano assicurare l’educazione cristiana». Quanto ai non battezzati, si sconsiglia di sottrarre gli orfani alla custodia della Chiesa per affidarli a «persone che non hanno alcun diritto su di loro». Si ammette solo la restituzione dei bambini reclamati dai loro genitori, purché i piccoli «non abbiano ricevuto il battesimo». Il documento sarà incluso nel secondo tomo del quinto volume dell’edizione nazionale dei diari spirituali, dei quaderni e delle agende di lavoro di Papa Giovanni XXIII, in corso di pubblicazione da parte dell’Istituto per le scienze religiose di Bologna (www.fscire.it). Il quinto volume dell’opera, curato da Étienne Fouilloux, raccoglie le agende private tenute da Angelo Roncalli quando si trovava in Francia come nunzio apostolico. Il primo tomo, appena uscito, riguarda gli anni dal 1945 al 1948. Il secondo, che vedrà la luce tra circa un anno, concerne il periodo 1949-53 e conterrà il documento anticipato dal Corriere , scoperto troppo tardi per poter essere pubblicato nel primo.
Pacelli fu coerente: ogni battezzato è figlio della
Chiesa
di VITTORIO MESSORI
«Straordinario documento», «ordini
agghiaccianti», addirittura un «proprio così!». Sorprende un poco che uno
studioso come Alberto Melloni, tra l’altro ottimo conoscitore di cose
cattoliche, sembri abbandonare la sobrietà dello storico per adottare un
linguaggio ad effetto. E, questo, dando notizia delle istruzioni della Santa
Sede al nunzio in Francia, Angelo Roncalli, per affrontare il problema dei
bambini ebrei affidati «alle istituzioni e alle famiglie cattoliche».
Innanzitutto non andrebbe dimenticato che la semplice esistenza di un simile
problema testimonia di un merito ecclesiale tra i più alti. Nei ringraziamenti
commossi che sommersero Pio XII al termine della guerra e che provenivano da
tutte le istituzioni e le comunità ebraiche, si faceva cenno alla generosità
con cui la Chiesa accolse e nascose gli ebrei braccati e in particolare i
bambini. Per citare un solo caso italiano, l’arcivescovo di Torino, cardinale
Maurilio Fossati (decorato nel 1945 con una medaglia d’oro dal rabbino capo
della città, assieme al segretario, monsignor Barale, che era stato arrestato
dai tedeschi), si adoperò perché le suore salesiane organizzassero a Valdocco
un vero e proprio asilo nido clandestino per i piccoli israeliti.
Se, dunque, alla fine della guerra, la
Chiesa dovette confrontarsi con un problema - che coinvolse tra l’altro non
alcuni, ma molti, moltissimi ebrei - è perché, davanti al dramma, non rimase
spettatrice, ma intervenne tanto attivamente quanto prudentemente, come le
circostanze esigevano. Per venire ora al documento «straordinario»: precisato
che una valutazione storicamente oggettiva sarà possibile solo a pubblicazione
avvenuta delle Agende roncalliane, va osservato che la disposizione del
Sant’Uffizio è del 20 ottobre del 1946. Da oltre due anni la Francia era stata
liberata, la guerra era terminata da diciassette mesi ed è dunque ovvio
presumere che, in tutto quel tempo, la maggioranza dei casi avesse trovato
soluzione. Recuperare un bambino che si è dovuto nascondere è forse cosa da
differire nel tempo o non prevale su ogni altra urgenza? Poiché non si ha
notizia di difficoltà insorte tra Chiesa (e non solo di Francia, ma di tutta
l’Europa già occupata) e comunità ebraiche, è giustificato pensare che tutto si
sia risolto nella pace e nel buon senso. Sembra, dunque, che il documento
dell’autunno del 1946 riguardi casi residuali, di particolare complessità. Ma,
anche qui, Melloni stesso ammette che il nunzio Roncalli, pur così sensibile su
questi temi, non ha lasciato nelle sue agende alcuna annotazione su problemi
insorti. Non si dimentichi che il suo soggiorno a Parigi durerà ancora più di
sei anni. Eppure, nessuna crisi, nessuna protesta, nessun intervento politico o
diplomatico: dunque il documento «agghiacciante» non sembra avere provocato
effetti constatabili, se stiamo almeno a quanto registrato dalla Nunziatura del
pur vigilantissimo futuro Giovanni XXIII.
Per scendere ai particolari delle
disposizioni del Sant’Uffizio: ogni storico sa che tra i luoghi comuni di ogni
governo (soprattutto in tempi turbolenti come quel dopoguerra francese) c’è la
consegna ai propri ambasciatori di parlare, ma, per quanto possibile, di
scrivere poco. Sospettare, dunque, atmosfere oscure e inconfessabili dietro
quell’«oralmente» raccomandato dal Vaticano sarebbe da dilettante che ha poca
dimestichezza con archivi diplomatici. Poiché lo spazio non lo consente, siamo
costretti a trascurare altri punti del documento (il quarto, soprattutto) e a
concentrarci sul vero centro delle disposizioni vaticane, quello che non a caso
ha ispirato il titolo del giornale: «I piccoli giudei, se battezzati, devono
ricevere un’educazione cristiana». Qui sta lo scandalo che, tra l’altro, mise a
rumore l’Europa quando, nel 1858, Pio IX, ancora Papa-re, tolse alla famiglia
Edgardo Mortara, piccolo ebreo bolognese, perché fosse allevato in un collegio
cattolico, almeno sino alla maggiore età: dopo i 18 anni avrebbe potuto
scegliere. In quel caso, scelse il sacerdozio (assumendo il nome «Pio» per
riconoscenza verso il Papa) e morì, novantenne, in odore di santità, lasciando
un diario, sinora inedito, che la Mondadori pubblicherà la prossima primavera e
che sorprenderà molti.
Qui è possibile solo tentare di far
comprendere alcune delle ragioni che, in simili casi, rendono «prigioniera» la
Chiesa. Questa, conformemente al pensiero dei Padri, proibisce da sempre che i
figli minorenni di ebrei siano battezzati senza il consenso dei genitori. Ma
se, per una qualunque ragione, il battesimo è validamente amministrato, questo
rende «cristiani» ex opere operato , imprime il carattere indelebile di
figlio della Chiesa. La quale, sentendosi Madre, non ha mai consentito né mai
consentirà di abbandonare chi - nel mistero della fede - con il sacramento è
entrato per tutta l’eternità nella sua famiglia. Ci rendiamo ben conto che, per
comprendere un simile atteggiamento, occorre porsi in una prospettiva di fede.
Al di fuori di essa, disposizioni come quelle di Pio IX e di Pio XII, in linea
con la millenaria Tradizione, possono apparire (perché nasconderlo?) disumane.
Se ne sono resi conto i Papi stessi, che - custodi e non padroni della
Rivelazione - hanno fatto vivere, ma hanno vissuto essi stessi, autentici
drammi. Ma non in nome di un arido legalismo, bensì in una dimensione
misterica, pur umanamente dura, che solo la credenza nel Vangelo può rendere
accettabile. Diverso il discorso sugli autori di quei battesimi. Se hanno agito
su infanti senza che i genitori fossero consenzienti, hanno peccato gravemente,
sono andati contro il diritto canonico e le disposizioni secolari della Chiesa.
Si può comunque escludere sin da ora che i battesimi francesi (se davvero ce ne
furono di illeciti) siano stati impartiti su ordine o anche solo con la
connivenza delle autorità ecclesiastiche.
messori@numerica.it
«Quelle parole non implicano scarsa sensibilità
sulla Shoah»
(dal Corriere della Sera del 29
dicembre 2004)
«Non credo proprio che il documento pubblicato
dal Corriere , di per sé, dimostri una presunta scarsa sensibilità della Chiesa
dell’epoca verso la tragedia della Shoah. Sarebbe così se effettivamente
numerosi bambini ebrei non fossero stati restituiti alle famiglie dopo la
guerra. Ma di episodi del genere non ho mai sentito parlare: se si fossero
verificati, con un precedente clamoroso come il caso Mortara, sicuramente
sarebbero ben noti». Andrea Tornielli, vaticanista del Giornale e autore nel
2001 del libro Pio XII. Il Papa degli ebrei (Piemme), non vuole polemizzare con
Amos Luzzatto, ma invita a non esprimere giudizi affrettati sulla decisione del
Sant’Uffizio. Non fa impressione il divieto di restituire i bambini ebrei
battezzati ai loro genitori?
«Il problema esiste, ma va considerato
che il battesimo per la fede cattolica ha un valore straordinario, in quanto
muta l’essere della persona che lo riceve, incorporandola nella Chiesa.
Comunque il documento, fissata la cornice dottrinale della questione, invita a
procedere caso per caso, perché spesso agli ebrei perseguitati e ricercati dai
nazisti venivano forniti dei falsi certificati di battesimo».
Ma ci sono anche gli orfani non
battezzati, che il Sant’Uffizio raccomanda di non consegnare alle comunità
ebraiche. «Qui usa però termini più sfumati, afferma che "non è
conveniente" sottrarre quei bambini alla tutela della Chiesa. Tra l’altro
vorrei sottolineare che Roncalli, nelle sue agende private, non accenna mai a
questo documento, mentre parla dettagliatamente di altri temi assai meno
rilevanti».
Si può dunque ipotizzare che il futuro
Giovanni XXIII condividesse la posizione del Sant’Uffizio? «Dico soltanto che è
profondamente sbagliato dividere la Chiesa in buoni e cattivi, tracciare una
specie di solco invalicabile fra Pio XII e il suo successore, per gettare su
Papa Pacelli una luce sfavorevole. Roncalli stesso dichiarò che durante la
guerra, a Istanbul, si era adoperato per mettere in salvo un gran numero di
ebrei in base a ordini ricevuti da Pio XII».
INEDITI Una disposizione del
Sant’Uffizio, datata ottobre 1946, rivela nuovi aspetti di una vicenda dolorosa
(di ALBERTO MELLONI dal Corriere della Sera del 28
dicembre 2004)
Monsignor
Angelo Roncalli (futuro papa Giovanni XXIII) inviato a Parigi da Pio XII come
nunzio apostolico presso il governo provvisorio di de Gaulle, si occupò dei
bimbi israeliti rifugiati nei conventi francesi e spesso disattese le
istruzioni (che pubblichiamo in anteprima) inviategli nel ’46 dal Vaticano, che
non consentivano di restituire i minori, soprattutto se questi erano stati
battezzati o non avevano genitori. Lo rivela il volume Anni di Francia. Agende
del nunzio Roncalli (1945-1948) che esce ora a Parigi.
Chi augurerà buon anno a Charles de Gaulle il 1°
gennaio 1945? Questa domanda, apparentemente sciocca, angoscia Pio XII nel
dicembre 1944 e segna uno snodo importante per la politica vaticana di allora e
dei decenni successivi. Nella Parigi liberata di quei mesi si va infatti
ricostituendo il rituale civile, a partire dagli auguri che il corpo
diplomatico porge al capo di Stato. Per tradizione tali voti augurali venivano
letti dal nunzio, decano del corpo diplomatico in Francia. Ma per il Capodanno
del 1945 il nunzio ancora non c’è. De Gaulle ha fatto cacciare monsignor
Valeri, disponibile al dialogo col regime collaborazionista di Vichy. Nominare
un nunzio vuol dire riconoscere il diritto di de Gaulle a epurare la Chiesa; ma
non nominarlo significa cedere all’anziano ambasciatore dell’Urss il diritto di
pronunciare il discorso dell’Eliseo - e per Pio XII questo sarebbe un
immeritato regalo a Stalin. La questione non è protocollare. La cartina
d’Europa del Capodanno 1945 racconta di destini imminenti e fatali. Per ciascun
Paese è vicina la vittoria, la vendetta, la catastrofe, la libertà, la
rinascita, la divisione. E il Vaticano deve riposizionare se stesso, dopo che alcuni
capisaldi prima scontati (l’indulgenza verso il confessionalismo autoritario,
l’anticomunismo ideologico, il pregiudizio antisemita, la diffidenza per la
democrazia liberale) si sono rivelati radici della tragedia bellica. Ma la
Chiesa può accettare una politica che adotti la democrazia nella sfida al
comunismo e la rottura col nazifascismo come principio da cui essa stessa non è
esentata? E a rovescio: può la Chiesa rinunciare a vivere il futuro dell’Europa
per limitarsi al rimpianto d’un passato inglorioso? Questo è il groviglio in
cui sono impigliati gli auguri a de Gaulle del Capodanno 1945.
Pio XII taglia quel nodo con una mossa personale e
audace. Piglia da Istanbul, ultima retrovia della politica estera pontificia,
un diplomatico di basso rango e, contro il parere di molti suoi collaboratori,
lo manda a Parigi. Monsignor Angelo G. Roncalli, un bergamasco fino a quel
momento sconosciuto ai più, ma non agli ebrei che aveva aiutato a fuggire verso
la Palestina, sale così al primo posto della diplomazia vaticana. Il suo
compito è arduo: il ministro degli Esteri Georges Bidault, proprio perché
cattolico, è il più intransigente nel pretendere la testa di molti vescovi
accusati di collaborazionismo; il ricomporsi politico della nazione coincide
con una rinascita impetuosa della ricerca teologica che Roma guarda male; e
mille questioni - dal processo di Norimberga alla nascita dell’Unesco, dalla
conferenza di pace alla nomina di nuovi vescovi - bussano alla sua porta. Che
Roncalli se la cavi con buon successo era già noto. Ma ora possiamo capire
molti dettagli inediti, perché con il volume Anni di Francia. Agende del
nunzio Roncalli 1945-1948 , Étienne Fouilloux, uno dei massimi storici
francesi, pubblica le fitte note quotidiane di quel periodo.
Esse svelano poco dell’uomo Roncalli (che con un filo
di ironia trema dei successi del Pci a Sotto il Monte, suo paese natale), ma
dicono molto dei dilemmi che attraversano la politica vaticana. Il
cattolicesimo francese, infatti, è stato su tutti i fronti: ha collaborato e ha
resistito; chiede un ricambio e offre copertura; pensa vie nuove
teologico-politiche e sporge le denunzie al Sant’Uffizio. Roncalli si muove fra
questi scogli con studiata lentezza, che i testi inediti documentano ora per
ora. È un nunzio fedele alla politica di Pio XII, ma ha una sua sensibilità e
una sua storia.
È così per la Shoah. Roncalli, appoggio sicuro negli
anni d’Istanbul per il rabbinato e per l’Agenzia ebraica, trova a Parigi un
ambiente attento e attivo: nella capitale francese Jules Isaac sta promuovendo
la rete di intellettuali che redigerà i «punti di Seelisberg», coi quali si
chiedeva alla Chiesa di ripudiare ogni variante dell’antisemitismo; da Parigi
passa il gran rabbino di Palestina Herzog, per cercare di ottenere che vengano
restituiti alle organizzazioni ebraiche i bambini salvatisi nelle case e nei
conventi cattolici.
Roncalli, racconta l’ Agenda , riceve il
rabbino Herzog nel 1946 come un amico e, con una lettera del 19 luglio, lo autorizza
«ad utilizzare della sua autorità presso le istituzioni interessate, di modo
che ogni volta che gli fosse stato segnalato, questi bambini potessero
ritornare al loro ambiente d’origine». Tuttavia (come rivela uno straordinario
documento, parte dell’apparato del secondo tomo delle Agende di Francia ,
che i lettori del Corriere possono leggere in anteprima) al nunzio
arrivano nello stesso 1946 istruzioni elaborate dal Sant’Uffizio e approvate da
Pio XII. Al nunzio Roncalli, la cui fraternità con gli ebrei in transito dalla
Turchia non era passata inosservata, si trasmettono ordini agghiaccianti: non
deve dare risposte scritte alle autorità ebraiche e precisare che «la Chiesa»
valuterà caso per caso; i bambini battezzati possono essere «dati» solo a istituzioni
che ne garantiscano l’educazione cristiana; i bambini che «non hanno più i
genitori» (proprio così!) non vanno restituiti e i genitori eventualmente
sopravvissuti potranno riaverli solo nel caso che non siano stati battezzati...
Alcune delle vicende su cui queste disposizioni
cadono si risolveranno felicemente, ma non tutte. Di casi di sottrazione dei
bambini ebrei - repliche del caso Mortara dei tempi di Pio IX nella Francia del
dopoguerra - non c’è per ora un censimento, se non nella memoria ferita delle
vittime di questa tragedia umana e spirituale. Nemmeno Roncalli ne annota in
dettaglio gli sviluppi, abile com’è nel filtrare tutto in uno stile
ecclesiastico apparentemente impassibile. Ma è difficile credere che questi
episodi non siano alla base della sua risposta positiva a Jules Isaac, che nel
1960 gli chiede di aprire una riflessione sui punti di Seelisberg: quando nel
1955 Isaac li aveva portati a Pio XII, il Papa gli aveva detto «li appoggi su
quel tavolo», quasi a marcare un abisso fisico fra due umanità; quando nel 1960
li porterà a Giovanni XXIII, questi li accoglierà e farà iscrivere il ripudio
degli antisemitismi nell’agenda del Concilio Vaticano II. Decisione capitale,
perché diceva a tutti che la Chiesa non vive immacolata negli orrori della
storia, ma ne è parte, nel bene e nel male; diceva che nell’Europa senza più
innocenza del secondo Novecento il futuro non vive di mitologie del sé, ma di
una memoria umile e sincera, radice d’indispensabile cambiamento, anima della
speranza nel tempo.
Nuovi documenti svelano le ragioni della crisi tra Vaticano e Washington, dopo la vittoria del ’45
(di Ennio Caretto dal Corriere della Sera del 31 maggio 2004)
WASHINGTON - La liberazione di
Roma nel giugno del ’44 e quella del resto dell’Italia quasi un anno dopo
ebbero un effetto negativo sulla tacita alleanza tra l’America e il Vaticano,
un’alleanza che durante la guerra fu cruciale per la intelligence, la
diplomazia e le trattative di pace. L’amministrazione Usa cessò la
collaborazione con la Santa Sede alla fine del ’49, inizio del ’50, senza
preavviso, richiamando il suo rappresentante personale presso di essa Myron
Taylor. Lo fece dietro le forti pressioni delle Chiese protestanti americane e
della corrente anticattolica al Congresso, «il can-can dei miei amici bigotti»
lo chiamò il presidente Harry Truman. Ma si rese subito conto del grave errore
politico commesso - la guerra fredda rendeva ancora più preziosa l’alleanza - e
tentò di rimediarvi nel biennio successivo. Dapprima Harry Truman si propose di
riprendere le relazioni diplomatiche interrotte nel 1868. Poi ripiegò sulla
scelta di un rappresentante personale, Allen Dulles, il capo della Cia. Infine
nominò al posto il generale Mark Clark, il liberatore di Roma. Erano nomi
prestigiosi, ma «i bigotti» e il Congresso lo bloccarono di nuovo. Il
presidente si arrese e si scusò in una lettera a Pio XII nel ’52. La battaglia
del ’50-’51 sul Vaticano è illustrata dai dossier del Dipartimento di Stato
ripubblicati con altri per il 60esimo anniversario del «D-Day», lo sbarco in
Normandia. La visita del presidente Bush a Giovanni Paolo II li rende attuali:
da quando Ronald Reagan riallacciò formalmente i legami, la Casa Bianca ritiene
la Santa Sede un interlocutore indispensabile in politica interna ed estera.
Non fu così alla fine del conflitto mondiale: come il predecessore Franklin
Roosevelt, Truman venne inondato dalle proteste di quello che era in effetti il
Partito antipapista - un partito che influiva sulle elezioni - per la sua
«special relationship» con Pio XII. Riferiscono i documenti che il presidente
vedeva nel Pontefice «uno dei massimi statisti del Vaticano dei due ultimi
secoli, un fattore di pace». Ma le elezioni congressuali del novembre del ’50
lo dissuasero dall’andare a uno scontro frontale. Quell’anno, il Dipartimento
di Stato caldeggiò invano il ritorno alle relazioni diplomatiche, osservando
che «la Santa Sede è vigorosamente impegnata nella lotta contro il comunismo,
potremmo coordinare gli sforzi per combatterlo». Altrettanto invano, Truman
chiese di mandare al Vaticano Dulles, il signore dello spionaggio. Una lettera
dell’ambasciatore americano a Roma James Dunn del 30 giugno del ’50 sottolinea
l’amarezza di Pio XII per la brusca fine della collaborazione e assieme il suo
desiderio che l’America «stabilisca rapporti ufficiali» con il Vaticano. «Sua
santità - dice - si rammarica di non avere ricevuto comunicazione alcuna dal
presidente. Rileva che in questa situazione non può intrattenere un dialogo con
gli Usa. Ricorda che l’America gli è molto cara e che i Paesi liberi dovrebbero
restare uniti». Una visita a Washington di monsignor Montini - il futuro Paolo
VI - nell'agosto del ’51, è di ulteriore sollecitazione e ammonimento a Truman.
Montini depreca «il crescente vuoto» tra l’amministrazione e la Santa Sede «che
può alienare i cattolici di tutto il mondo» alla Superpotenza, e sottolinea che
«se scoppiasse un’altra guerra il Vaticano dovrebbe rimanere imparziale, e non potrebbe
aprire le porte a un vostro rappresentante». Un particolare inquietante: con la
Corea in fiamme, il Dipartimento di Stato sospetta che Montini voglia creare
una succursale del Vaticano in Canada o in Sud America nel caso che scoppi il
terzo conflitto mondiale. «Il Papa non lascerebbe Roma - commenta -. Sarebbe
nel nostro interesse riavvicinarci al Vaticano adesso». I messaggi papali sono
così chiari che nell’ottobre del ’51 Truman annuncia all’improvviso la nomina
del generale Mark Clark a suo rappresentante personale alla Santa Sede.
Evidenzia che Clark è protestante, che incontrò Pio XII alla liberazione di
Roma e ne divenne amico, che è popolare in Italia, che il contributo del
Vaticano all’equilibrio internazionale è prezioso. Clark pone delle condizioni:
che il Congresso approvi la sua nomina, che la sua carriera militare non sia
messa a rischio, che il suo referente sia il segretario di Stato o il
presidente. Truman chiede alla Cia di valutare gli effetti della sua mossa. La
risposta: la reazione dell’Europa e dell’America latina sarà positiva, quella
della Cina e dell’Urss negativa - «denunceranno l’asse clericale e
imperialista» - quella del Medio Oriente quasi indifferente, «sebbene la Santa
Sede appoggi la internazionalizzazione di Gerusalemme». Il presidente è
persuaso di avere vinto, ma il Congresso lo boccia. Il 13 gennaio del ’52,
Clark, che si era mostrato sempre più restio ad abbandonare le forze armate,
rinuncia alla nomina. Il maggio successivo, il generale prenderà il comando
delle truppe dell’Onu in Corea, e Truman, che ha deciso di non ricandidarsi,
scriverà a Pio XII. Il presidente ricorda al Papa di avere resistito alle
pressioni delle Chiese protestanti fino all’ottobre del ’49 e spiega di
sentirsi ostaggio del Congresso. «Con mio grande rincrescimento - afferma -
devo rinunciare al mio piano. Le nostre elezioni di novembre sono molto
incerte, e i leader cattolici americani dicono che la mia insistenza potrebbe
danneggiarci». Sottolinea che Myron Taylor, nella nuova veste di ambasciatore
itinerante presso le Chiese di tutto il mondo, ha mantenuto comunque i contatti
con la Santa Sede negli ultimi due anni. Pio XII risponde, a luglio, in tono
critico: «La opposizione da lei incontrata non può che essere deplorata. È
difficile credere che rappresenti la posizione della maggioranza degli
americani, un popolo aperto e tollerante. La ripresa dei nostri rapporti non
pregiudicherebbe la libertà e l’indipendenza dello Stato né della Chiesa, ma
favorirebbe la collaborazione per la pace e il benessere».
Shoah, l’allarme ignorato da Pacelli e Roosevelt
Pubblicati i diari di James McDonald: nel periodo
1933-35 chiese al cardinale e al presidente di agire per soccorrere gli ebrei
(di Ennio Caretto dal Corriere della Sera del
23 aprile 2004)
WASHINGTON - Dal 1933 al 1935, il diplomatico americano James McDonald, alto commissario ai rifugiati della Lega delle nazioni, ammonì inutilmente i grandi della terra, dal futuro papa Pio XII a Franklin Roosevelt, che Adolf Hitler minacciava lo sterminio degli ebrei. McDonald, che protestò anche presso Mussolini, non riuscì a ottenere altro che un modesto aiuto dall'allora segretario di Stato del Vaticano, Eugenio Pacelli, per gli ebrei della Saar nel 1935. Sdegnato, il diplomatico si dimise, per ritornare alla politica solo nel 1948, come primo ambasciatore americano presso il neonato Stato di Israele. Ma la pubblicazione dei suoi diari inediti, avvenuta ieri al Museo dell'Olocausto a Washington, ha riaperto le polemiche sulle responsabilità dell'Occidente - omissione di soccorso - nello sterminio degli ebrei. Se Pacelli, Roosevelt, Winston Churchill e altri sapevano o almeno sospettavano da 7-8 anni degli intenti di Hitler, perché non mossero un dito per salvare la popolazione ebraica perseguitata? Nato nel 1886 da una potente famiglia dell'Ohio, il padre americano e la madre tedesca, James McDonald fondò nel 1919 la Foreign Policy Association, e più tardi fu uno dei promotori della Lega delle nazioni. All'ingresso alla Casa Bianca nel 1933, Roosevelt, che aveva lavorato con lui sotto la presidenza di Woodrow Wilson, lo mandò in Europa, dove McDonald divenne «i suoi occhi e le sue orecchie». Nell'aprile di quell'anno, la Lega delle nazioni incaricò il diplomatico americano d'indagare sull'esodo degli ebrei dalla Germania. McDonald riferisce dell'incontro con Ernst Hanfstaengl, il portavoce di Hitler, suo compagno di studi all'Università di Harvard. «Ernst mi ha raccontato che Hitler distruggerà gli ebrei finanziariamente, ma che potrebbe anche eliminarli fisicamente. Sarebbe semplice farne fuori 600 mila, mi ha spiegato. Per ogni ebreo, abbiamo un soldato scelto. In una notte, finirebbe tutto». Una settimana dopo, McDonald è a colloquio con Hitler. «Fate tanto chiasso per l'espulsione degli ebrei - rileva gelidamente il Führer - quando ci sono centinaia di migliaia di ariani senza casa. Il mondo non ha motivo di lamentarsi, perché la Germania sta combattendo non solo per sé, ma anche per lui». Il mese successivo, McDonald si reca da Roosevelt alla Casa Bianca. Precisa che i nazisti gli parlano con estrema franchezza «perché conosco perfettamente il tedesco e ho l'aspetto di un ariano». Descrive Hitler come «un uomo con gli occhi del fanatico ma intelligente, che ha il controllo degli eventi». E chiede a Roosevelt di aprire le porte degli Stati Uniti ai rifugiati ebrei. Ma il presidente, sebbene allarmato, si dichiara impossibilitato ad aiutarlo perché l'America è agitata da furenti polemiche sugli immigrati. Nell’agosto seguente, McDonald si rivolge perciò al cardinal Pacelli in Vaticano, ma è un altro fiasco. «Sono deluso dal suo atteggiamento - scrive nei diari -. Simpatizza per gli ebrei, ne depreca le sofferenze, ma è preoccupato soprattutto dei rapporti tra la Santa Sede e Berlino. Non ha preso alcun impegno, mi ha dato l'impressione che non avrò una collaborazione vigorosa». Il diplomatico americano torna alla carica nel 1935, dopo il referendum sull'annessione della Saar alla Germania. Offre un baratto al futuro Pio XII, ex nunzio apostolico in Germania e padrone del tedesco come lui: aiuti alla Chiesa cattolica in Messico, dove il governo le è ostile, in cambio di un sostegno ai rifugiati ebrei della Saar. «Questa volta il cardinale mi presta attenzione», annota McDonald, che più tardi elogia l'operato dei preti nella regione. E' molto più di quanto non faccia l'Inghilterra, l'unica potenza, oltre l'America, in grado di intervenire. Quando McDonald affronta l'arcivescovo di Canterbury, si sente infatti rispondere che «gli stessi ebrei potrebbero essere responsabili della loro persecuzione». Dopo altri vani sforzi, tra cui uno con Benito Mussolini, che rifiuta di compiere dei passi presso Hitler, il diplomatico finisce per dimettersi dalla Lega delle nazioni, che comunque è ormai moribonda. In una lettera furente, McDonald protesta che «anche in America e in Inghilterra c'è antisemitismo», e che Washington e Londra «ritengono di avere le mani legate» dalla politica interna e dal riarmo. Per quindici anni, l'ex diplomatico farà l'editorialista del New York Times e della radio Nbc, e per tutto il resto della vita le case editrici americane rifiuteranno di pubblicarne i diari. «Fu un errore», commenta ora lo storico dell’Olocausto Richard Breitman. «Su alcuni punti essi sono illuminanti». Breitman non pensa che i diari di McDonald dimostrino che l'Olocausto fu pianificato dai dirigenti del Terzo Reich già nel 1933 o 1935, ma sostiene che «al minimo segnalano che lo sterminio degli ebrei fu discusso dal nazismo fino dalla sua nascita», e che i futuri alleati e il Vaticano «avrebbero dovuto prendere atto della possibilità della tragedia». A parere dello storico, Roosevelt in particolare sembra consapevole del pericolo che Hitler rappresenta per la comunità ebraica mondiale e per la pace. Dai diari, né il presidente né il cardinale Pacelli, conclude Breitman, «risultano indifferenti al problema degli ebrei». Ma questo accresce solo gli interrogativi sul loro silenzio e la loro condotta prima e all’inizio della guerra.
La passione della chiesa sotto il segno di Hitler
Un saggio ricostruisce gli anni tragici dei
cattolici tedeschi, con documenti inediti tratti dall’archivio segreto della
Santa Sede
Diffidenze, compromessi,
conflitti fino al “silenzio” di Pio XII: le relazioni tra Vaticano e Terzo
Reich
(di Francesco Margiotta
Broglio, dal Corriere della Sera del 10 aprile 2004)
“È prevedibile che con un
atteggiamento fermo da parte dei cattolici circa i principi religiosi e con una
ben intesa cortesia di modi si potrà forse ottenere che questo partito, oggi
molto corteggiato dai protestanti, purifichi il suo stato maggiore da certi
elementi che si rivelarono anticattolici e si pieghi a una collaborazione leale
(...) assicurando il pieno rispetto e la completa libertà della vita
cattolica”». Questo il suggerimento che il nunzio apostolico a Berlino, Cesare
Orsenigo, trasmetteva al segretario di Stato, Eugenio Pacelli, nel novembre
1931, di fronte all’«avanzarsi poderoso della falange degli hitleriani». Ma i
vescovi tedeschi, riuniti a Fulda nell’agosto del 1932, non si mostrarono
affatto «cortesi» e non esitarono a condannare il nazionalsocialismo,
dichiarando illecita per i cattolici l’appartenenza a quel partito. La condanna
ebbe però scarso seguito se, come il nunzio farà notare dopo le elezioni del
marzo 1933, «è purtroppo innegabile che il popolo cattolico si è volto verso il
nuovo Regime con entusiasmo, dimenticando le norme emanate dall’Episcopato».
Del resto, come mette in evidenza Giovanni Sale - professore alla Gregoriana,
redattore della Civiltà Cattolica e autore di questa vasta ric erca
basata su nuova e inedita documentazione vaticana - il nunzio per conciliare
cattolici e nazisti si sforzava «di dare un’interpretazione restrittiva» del
divieto posto dai vescovi a Fulda, ben diversa da quella «proibizione» con la
quale «essi avevano inteso condannare in toto l’ideologia
nazionalsocialista». La «proibizione», comunque, non durò a lungo : il 29 marzo
del 1933 i vescovi, tenuto conto delle «pubbliche e solenni dichiarazioni» di
Hitler, proclamarono decaduti «quei generali divieti e ammonimenti». Qualche
settimana prima, durante il Concistoro, Pio XI aveva lodato «pubblicamente il
cancelliere (...) per la posizione da lui presa contro il comunismo», ma già
dal settembre del 1930 Orsenigo aveva scritto a Pacelli che il partito di
Hitler meritava «considerazione per l’opposizione decisa e talvolta persino
violenta che mantiene contro i comunisti». La strada per il Concordato con il
Reich era ormai aperta nel solco di quell’intesa con il fascismo che aveva
portato alla Conciliazione del 1929: l’appunto dell’antico segretario di Stato,
cardinale Pietro Gasparri, il negoziatore degli accordi con il Duce, che si
riproduce in questa pagina, è più eloquente di qualsiasi ricostruzione della
brevissima trattativa. Hitler, osserva Sale, aveva raggiunto il suo scopo:
«Abbattere in Germania, con la benedizione del Vaticano, il cattolicesimo
politico» . Il precedente di Mussolini con i popolari italiani era stato
determinante. Il volume, ricchissimo di elementi nuovi e di particolari inediti,
esamina successivamente: l’atteggiamento dei vescovi e della Santa Sede di
fronte alla prima legislazione antisemita (1933) e alla sterilizzazione
obbligatoria di alcune categorie di persone; l’ultima fase del pontificato di
Pio XI con l’enciclica contro il nazismo; il mancato incontro con il Papa
durante la visita di Hitler a Roma; la dibattuta questione del «silenzio» di
Pio XII di fronte all’Olocausto; il messaggio papale per il Natale del 1942; la
resistenza tedesca al nazismo; Santa Sede e gesuiti di fronte all’attentato a
Hitler del 20 luglio 1944. È impossibile, ovviamente, dar conto di tutte le
molte novità, le tesi e le interpretazioni di eventi e atteggiamenti molto
studiati e molto discussi (alcuni documenti utilizzati erano stati parzialmente
citati nei lavori recenti di Chenaux e di M. L. Napolitano). Rilevante,
comunque, la dettagliata replica del futuro Pio XII alla nota di protesta
dell’ambasciatore tedesco per l’enciclica contro il nazismo: «Il fatto che
errori simili» a quelli del bolscevismo «si trovino anche nelle file dei fronti
politici di difesa (...) antibolscevica, non può costituire un lasciapassare
per la tolleranza o la dimenticanza da parte del supremo magistero
ecclesiastico». Condannare i bolscevichi e non i nazisti sarebbe una
«parzialità ingiustificabile per la coscienza cristiana» e avrebbe «conseguenze
disastrose». Come è ormai dimostrato, a soli quattro anni dal Concordato, il
papato si rendeva conto degli errori di valutazione compiuti al momento della
presa di potere da parte di Hitler. Nel suo insieme, il volume di Giovanni Sale
contribuisce certamente a rendere meno schematico il quadro prevalente nella
vasta storiografia sull’argomento, integrando quello disegnato dagli studi più
recenti e più documentati (soprattutto Miccoli e Moro), dalle «alleanze» dei
primi anni ai «silenzi» degli ultimi, passando per la fase anticattolica del
regime che culminerà, appunto, nell’enciclica di Pio XI contro il nazismo. Gli
importanti documenti pubblicati andranno, ora, inc rociati criticamente
con i d ocumenti diplomatici degli Stati e con i molti altri materiali
d’archivio già pubblicati, anche dallo stesso Vaticano. Sarà difficile,
comunque, rivalutare integralmente un’opposizione delle chiese al nazismo,
«forte» solo quando venivano lese dottrine o prerogative proprie, dopo che, per
periodi non brevi, esse avevano riscontrato, nelle ideologie e nella politica
della Germania di Hitler, assonanze e convergenze.
Il libro: Giovanni Sale, «Hitler, la Santa Sede e
gli ebrei», editore Jaca Book, pagine 556, 29
Il futuro Papa Pio XII,
Eugenio Pacelli , già nunzio apostolico in Baviera e poi nella Repubblica di
Weimar, era segretario di Stato vaticano quando Hitler giunse al potere.
Dovette così gestire i difficili rapporti della Chiesa con il governo del
Reich, dal Concordato del 1933 all’aspro conflitto del 1937. Divenuto
pontefice, si mosse con grande prudenza, il che più tardi gli costò l’accusa di
aver taciuto sulla Shoah invece di denunciarne l’orrore.
UN RAPPORTO
«L’attentato al Führer fu un
trucco»
Era un cattolico praticante
Claus Schenk von Stauffenberg , il giovane aristocratico, ufficiale della
Wehrmacht, che fu ideatore ed esecutore (piazzò personalmente la bomba sotto il
tavolo) del fallito attentato a Hitler compiuto il 20 luglio 1944. E molti
credenti, compresi alcuni gesuiti, facevano parte del «circolo di Kreisau»,
definito da Giovanni Sale un «polo di resistenza civile al nazismo», che lo
stesso Stauffenberg aveva frequentato e che fu poi oggetto di una violenta
repressione. Se dunque ambienti cattolici erano coinvolti, del tutto ignaro di
quanto si preparava era il nunzio pontificio a Berlino, Cesare Orsenigo, come
conferma una nota informativa da lui redatta nel luglio 1945, che Sale ha tratto
dall’archivio della Civiltà Cattolica . A guerra finita, un anno dopo
l’attentato, il diplomatico ne accreditava, sulla base di confidenze ricevute,
un’interpretazione piuttosto singolare. A suo avviso si sarebbe trattato di una
messinscena organizzata da elementi della cancelleria di Hitler, dei quali
Orsenigo cita esplicitamente i nomi, per far venire allo scoperto gli elementi
infidi, disposti a collaborare con un eventuale governo antinazista. Secondo
questa ricostruzione, che non trova riscontro nelle successive ricerche
storiografiche, von Stauffenberg sarebbe stato probabilmente un povero ingenuo,
manovrato dagli uomini del Führer. Addirittura Orsenigo scriveva che Hitler
sarebbe rimasto illeso in quanto assente dalla stanza al momento dello scoppio,
mentre è noto che rimase leggermente ferito. Evidentemente, come accade spesso
in circostanze simili, si erano diffuse sull’argomento le più varie dicerie
dietrologiche. E anche un autorevole ed esperto prelato ne subiva l’influenza.
(Agenzia Giornalistica
Italia 13 febbraio 2004)
Pio XII volle pagare
personalmente parte del riscatto (50 kg d'oro) chiesto dalle SS tedesche che
occupavano Roma per salvare 300 ostaggi che altrimenti sarebbero stati
prelevati. Lo rivela il volume "Prima dell'alba. Autobiografia autorizzata
di Eugenio Zolli", pubblicato dalle edizioni San Paolo. La ricostruzione
dell'episodio spiega il perche', dopo la sua conversione al cattolicesimo,
Israel Zolli, rabbino capo della comunita' ebraica romana dal 1939 al 1945,
chiese il battesimo col nome di Eugenio. La scelta del nome di Pio XII,
"fu un gesto di simpatia verso il Pontefice", racconta il nipote
dello stesso Zolli, Enrico De Bernart, il quale esclude invece che sia stato
Pio XII a operare la conversione di Zolli. A svelare la vicenda del riscatto
chiesto dalle SS e' una dichiarazione dell'avvocato romano Giorgio Fiorentino,
che ha ricostruito una visita del rabbino Zolli in Vaticano "il giorno
precedente alla consegna dell'oro". "Il prof. Zolli , che era in
possesso di una commendatizia per il Comm. Ing. Bernardino Nogara, Capo del
Tesoro della Citta' del Vaticano - si legge nel testo - fu presentato da me
all'avv. Giuseppe Dieci , per essere piu' celermente introdotto ".
"Io stesso - rivela l'avvocato - accompagnai il prof. Zolli, ancora
Fiorentino, e l'avv. Dieci al portone di Sant'Anna e attesi avanti detto
portone fino al ritorno del prof. Zolli. Questi mi informo' di aver ottenuto in
via privata e riservata un prestito di quindici chilogrammi d'oro, da
restituirsi senza limiti di tempo, in equivalente oro o di valuta pregiata,
sulla semplice garanzia di una ricevuta a firma del Rabbino Capo e del
presidente della Comunita' Israelitica di Roma". (AGI) ..
Italia e Germania, gioco di inganni all’ombra del Vaticano
di EMMA FATTORINI * (Dal Corriere della
Sera 27 settembre 2003)
Dopo le rivelazioni sulla mancata scomunica, altri
documenti illustrano i tentativi del fascismo di utilizzare la Santa Sede per
ridimensionare la forza di Berlino
Nel periodo tra l' Anschluss e la
conferenza di Monaco, il rapporto con il Vaticano diventa l'occasione
strumentale per sondare, depistare, accelerare da parte tedesca, e per frenarla
da parte italiana, l'alleanza definitiva dei due Paesi. Persino gli uomini di
Hitler lanciano segni di distensione, per quanto inconsistente. Il 19 marzo il
conte Magistrati, incaricato d'affari italiano a Berlino, riferisce un
colloquio con il maresciallo Göring «che riconosce l'importanza del problema
religioso, specialmente in questo momento. Anche Hitler intenderebbe la
pacificazione religiosa; egli guarda avanti e non indietro, perciò sarebbe
propenso a concedere una grande amnistia generale. Per il Vaticano si avvicina
il momento della grande e definitiva chance di ottenere un accordo con il
Reich, ma perciò dovrebbe, quanto all' Anschluss , mostrarsi contento e fare
stare contenti anche i cattolici austriaci. Göring esclude la possibilità di
una visita di Hitler al papa e ricorda però con una certa simpatia l'udienza
concessagli dal Santo Padre nel 1933, ma che ebbe l'impressione che il papa non
facesse grande differenza tra nazionalsocialismo e comunismo». Sono
riconoscimenti di una palese falsità, a nessuno più che a Pacelli del tutto evidente;
eppure, ancora una volta , senza demordere, il segretario di Stato ribatterà a
queste aperture riproponendo, indefesso, le basi di una possibile trattativa
che non vedrà mai la luce. D’altra parte, tra gli uomini di Mussolini il
ricorso a misure estreme contro Hitler, come la scomunica, era oggetto di
discussione, anche se poco fondato e probabilmente limitato a deterrente e
diversivo. Certo è che la questione religiosa e l'ormai incontenibile
intransigenza del pontefice diventano, per alcuni gerarchi quasi un disperato
tentativo per arginare l'alleato tedesco. La parte più imbarazzante spetta a
Ciano che non può deteriorare i suoi rapporti né con la Germania né con la
Santa Sede. «Il ministro Ciano non mi ha espresso il suo pensiero - scrive in
un rapporto del 30 aprile Borgoncini Duca, nunzio in Italia - però ho avuto
l'impressione che egli pure non sia entusiasta della politica tedesca e deplori
vivamente la persecuzione della Chiesa. «Avendomi poi domandato quali erano
state le impressioni avute in Vaticano per le dichiarazioni di Göring al conte
Magistrati, gli ho risposto che tali dichiarazioni non avevano potuto fare
alcuna impressione, perché subito smentite dall'atteggiamento del Capo. Egli mi
ha soggiunto che Göring è più conciliante di Hitler, il quale difficilmente
cambia rotta: però, come sua opinione personale, egli, conte Ciano, approvava
l'atteggiamento di moderazione della Chiesa che non aveva adottato estreme
sanzioni (scomunica, rottura dei rapporti diplomatici e simili). Queste parole
egli mi diceva forse perché io gli manifestassi qualche cosa in merito, ma io
gli ho risposto che la Santa Sede non ha voluto essere lei a recidere l'ultimo
filo, e non ho aggiunto altro. Mi è parso di intravedere nelle parole del conte
Ciano un qualche raffreddamento dell'onorevole Mussolini verso la Germania, e
forse anche che non disapproverebbe quelle sanzioni estreme». Non si hanno allo
stato attuale delle fonti riscontri significativi di questo
"raffreddamento" di Mussolini, mentre sono tanti e consueti i segni
di imbarazzo e di ipocrisia di Ciano. «Mi ha detto - riferisce sempre
Borgoncini Duca il 15 giugno - che egli ha cercato sempre di fare il possibile
per assecondare le richieste della Santa Sede e di avere dispiacere di non
essere riuscito in un punto solo: quello di mettere pace tra la Germania e la
Chiesa. Questo punto - sono sue parole testuali - lo tengo sulla coscienza
perché, come cattolico e figlio devoto della Chiesa, vorrei poter fare qualche
cosa, se non in via ufficiale, dovendo l'Italia ufficialmente restare estranea
a questo conflitto, almeno privatamente, ma con tutte le mie energie». Ciano,
nella ricostruzione di Borgoncini Duca, prosegue: «Una linea di intesa ci deve
essere ed io sarei lieto di potere prestare i miei servizi. La chiesa cattolica
perde terreno tutti i giorni in Germania», rileva ancora Ciano, e quindi si
domanda se «non sia il caso, di fronte a tante rovine, di recedere un poco...
dalla linea di intransigenza assoluta. D'altra parte il governo italiano si
trova, per non rimanere isolato, nella necessità imprescindibile di seguire la
politica dell'asse Roma-Berlino... ». Il nunzio chiede allora a Ciano che cosa,
a suo giudizio, si dovrebbe fare, dato che non si può trattare con persone
intrattabili e che non hanno alcuna coscienza. Il ministro degli Esteri gli
risponde: «Credo che tratterebbero. Ad ogni modo io non saprei che cosa di
pratico suggerire; ma solamente sentivo il desiderio di esprimere
confidenzialmente il mio stato d'animo ed offrire la mia qualsiasi opera». Come
si vede, è un continuo barcamenarsi di «si potrebbe fare e poi non si fa». Il 2
luglio il nunzio Borgoncini Duca viene ricevuto da Bottai, il ministro
dell’Educazione, che così commenta il suo recente viaggio a Colonia: «Ieri sera
l'ho riferito al Duce: non si immagina quello che sono capaci di fare se si
pensa che il ministro della Istruzione del Reich (se ho capito bene Rust) ha
fatto un discorso di un'ora e mezza per annunciare che bisogna finirla con la
religione portata da Gesù... che era un bastardo (riporto la bestemmia
sacrilega, tale e quale) senza preoccuparsi che parlava alla presenza del
ministro della Educazione nazionale di un paese cattolico. Egli ha esposto un
minuto programma di scristianizzazione. Ho assistito a riti in onore dell'acqua,
del fuoco, della terra che, mentre le bestemmie a noi italiani fanno aggrinzare
le carni, questi riti invece ci fanno ridere, però penso al grandissimo male
che tutto ciò arreca alla gioventù. Non so dove si arriverà di questo passo».
Il colloquio si conclude in un modo grottesco, con battute in romanesco sui
costumi ginnici che in Italia vanno «sempre più peggio». Il fatto che temi
tanto importanti (vi è in nuce la concezione della religione pagana
contrapposta alle radici semitiche del cristianesimo, l'educazione dei giovani
eccetera) finiscano «in un bel sollazzo romanesco», al di là del carattere
chiaramente minore dell'episodio, è sconcertante testimonianza di come
esponenti non del tutto secondari della scena politico-ecclesiale utlizzino la
«questione religiosa» in un momento tanto tragico. Persino il gerarca
Farinacci, filogermanico da sempre, nel commentare il congresso di Norimberga
del settembre 1938, dichiara a Rosenberg e Himmler: «l’Italia è fascista, è e
vuole rimanere cattolica e soprattutto in questo momento in cui l’orizzonte
internazionale si oscura non vedo l’opportunità di lotte religiose, anche dal
punto di vista tedesco». Un altro patetico tentativo di prendere le distanze da
Hitler, smentito da una successiva intervista che Farinacci darà alla stampa
nazista, in cui invece esalterà lo spirito del congresso di Norimberga.
Il quadro che esce da questi mesi è
dunque inquietante: nel regime, Mussolini e i suoi gerarchi sembrano
precipitare in un gorgo che li trascina, senza che siano in grado di compiere
atti significativi che non siano minacce, sentenze e invettive. Senza nessuna
conseguenza reale. In Vaticano, un pontefice sempre più solo, attorniato da
personalità disorientate, non all’altezza degli eventi. Uniche eccezioni, Tardini,
Montini e il segretario di Stato che si mantiene lucido. Un Pacelli di grande
statura diplomatica. E che di lì a poco, nel precipitare del mondo verso la
guerra, salirà al soglio di Pietro, e finalmente sceglierà una linea, ma non
sarà quella della intransigenza.
Silvestrini: il Duce prese atto dei timori di Pio XI
Scoppola: solo un alibi per sganciarsi dall’alleato
Di Enrico Mannucci (dal Corriere della Sera 27 settembre 2003)
Un documento clamoroso, aperto alle
interpretazioni e assolutamente da approfondire. E' questo il tono delle
reazioni al «suggerimento di scomunica» per Hitler rivolto nell'aprile 1938 da
Mussolini a Pio XI e presentato ieri dal Corriere della Sera . Un'indicazione
concreta, ad esempio, la offre il cardinale Achille Silvestrini , uno dei più
autorevoli testimoni sulla storia della Chiesa nel Novecento: «Il resoconto
dell'udienza è di per sé di valore. Ma per valutarne pienamente la consistenza
dovremmo incrociarlo con gli atti conservati nell'archivio sui rapporti tra
Santa Sede e Italia. Questi non sono ancora consultabili: a mio avviso è una
lacuna. Il dato fondamentale messo in luce è la montante indignazione di Pio XI
verso il nazismo persecutore. Penso che questa sia una delle chiavi
interpretative. Si può ipotizzare un incarico di Pio XI a padre Tacchi Venturi
per accertare il reale atteggiamento di Mussolini verso Hitler, in vista della
visita a Roma di quest'ultimo. Il Duce, in un certo senso, prende atto dei
timori del Papa e risponde: certo che Hitler è pericoloso, bisogna che anche
voi facciate quel che è in vostro potere, fino a provvedimenti estremi come la
scomunica». Un atto del genere era possibile? «Sì, Hitler era battezzato
cattolico anche se non praticante. Difficile figurarsi gli effetti. Certo,
avrebbe posto un grave problema di coscienza a milioni di tedeschi cattolici,
avrebbe creato una divisione interna alla Germania e avrebbe rialzato al
massimo il livello di tensione verso il nazismo». L'attenzione degli storici va
anche alla genesi del documento, al significato dal punto di vista
mussoliniano. Le letture divergono. «Il testo è sorprendente e sconcertante -
osserva Pietro Scoppola -. In attesa di ulteriori riscontri, lo leggo come
espressione della montante paura di Mussolini per Hitler. Sa di essersi messo
su una strada che gli fa paura. Qui il personaggio appare in tutta la sua
complessità e contraddittorietà. Immagina la scomunica come un alibi per
sganciarsi dall'alleato, in sostanza cerca chi gli tolga le castagne dal fuoco:
ma le castagne sul fuoco le ha messe lui. E' un gesto altamente emblematico:
Mussolini arriva a temere le conseguenze della sua politica e cerca una
soluzione al di fuori del suo raggio di iniziativa. C'è poi un'altra domanda:
perché Pio XI non segue questa indicazione? Anche qui dobbiamo sperare in nuovi
documenti con elementi ulteriori. Una scomunica di Hitler avrebbe fornito buoni
argomenti, in Italia, a chi voleva frenare una politica filotedesca ma, certo,
avrebbe anche scatenato una feroce persecuzione anticattolica in Germania:
attorno al Pontefice, all'epoca, c'erano molte persone preoccupate da
un'ipotesi del genere». Anche Giuliano Procacci non attribuisce al documento un
eccessivo valore dal punto di vista politico: «Semmai questa mossa conferma
l'assoluto dilettantismo della politica estera fascista: è incredibile che
Mussolini consigli di scomunicare Hitler tre settimane prima di riceverlo con
tutti gli onori e lo consideri un pericolo a un anno di distanza dal Patto
d'Acciaio. Ma lascia allibiti anche l'idea in sé, chiedere al Papa di
scomunicare qualcuno...». Lucio Villari , poi, arriva a giudicare
«inattendibile» il documento: «Con questa data e questo contenuto». Invece
Giovanni Sabbatucci legge le rivelazioni come un puntello importante a
dibattutissime tesi storiografiche: «Mi pare una conferma anche clamorosa alle
posizioni defeliciane sulla non irreversibilità delle alleanze mussoliniane,
anche oltre la guerra d'Etiopia, addirittura fino al 1939: l'idea della
doppiezza mussoliniana con una continua ricerca di spazi di manovra. Perché, se
arriva a suggerire un gesto così forte, non è per sganciarsi definitivamente
dalla Germania e neppure per le tensioni in Alto Adige, piuttosto perché un
Hitler scomunicato sarebbe stato più debole: l'interlocutore nei guai garantiva
al Duce un peso più determinante». E’ il «doppio gioco» mussoliniano richiamato
anche da padre Giovanni Sale , storico ufficiale della Compagnia di Gesù. Un
altro allievo di De Felice, Francesco Perfetti , aggiunge: «E' un atto
importante: finora sconosciuto e neppure ipotizzabile. Ci parla soprattutto dei
reali rapporti fra Hitler e Mussolini. E, in quel quadro, non stona, non è
sorprendente. Conferma una verità di fondo: il Duce non ha mai sopportato il
Führer, per lui prova antipatia e diffidenza. Hitler imita Mussolini, fa di
tutto per essere invitato in Italia, poi coglie l'occasione della guerra in
Etiopia per incunearsi nella debolezza italiana causata dalle sanzioni. Lo
spartiacque è lì, nel 1936, e nella politica di isolamento dell'Italia seguita
dagli anglo-francesi. Mussolini è refrattario anche all'accordo dell'Asse ma il
piano della situazione internazionale inclina inevitabilmente da quella parte.
Lui, comunque, continuerà a tentare di bilanciare i tedeschi cercando ancora
accordi commerciali con gli inglesi». Lo storico della Chiesa Giovanni Miccoli
, invece, non interpreta il «suggerimento-consiglio» come arretramento politico
rispetto all'alleanza con la Germania: «I giochi erano fatti. Questa non è una
richiesta di aiuto per svincolarsi da Hitler: credo si possano offrire due
letture che non si escludono l'una con l'altra. La prima è che Mussolini voglia
dare un segnale all'irritazione degli ambienti vaticani per la saldatura fra
nazismo e fascismo. Una specie di goffo e maldestro contentino al Papa che si
sta sempre più irrigidendo contro Hitler, per mantenersi anche qualche spazio
di manovra con l'alleato. La seconda ipotesi è che si tratti di una delle
alzate d'ingegno velleitarie tipiche del Duce in quel periodo. Un gesto
velleitario e superficiale come tutta la classe dirigente che emerge dai
documenti presentati».
«Mussolini suggerisce: il Papa scomunichi Hitler»
RIVELAZIONI La clamorosa iniziativa emerge dagli archivi
vaticani. Ma poco più tardi la visita del capo nazista a Roma rinsaldò
definitivamente l’Asse
di EMMA FATTORINI * (Dal Corriere della Sera 26 settembre 2003)
Un suggerimento a Pio XI da parte di Mussolini perché
Hitler venga scomunicato. Trasmesso attraverso padre Tacchi Venturi, il gesuita
amico del duce: il tramite, per molti anni, dei rapporti più importanti tra il
regime fascista e il Vaticano. Un atto registrato nei verbali delle udienze
pontificie in data 10 aprile 1938: tre settimane prima che il Führer arrivasse
in Italia per la coreografica visita intesa a celebrare l'Asse Roma-Berlino. E'
il clamoroso documento scoperto negli archivi vaticani. Clamoroso ma anche
sconcertante, visto il contesto dei rapporti politici italo-tedeschi in cui si
colloca. E destinato a segnare l'impegnativo dibattito sull'atteggiamento della
Santa Sede nei confronti del nazismo durante l'ultimo periodo del pontificato
di Pio XI. Un periodo in cui sempre più nettamente si possono distinguere due
linee: quella via via più intransigente di papa Ratti e quella, assai meno
incline allo scontro con la Germania hitleriana, di monsignor Pacelli,
all'epoca Segretario di Stato e in procinto - di lì a pochi mesi, dopo la
scomparsa di Pio XI - di salire al soglio pontificio.
«Se Pio XI, così impulsivo ed energico,
fosse vissuto un po' più a lungo, si sarebbe arrivati con ogni probabilità a
una rottura dei rapporti tra il Reich e la curia». Così si legge nelle memorie
di Ernst von Weizsäcker, per anni ambasciatore tedesco presso la Santa Sede.
Una affermazione assai fondata. Ma sappiamo davvero tutto di quanto fece o
avrebbe voluto fare? Quali pronunciamenti ancora più duri avrebbe potuto
adottare? Gli ultimi anni del pontificato di Pio XI sono segnati da un
crescente sdegno. Una vera e propria avversione verso il nazismo e le
complicità del fascismo con esso. Un tormento vissuto largamente in solitudine.
Non appoggiato da una parte consistente dell'episcopato tedesco, né sempre
assecondato dal suo Segretario di Stato, Eugenio Pacelli, che avrebbe voluto
un’altra linea più cauta e diplomatica, e con un nunzio a Berlino, il solerte
Cesare Orsenigo che, fin dall’ascesa di Hitler, manifesta una sorta di
stordimento di fronte all’incalzare degli eventi. Si tratta del periodo
racchiuso tra le due encicliche, la fragorosa e «urlata dai tetti» Mit
brennender Sorge del marzo 1937 e la nascosta «enciclica mancata», che non vide
mai la luce. Nella Mit bren nender Sorge c'è un’intuizione profonda,
spirituale, secondo alcuni addirittura una nuova teologia politica contro gli
orgogli nazionali e la miseria delle nazioni. Tommaso Gallarati Scotti ricorda
le parole solenni e profetiche che gli confidò il Papa pochi giorni prima della
sua morte sul destino della stessa Germania, metafora di onnipotenza
luciferina. Citando Isaia, cosa sono le nazioni davanti alla potenza di Dio?:
«Piccole gocce in un catino d'acqua». La Divini redemptoris , l'enciclica
contro il comunismo ateo promulgata nello stesso mese del 1937, considerata
tradizionalmente più dura - essendo esso senza possibilità di appello e
riscatto, quello sì «un male assoluto» - resta però un’enciclica più
dottrinale, meno appassionata e vibrante. Per il pontefice («der alte Herr»,
come lo chiamano sprezzantemente gli uomini di Hitler) il nazismo è
anticristiano come il bolscevismo: ne ha ormai gli stessi metodi e gli stessi
contenuti. Nelle angosce dell'ultimo anno di vita di Pio XI sembra addirittura
che abbia il posto preminente. E questa equiparazione, nel clima di allora, è
un’assoluta novità. Suonava scandaloso e «irriconoscente» verso quanto il
nazionalsocialismo aveva fatto contro il bolscevismo, considerato fino a quel
momento comunque il più grande pericolo. L'atteggiamento sempre più duro del
Papa contro Hitler attira su di lui addirittura le critiche di rompere il
fronte antibolscevico e le frange oltranziste lo accusano persino di complicità
coi sovietici. La propaganda nazista, tra le tante calunnie, diffonderà la
notizia di una collaborazione segreta Vaticano-Mosca (cfr. il rapporto del 13
febbraio 1938, Posizione 720, fascicolo 330). Ma Pio XI avrebbe voluto andare
ancora oltre, con un pronunciamento specifico contro l'antisemitismo. «E'
impossibile per i cristiani prendere parte all'antisemitismo. L'antisemitismo è
inammissibile... Spiritualmente siamo tutti semiti...» aveva detto il Papa,
definendo poi la svastica «croce nemica della croce di Cristo». Per questo
aveva affidato la stesura di un'altra enciclica al gesuita americano John La
Farge. Dopo molti passaggi tortuosi però questo testo venne trovato nella
stanza del pontefice il giorno della sua morte il 10 febbraio del 1939 e non
vide mai la luce perché il suo successore, Pio XII, non lo fece mai pubblicare.
Nel corso del 1937 e nei primi mesi del 1938 si moltiplicano in una crescente
accelerazione i segni di scontro tra la Santa Sede e la Germania, soprattutto
da parte di Pio XI. Il Papa aveva elogiato il card Mundelein, l'arcivescovo di
Chicago, che con efficacia tutta americana e linguaggio tutt’altro che curiale
aveva detto: «Forse vi domanderete come avvenga che una nazione di persone
intelligenti si rannicchi per paura e in schiavitù di fronte ad uno straniero,
a un imbianchino austriaco e per giunta inetto». Sono fatti ricostruiti con
acribia e intelligenza da Giovanni Miccoli sulle fonti fino ad ora
consultabili, e che ora trovano ulteriori conferme nella recente apertura degli
archivi segreti vaticani. Mentre si consuma la rottura fra il Papa e il
nazismo, i rapporti tra Italia e Germania nel 1937 vedono una forte
«rivitalizzazione». Goebbels, nei suoi diari, racconta di essere «infastidito»
da questo continuo via vai di italiani. Uno di questi è il professor Guido
Manacorda, cattolico e fascista, collaboratore e amico di Bottai, che si
adopera per una intesa tra Vaticano e nazionalsocialismo, di cui ha discusso
con Padre Gemelli, «con me pienamente concorde nel valutare la situazione
attuale in Germania». Nel marzo del '38 Hitler annette l'Austria, dietro
assicurazione che l’Alto Adige sarebbe sempre rimasto all'Italia.
L’accettazione dell' An schluss da parte di Mussolini non si dimostrava così
pacifica e spingeva la Germania a rassicurarlo per bloccare un suo eventuale
spostamento verso Londra e Parigi (ormai comunque ben improbabile). Per tutto
il '37 e almeno fino al marzo del '38 i rapporti tra Hitler e Mussolini non
sono così lineari e le intese non ancora tutte compiute. Il tortuoso cammino e
i tentennamenti che si susseguono anche nel 1938, sono largamente accreditati,
forse troppo, dalla ricostruzione che ne fa De Felice, assumendo la versione di
Dino Grandi: «L’ Anschluss fu per Mussolini uno scacco durissimo» che colse
Ciano e il duce di sorpresa. Lo turba e insospettisce fino alla collera la
questione dei confini del Brennero. Il mese di aprile è dunque cruciale. Come
nota ancora De Felice: «La data in cui von Weizsäcker colloca la decisione di
Hitler di concludere un trattato di alleanza con Mussolini, il 2 aprile 1938, è
significativa». Il 3 aprile Ciano scrive nel suo Diario : «In Alto Adige
continua una propaganda che noi non possiamo tollerare. Ho consigliato il Duce
di parlarne con il Führer. In Italia la corrente antitedesca, fomentata dai
cattolici, dai massoni e dagli ebrei diviene sempre più forte. Se i tedeschi
faranno gesti imprudenti in Alto Adige, l’Asse può saltare da un momento
all'altro». In seguito riferisce una telefonata del duce: «Se i tedeschi si
portano bene e sono rispettosi sudditi italiani, potrò favorire la loro cultura
e la loro lingua. Se pensano però di spostare di un sol metro il palo di
frontiera, sappiano che ciò non avverrà senza la più dura guerra, nella quale
coalizzerò contro il germanismo tutto il mondo. E metteremo a terra la Germania
per almeno due secoli». E ancora il 1° settembre del '38 Bottai annota nel suo
diario: «Parla... di non isolare gli altoatesini, farli partecipare alla vita
della nazione. Io ho fatto sapere loro, che possono circolare nelle carriere
del paese. Possono diventare anche... Capo del Governo. Del resto c'è stato un
Pelloux. Perché non potrebbe esserci, domani un Mueller (mentre dice questo,
vedo rispuntare in lui quello spirito di universalità, proprio del nostro
popolo. E che il razzismo rischia di offuscare)». In questo quadro la questione
religiosa diventa un pretesto per altri giochi tra forti e strumentali
oscillazioni. Ed è a proposito di questi giorni che l’archivio segreto vaticano
conserva un documento sconcertante. Il 10 aprile 1938, padre Pietro Tacchi
Venturi, il gesuita che ha tenuto i rapporti tra la Santa Sede e Mussolini su
tutti i problemi essenziali, è ricevuto in udienza dal pontefice. Nel resoconto
dell'incontro si legge: «Il p. Tacchi Venturi, ammesso alla presenza del Santo
Padre, ha comunicato quanto segue, ad illustrazione della sua lettera dell'8
aprile corrente. Il capo del governo (Mussolini) ha detto a P. Tacchi Venturi
in privato colloquio (giovedì 7 aprile 1938) che con Hitler converrebbe essere
più energici, senza mezze misure; non subito, immediatamente, ma aspettando il
momento più opportuno, per adottare queste misure più energiche, per es. la
scomunica; che convenga guardarsi dal credere che il fenomeno hi- tleriano
fosse passeggero, poiché quest'uomo aveva ottenuto per la Germania grandi
successi. Non vi sarebbe altro mezzo di impedirlo che la guerra, e la guerra
non si vuole fare. Questo passo più energico della Santa Sede avrebbe il
consenso di persone, che non possono piacere, egli ben lo capisce, alla Santa
Sede, ma ciò non toglie il bisogno». (Posizione 720, fascicolo 329) Come
interpretare questo documento clamoroso per un verso, ma avulso da un contesto
che lo possa giustificare in modo significativo? Si stanno preparando i
festeggiamenti per l'arrivo di Hitler. Il Papa è indignatissimo. I rapporti del
fascismo con il Vaticano sono pessimi. Le leggi razziali in Italia sono
imminenti. Potrebbe essere un maldestro tentativo di accattivarsi le simpatie
del Papa in rotta totale con Hitler. O un avvertimento per scaricarsi da una
responsabilità assoluta: come a dire, vi ho avvertiti, come Chiesa cattolica
anche voi avete strumenti per tenerci lontani dall'abisso in cui stiamo tutti
precipitando. Forzando la lettura, si potrebbe scorgere la volontà di
utilizzare la Santa Sede in una strategia che ancora non vuole chiudere altre
possibili intese (soprattutto nel quadro degli accordi di Pasqua fatti da Dino
Grandi): «Le persone che non possono piacere» a cui allude sono, con ogni
probabilità, ebrei e massoni. Ma è difficile individuare i caratteri di un vero
e proprio disegno politico alternativo, in contraddizione con l'intero
contesto. Quello che è certo è che devono avere pesato gli avvenimenti dell’aprile,
soprattutto la grande irritazione e la preoccupazione di Mussolini per la
questione dell'Alto Adige.
Potrebbe, così, trattarsi di uno sfogo
verbale gratuito - come in tante altre occasioni, per Mussolini - minacce senza
ricadute politiche reali. Comunque, una spia significativa della tradizionale
doppiezza del duce così marcata nell'aprile '38. Se pur tra i molti stop and go
, nella sostanza siamo infatti in pieno accordo italo-tedesco: è questo che
rende così clamorosa e, al contempo, incredibile, la richiesta di una
scomunica. Anche se di ipotesi più che di richiesta vera e propria si
tratterebbe, visto che la minaccia è preceduta da un «per esempio» molto
significativo.
I termini della questione, ad ogni modo,
restano gravissimi: si parla di una scomunica personale e non dei principi
della filosofia del nazismo, già condannati dalla Chiesa come era successo con
le tesi di Rosenberg il cui libro, Il mito del XX secolo , era stato messo
all'indice e sul cui processo esiste ampia documentazione negli archivi della
Congregazione per la dottrina della fede.
Tutta la memorialistica ci restituisce un
rapporto tra Hitler e Mussolini assai diffidente sul piano psicologico e
culturale, fatto di continue scaramucce e dispetti, che alternano senso di superiorità
e di inferiorità. Ma qui non siamo di fronte ad uno dei soliti stereotipi: il
gesuita Tacchi Venturi non è faceto come il duce e si è sempre dimostrato più
che affidabile. Il rilievo del documento - quand'anche andasse inquadrato
nell’aneddotica del regime - richiede comunque ulteriori e accurati
approfondimenti. E questo, fra l'altro, ci riporta al problema degli archivi.
Il fatto che non ci siano o che non sia possibile trovare, a tutt’oggi, altri
riscontri significativi di una richiesta clamorosa come questa, ostacola un
ragionamento storico pienamente fondato.
E' evidente che l'udienza papale del 10
aprile 1938 non può non avere una eco nella documentazione della Segreteria di
Stato, quella oggi inaccessibile anche se coeva ai fondi relativi alla Germania
consultati in questo caso.
* Emma Fattorini insegna storia contemporanea alla Sapienza
di Roma. Testo e documenti sono estratti dal suo volume di prossima
pubblicazione presso Laterza su Pio XI, Mussolini, Hitler e Pacelli,
(1937-1939), relativo agli ultimi anni del pontificato, quelli in cui matura
per volontà del Papa lo scontro più duro con il nazismo
«Vaticano, la strategia del silenzio»
Intervista a Robert Katz autore di "Roma
città aperta" che contiene nuovi documenti d'archivio
(di Guido Caldiron da Liberazione 7 settembre 2003)
Robert Katz ha iniziato ad occuparsi dell'eccidio
delle Fosse Ardeatine e della situazione della capitale nel periodo successivo
all'8 settembre '43 da quasi mezzo secolo. Storico e giornalista ha scritto una
lunga serie di volumi (da Sabato nero, 1973, a Dossier Priebke. Anatomia di un
processo, 1997) e ha lavorato per il cinema e la tv sia negli Usa che in
Italia. Il suo ultimo libro, Roma città aperta, il Saggiatore (pp. 477, euro
20,00) - che sarà presentato a Roma lunedì alle 18 in Campidoglio - torna
ancora una volta sul periodo compreso tra il settembre del 1943 e il giugno del
1944, mettendo in luce nuovi importanti elementi, in particolare sul ruolo
svolto dal Vaticano. Abbiamo chiesto al ricercatore statunitense di aiutarci a
comprendere di quali novità si tratti.
Le vicende di Roma dopo l'8 settembre sono al
centro del suo nuovo libro, ci sono ancora molte cose da scrivere su quel
periodo?
Negli ultimi anni, in particolare con il
processo contro Erich Priebke, sono emersi fatti e circostanze nuove. Inoltre
sono emersi molti documenti, in particolare provenienti dalla Cia, anzi dal
vecchio Oss, che hanno rappresentato un ulteriore incentivo a tornare sulla
storia di quel periodo. C'è poi da considerare che rispetto alle mie ultime
pubblicazioni sull'argomento si sono aggiunte anche molte "carte"
rese note dal Vaticano e sono stati aperti alcuni archivi italiani che erano
stati inaccessibili fino ad anni recenti. E su tutto c'è poi un elemento che non
si può sottovalutare e cioè il fatto che negli ultimi anni è cresciuto ancor di
più quel fenomeno del revisionismo storico che proprio su quel periodo è
intervenuto pesantemente. Quest'ultimo aspetto in particolare mi ha spinto a
tornare sul quel periodo.
Tra le vicende di cui si è continuato a
discutere fino ad oggi vi è il ruolo del Vaticano e in particolare il
"silenzio" osservato da Pio XII su quanto stava accadendo. Cosa è
emerso di nuovo su questo tema?
Sono anni che, sulla scorta dei documenti
dell'epoca e di un esame attento degli argomenti addotti anche dallo stesso
Vaticano, sto cercando di spiegare come il problema del "silenzio" di
Pio XII non riguardi solo la sorte subita dagli ebrei d'Europa fino
all'Olocausto, ma tutta una serie di vicende di quel periodo. Esaminando in
particolare il periodo dell'occupazione tedesca di Roma credo si possa parlare
apertamente di una serie di silenzi che definiscono una vera e propria politica
e una vera strategia. Pio XII utilizzò dapprima la "neutralità" del
Vaticano come mezzo per cercare di arrivare a una mediazione tra gli
angloamericani e i tedeschi che lasciasse fuori l'Urss. Questa politica del
silenzio è diventata poi un'arma per proteggere lo stesso Vaticano e le sue
proprietà dopo l'8 settembre e l'inizio dell'occupazione tedesca. Lo stesso
silenzio si può dire che ci sia stato anche verso i cattolici, voglio dire quei
romani cattolici uccisi alle Fosse Ardeatine. O verso i partigiani torturati a
via Tasso. Una serie di silenzi che sono poi proseguiti anche dopo la
liberazione di Roma. Del resto dal silenzio degli anni della guerra si è
passati alla vicenda della cosiddetta "ratlines", vale a dire la via
di fuga organizzata dai preti per permettere a molti ex nazisti di mettersi in
salvo fuori dell'Europa. Alla luce di tutti questi elementi si arriva perciò a
definire in modo molto netto la posizione del Vaticano. Anche perché non si
tratta solo di ricostruire i fatti dell'epoca, ma di intervenire anche nel
dibattito contemporaneo, visto che si vuole fare santo proprio Pio XII che fu
al centro di quella politica.
Lei sottolinea l'importanza della battaglia
contro il revisionismo storico. C'è un altro punto di Roma città aperta che
presenta un elemento di grande rilievo da questo punto di vista: la citazione
di un documento che indica la responsabilità specifica di Hitler nel progetto
della "soluzione finale"...
Sì, credo si tratti in effetti dell'elemento
più importante del mio libro. Coloro che cercano di negare la realtà
dell'Olocausto hanno infatti sempre sostenuto che Hitler non sapeva o sapeva
molto poco dei progetti di sterminio. E questo perché non esisterebbe alcun
documento che leghi direttamente Hitler alla "soluzione finale". In
questo senso il documento che ho utilizzato in Roma città aperta ha, malgrado
si tratti di una prova sola, una importanza evidente. Nel documento, inviato da
Berlino a Roma si parla apertamente del fatto che gli ebrei della capitale
devono essere deportati e liquidati su istruzioni dirette di Hitler. Da questo
punto di vista si tratta di un elemento davvero nuovo.
Un altro punto utilizzato dai revisionisti
riguarda l'appello che i tedeschi avrebbero rivolto ai partigiani prima della
strage delle Fosse Ardeatine e che, secondo loro, rovescerebbe la
responsabilità della rappresaglia sulla Resistenza. Anche su questo il suo libro
raccoglie molti elementi interessanti...
Il vero problema è che quel cosiddetto
appello in realtà non fu proprio lanciato. La cosa è emersa a più riprese nel
corso del primo grado del processo che mi fu intentato dagli eredi di Papa
Pacelli, quando la corte, proprio per sostenere paradossalmente la tesi secondo
cui il Papa non sarebbe stato informato dell'imminenza della rappresaglia (tesi
per altro poi smentita), ha setacciato tutti gli archivi non trovando alcuna
conferma all'esistenza dell'appello. Del resto sia Kappler, capo delle Ss a
Roma, che Kesserling, comandante della Wehrmacht per l'intero fronte
meridionale, avevano reso testimonianze che andavano in questa direzione.
Kappler spiegando che la rappresaglia era stata tenuta segreta per paura di un
attacco da parte dei partigiani e Kesserling rispondendo a una precisa domanda
dei giudici su questo argomento spiegando che non vi era stato alcun appello.
L'appello perciò non è mai esistito, solo che il revisionismo crea queste vere
e proprie invenzioni per falsificare la storia.
Il capitolo che conclude Roma città aperta si
intitola "La giustizia differita". Le sue ricerche hanno contribuito
a che si arrivasse, anche se dopo molti anni, a fare chiarezza su quel periodo
della storia italiana. Possiamo dire che alla fine è arrivata anche la
giustizia?
Credo di sì. In particolare con la seconda sentenza
contro Priebke, quando la Corte militare ha riconosciuto l'eccidio delle Fosse
Ardeatine come un crimine contro l'umanità, quindi non prescrivibile, penso che
che abbiamo assistito a una grande vittoria della giustizia: la difesa di chi
sosteneva di aver solo eseguito degli ordini non è bastata a fermare la verità.
Certo, alla fine, non si può mancare di sottolineare come giustizia sia stata
sì fatta, ma solo sessant'anni dopo.
Montini, una scelta americana per l’Italia
RIVELAZIONI Una ricerca negli archivi di Washington
conferma il colloquio decisivo fra Donovan, direttore dell’«Oss», e il prelato
di Ennio Caretto (dal Corriere della Sera del 26 agosto 2003)
WASHINGTON - Nel luglio del ’44, un mese
dopo la tanto attesa liberazione di Roma, William Donovan, detto Bill il
selvaggio ( Wild Bill ), si reca in udienza da Pio XII. Quello tra l’amico ed emissario
personale del presidente americano Franklin Delano Roosevelt e il Santo Padre
sarà per l’Italia uno degli incontri più importanti della Seconda guerra
mondiale. Il cattolicissimo Donovan, che nel ’35 aveva già visitato Mussolini a
Roma e il maresciallo Badoglio in Etiopia, è il direttore dell’Oss ( Office of
Strategic Servi ces ), il servizio segreto Usa, e ha bisogno dell’aiuto del
Papa su tre fronti: la liberazione dell’Italia del Nord dai tedeschi; la difesa
della prossima Repubblica democratica dal comunismo; e lo spionaggio a Berlino
e a Tokio. Donovan ha già un suo uomo al Vaticano, il frate domenicano Felix
Morlion, fondatore della «Pro Deo», da lui spostato nel ’41 da Lisbona, un covo
di spie britanniche destinate a divenire illustri, dal diplomatico Kim Philby,
una «talpa» sovietica, ai romanzieri Graham Greene e Ian Fleming (il padre di
James Bond). Ma al capo dell’Oss preme ottenere la collaborazione del giovane
monsignor Giovanni Battista Montini, allora segretario di Stato in pectore, il
futuro Papa Paolo VI. L’ambasciatore americano in Vaticano Myron Taylor, l’ex
presidente della United Steel, e il vice Harold Tittman gli hanno segnalato che
Montini non è solo il braccio destro e confidente di Pio XII, ma è anche vicino
a leader politici italiani come Alcide De Gasperi e il suo delfino Giulio
Andreotti. Una ricerca condotta dal «Corriere della Sera» agli Archivi
nazionali a Washington conferma che Donovan strappa il «sì» a Montini, che da
quel momento diventa un punto di riferimento cruciale per l’America per circa
un ventennio. E’ monsignor Montini a offrire all’Oss un «servizio di
informazioni riservate» della Chiesa tra le due Italie, quella liberata a Sud e
quella ancora occupata dai tedeschi a Nord; a impostare la strategia di contenimento
del Pci da Roma a Milano; e a riferire agli Usa di parte dei dispacci che
giungono al Vaticano da Berlino e Tokio, dove Pio XII desidera mediare. Sul
ruolo di Montini nella liberazione, è illuminante il rapporto del capitano
americano Alessandro Cagiati, di discendenza italiana, sui partigiani a Parma,
datato 28 novembre ’44 (come si vede nel brano pubblicato in questa pagina). Il
futuro Paolo VI svolge la funzione più importante per gli Usa nella politica
interna italiana. Da quel che si vede nei documenti degli Archivi nazionali, di
cui alcuni già noti, gli americani considerano determinante la sua influenza
sulla Democrazia cristiana. Per loro, Montini è garanzia di libertà e di
giustizia. In un rapporto del 6 ottobre del ’44, Vincent Scamporino, capo del
Si ( Secret Intelligence ) dell’Oss, scrive, definendolo «uomo di fiducia» di
Pio XII: «Montini è figlio di un deputato di Brescia del Partito popolare, oggi
Democrazia cristiana, da sempre antifascista e anticomunista». E aggiunge che
mentre il frate Morlion e i gesuiti, gli altri informatori di Donovan,
vorrebbero in Italia un regime franchista, Montini si oppone: «Deve essere il
nostro interlocutore privilegiato». Montini ricambia questo sentimento. La sua
«scelta americana» è motivata dalla volontà di rinnovare l’Italia e di
proteggerla dall’Urss, che sta fagocitando la Polonia dopo il ritiro tedesco.
Il giorno successivo, Scamporino lo sottolinea in due brevi dispacci. «Alla
segreteria di Stato del Vaticano, dove Montini è il vice - spiega - c’è molta
apprensione per la situazione interna italiana e per i rapporti tra Mosca e
Varsavia. Qualche alto prelato cerca di spostare la Democrazia cristiana a
destra, mentre non c’è alcun pericolo di un accordo sulla Polonia tra la Santa
sede e il Cremlino». Scamporino evidenzia il patriottismo di Montini, che «come
Pio XII desidera solo l’unità e il benessere dell’Italia». All’inizio del ’45,
sebbene deluso dalla mancata nomina dell’arcivescovo americano Spellman a
segretario di Stato in successione al cardinale Maglione, l’Oss diffonde un
ritratto molto elogiativo di Montini, dicendosi certo che la nomina andrà a
lui. «Ha due udienze di alcune ore l’una al giorno con il Papa, mattino e sera.
La sua anticamera trabocca di diplomatici, di leader politici culturali e
religiosi, di ex colleghi della Federazione universitaria cattolica italiana».
Nell’aprile successivo, l’Oss esprime questo giudizio: «Montini ha una
straordinaria capacità di lavoro, un intelletto penetrante e un raro talento
per l’organizzazione». Viene addirittura messa in rilievo la frugalità dei suoi
pasti: «Il primo, alle 15, consiste di solito di una zuppa e di un uovo». Gli
inizi del ’46 dimostrano che Donovan ha fatto bene a puntare su Montini. I
dispacci dell’ambasciata americana a Roma segnalano che si muove nella
direzione auspicata da Washington. «Il gesuita Alfonso Martin - sostiene un
rapporto del 4 gennaio - ha informato monsignor Montini che le squadre di
azione del Partito comunista fanno capo a Luigi Longo, il comandante delle forze
clandestine, e che Longo le tiene in stato d’allerta. Il piano del Pci,
ispirato dai sovietici, è di provocare un’insurrezione armata qualora le
elezioni per l’Assemblea costituente fossero rinviate». L’informazione, precisa
un altro dispaccio, ha indotto Montini a diffidare la Democrazia cristiana nel
Nord Italia dall’allearsi ai comunisti e ai socialisti. Nel giro di pochi
giorni, il futuro Paolo VI, che da tempo preme sul governo perché crei posti di
lavoro, compie altri interventi, prosegue un terzo messaggio. «Sollecita i
democristiani a esaminare la possibilità di assorbire i socialisti moderati,
nel caso che il loro partito si fonda con quello comunista, o per lo meno a
stabilire una stretta collaborazione con loro, nel caso che formino invece un movimento
separato, guidato forse da Ignazio Silone». Di più: «Dà ordine che si prepari
un programma improntato ai principi della Santa sede, da sottoporre alla
direzione della Democrazia cristiana non appena approvato dal Papa; in questo
modo, dal prossimo Congresso emergerebbe una piattaforma cristiana,
antimarxista, di riforme sociali, da contrapporre alla lotta di classe». Nel
’46, tuttavia, sorge un contrasto temporaneo tra il Vaticano e l’America. La
causa è la monarchia in Italia, le cui interferenze nel governo hanno suscitato
le critiche di Andreotti. Pio XII e Montini preferirebbero preservarla per
ragioni di stabilità, il presidente Harry Truman e Donovan abrogarla per
cambiare corso. Ad aprile, la superspia Usa James Angleton avverte Washington
che «Montini ha visto due volte De Gasperi e una volta ciascuno Scelba e Tupini
per invitarli ad appoggiare Casa Savoia». Ricevendo l’esponente monarchico
Carlo Petrone, il Papa ha inoltre «espresso la propria sorpresa per la
posizione antimonarchica assunta da Tupini, chiedendosi come si possa pensare a
una Repubblica nelle attuali, caotiche condizioni». Il contrasto rientra dopo
il referendum e i progressi della Democrazia cristiana, «che ha superato la
fissazione di essere un Partito di sinistra - rileva l’Oss - assumendo la
naturale posizione di Partito di centro». Stati Uniti e Vaticano si alleano
contro il Pci in Italia e contro l’Urss nell’Europa dell’Est. Nell’agosto ’45,
il colonnello D.K.E. Bruce aveva già ricordato «il peso della Santa sede sui
programmi democristiani» e «il condizionamento sovietico dei comunisti»,
invitando Washington a fare perno sulla intelligence della Chiesa per la
propria politica italiana. Nell’aprile ’46, il servizio segreto americano in
Italia viene ristrutturato anche in funzione anti Urss perché, spiega un suo
dirigente, Lester Houck, «Mosca minaccia quasi l’intera Europa». Il rapporto
Houck, che cita di nuovo Montini, propone anche per la prima volta che la
strategia del contenimento dell’Urss venga estesa al Sud America con la
creazione di un «Ufficio latino» dell’Oss. «Il Papa desidera formare un blocco
dei Paesi latini, dall’Italia alla Spagna, al Messico e all’Argentina. Nei
Paesi sudamericani è attiva l’Alleanza internazionale Garibaldi, di comunisti e
socialisti, creata da Mario Montagnana, il cognato di Togliatti, da Vittorio
Vidali e da altri». Il nostro centro di ascolto, prosegue il rapporto, deve
essere la Santa sede. L’iniziativa, che porterà a una serie di golpe Usa, dal
Guatemala nel ’52 al Cile nel ’73, e al blocco di Cuba a partire dal ’61, è
però tenuta nascosta a Montini.
«Questo è un uomo decisivo che appoggerà la Resistenza»
WASHINGTON - Tra i meriti attribuiti
dall’Oss a Montini vi è quello di avere promosso il disgelo tra Vaticano e
partigiani dell’Italia del Nord. Un rapporto del 28 novembre ’44 di un agente
segreto americano, il capitano Alessandro Cagiati, descrive la visita a Montini
di don Anelli, parroco di Ostia, parmense, emissario del Comitato nazionale di
liberazione di Parma. Il capitano e il prete parlano con Montini per un’ora
chiedendogli di aiutare la Resistenza. Scrive Cagiati: «Montini interroga a
lungo don Anelli sui partigiani, il lavoro dei parroci nelle loro file, quello
della Democrazia cristiana. Poi si dichiara pronto a collaborare in ogni campo
e mi fa capire che i collegamenti tra la Chiesa a Sud e la Chiesa a Nord
saranno utili alle nostre operazioni militari». Il capitano ritiene che
l’incontro segni una importante svolta. «Sinora - osserva - il Vaticano non
aveva idee chiare sui partigiani, manifestava solo allarme alla prospettiva che
l’Italia diventi "rossa", cioè comunista. Ma adesso fornirà ogni
possibile appoggio alla Resistenza, diretto e indiretto. Montini ci farà sapere
più tardi che il Papa si è dimostrato intensamente interessato alla
partecipazione al movimento». Cagiati aggiunge che la Santa sede non vuole
nulla in cambio: «Bisognerà vedere che cosa don Anelli porterà in concreto a
Parma. Ma il valore della protezione e delle informazioni che la Chiesa ci
offrirà, non solo in Italia, è inestimabile». In conclusione del rapporto,
precisa il capitano, «Montini ci manda da monsignor Ronca e da due dirigenti
Dc. Ronca - continua - è in pratica il direttore politico del Vaticano ed è
l’uomo che sotto l’occupazione tedesca fece funzionare due radio clandestine.
Si impegna ad addossare un ruolo decisivo alla Chiesa e al Partito nella
Resistenza e invita don Anelli a preparare con lui un programma da sottoporre a
Montini». Dopo un terzo colloquio con il vescovo Ferrero, ordinario militare,
in cui discute dell’inserimento di cappellani nelle bande partigiane, Cagiati
si dichiara certo che il Vaticano fornirà a don Anelli attrezzature e personale
specialistici. Il viaggio del capitano e del prete a Roma termina con un
incontro al massimo livello del governo, il primo ministro Bonomi e il
maresciallo Messe.
L’inviato di Roosevelt che compì la missione
Nato a Buffalo nel 1883, William J. Donovan, dopo la
laurea in legge alla Columbia University, esercitò la professione di avvocato.
Nel contempo entrò nel Partito repubblicano. Nella Prima guerra mondiale,
combatté in Francia; ne ritornò con tre ferite, una medaglia d’onore e la fama
di coraggioso. Dopo aver svolto missioni diplomatiche e militari in Siberia,
nel ’24 fu nominato assistente del procuratore generale degli Stati Uniti e nel
’32 tentò la scalata alla poltrona di governatore di New York per i
repubblicani. All’ascesa di Roosevelt alla Casa Bianca, Donovan, pur non
condividendo la linea politica del presidente, accettò di svolgere missioni
segrete in Europa (a Londra e nei Balcani). Nel ’41 nacque l’Office of
Strategic Service (Oss) di cui Donovan ebbe prima la direzione, poi il rango di
comandante in capo (nel ’44). Alla fine della guerra, il presidente Truman
sciolse l’Oss: Donovan tornò alla professione di avvocato. Ambasciatore in
Thailandia nel 1953, è scomparso nel ’59.
Le spie che vennero dal seminario
Un saggista Usa ricostruisce due secoli di intrighi nella
Santa Sede. E mostra dove l’intelligence pontificia fallì
Di Ennio Caretto (dal Corriere della Sera dell'8 agosto 2003)
WASHINGTON - E' il luglio del 1942 e a
Roma il Sim, il Servizio informazioni militari, ferma due spie sovietiche,
Alexander Kurtna, un ex seminarista estone impiegato come traduttore in Vaticano,
e la moglie russa Anna Hablitz, una dipendente della radio italiana per
l'estero. Il Sim non sa però che Kurtna, un giovane storico protetto dei
gesuiti, è da anni la talpa dell'Urss nella Santa Sede e che può arrivare al
potente cardinale Tisserant e al sottosegretario di Stato Montini, il futuro
Paolo VI. Soprattutto non sa che fa il doppio gioco: Kurtna è anche al servizio
del maggiore Herbert Kappler, il capo della Gestapo a Roma, che diverrà noto
come il boia delle Fosse Ardeatine. Occorrono 14 mesi al Sim per ricostruire
l'operato della spia sovietica. Kurtna non ha solo tenuto Mosca aggiornata
sulla politica anticomunista del Vaticano e su ciò che la Santa Sede apprendeva
dell’Italia e della guerra. Ha anche denunciato i leader cattolici nell’Urss.
Il 29 settembre del '43, un tribunale militare lo condanna a morte. Ma 21
giorni prima, il governo Badoglio si è arreso agli alleati e le forze tedesche
hanno occupato Roma. Kappler, che per non scoprirsi ha seguito il processo
senza intervenire, ordina che Kurtna sia scarcerato. La spia gli era stata
utile nel '42, quando gli aveva consegnato i nomi dei preti partigiani nei
territori occupati dai tedeschi e quelli degli alti prelati italiani ostili a
Hitler. Il maggiore è certo che lo sarà di nuovo, se rientrerà in Vaticano. Non
è chiaro se Tisserant e Montini, informati di questi retroscena, riaprano le
porte a Kurtna per fare pervenire a Kappler informazioni false. Ma è certo che
l'ex seminarista estone fa la sua scelta: lavora solo per l'Urss, tradendo il
maggiore. Kurtna seduce la segretaria di Kappler, fraulein S chwarzer, di
nascoste simpatie comuniste, e si fa consegnare i nuovi codici cifrati della
Gestapo e il piano segreto del Gladio nazista, i sabotatori e i golpisti che
resterebbero dietro le linee alleate in caso di sconfitta. Il 4 giugno '44,
alla liberazione di Roma, passa i dossier a un funzionario della segreteria di
Stato del Vaticano, con l'incarico di trasmetterli a una delegazione sovietica
in arrivo. Inspiegabilmente, il funzionario esegue.
La romanzesca storia di Kurtna, che
scompare poi da Roma e finisce nel gulag (così Stalin ricompensava spesso i
suoi James Bond) è raccontata per la prima volta dallo storico David Alvarez in
un libro, «Spie in Vaticano», pubblicato dalla Kansas University. Il libro è
una carrellata su due secoli di intrighi alla Santa Sede, Ottocento e
Novecento, dal sapore del giallo, teso a dimostrare che l'intelligence
pontificia, inizialmente formidabile, s'indebolì dopo la perdita del potere
temporale. E che nella Seconda guerra mondiale apprese dell'Olocausto dopo
l'Inghilterra, il cui silenzio sarebbe stato più colpevole di quello di Pio
XII. «Spie in Vaticano» si apre con la rivolta di Macerata del 24 giugno 1817,
soffocata nel sangue dalla polizia pontificia. Pochi giorni dopo, un pentito,
Paolo Monti, si presenta al vescovo di Fermo e si offre come informatore.
Portato dal segretario di Stato in Vaticano, il cardinale Consalvi, ne diviene
la spia nelle Marche. Nel giro di un mese, fa arrestare trenta congiurati e
l'Italia centrale torna alla normalità. Questi episodi si ripetono anche dopo
l'annessione di Roma ai Savoia, con la differenza che lo spionaggio non è più
diretto contro i sudditi ma contro i riformisti della Chiesa, che sovente
vengono epurati. Alla fine dell'Ottocento, un pupillo della segreteria di
Stato, Umberto Benigni, forma una specie di Cia, con un bilancio segreto,
reclutando persino agenti delle grandi potenze europee. Cadrà in disgrazia
attorno al 1910. Alvarez sostiene che già nel primo conflitto mondiale lo
spionaggio della Santa Sede non è più all’altezza delle sue tradizioni. La
Germania riesce a infiltrarlo e a pagarlo affinché impedisca all'Italia di
entrare in guerra (ma l'ingresso è solo ritardato). E un decennio più tardi,
dopo il fiasco dei negoziati segreti di Eugenio Pacelli, futuro Pio XII, sui
cattolici nell'Urss, cade nella trappola del Cremlino. Manda due volte in
Russia padre Michel d'Herbigny affinché contatti di nascosto i pochi preti
ancora liberi e consacri quattro nuovi vescovi. Ma il prelato è ingenuo, viene
pedinato dal Kgb, la polizia politica sovietica, che scheda i membri della
gerarchia cattolica e li rinchiuderà nel gulag. L'esperienza farà di Pacelli un
anticomunista irriducibile e un alleato dell'America. La parte centrale del
libro riguarda i maneggi di Hitler e Mussolini per influenzare la politica
estera della Santa Sede. Alvarez riferisce che il duce ha numerose spie in
Vaticano, da monsignor Enrico Pucci, il portavoce del Papa, a Giovanni Fazio,
un ufficiale della Guardia pontificia. E che alla morte di Pio XI nel '39, il
Führer punta sulla elezione di due cardinali filofascisti, Schuster di Milano e
Dalla Costa di Firenze (il suo terzo uomo sarebbe il cardinale di Torino,
Fossati, un errore madornale, perché Fossati è antifascista). Ma i due
dittatori non hanno il minimo successo. Negli ultimi capitoli, lo storico
conferma il ruolo di sostegno del Vaticano agli Usa dal '40 al '45. Aggiunge
che i tedeschi ne sono al corrente e tentano di inserire delle loro talpe nella
Santa Sede. Ma i tentativi vengono sventati. I vertici della Chiesa, dal
cardinale Tardini al cardinale Tisserant, i più influenti di tutti, sono
schierati. Se c'è qualcosa d'importante, viene riferita all'Oss, il servizio
segreto americano, e all'Mi6 quello inglese. C'è ancora molto da scoprire sulle
spie in Vaticano, conclude David Alvarez. Ma il quadro alla liberazione di Roma
è chiaro: la Santa Sede vi ha dato un forte contributo.
Gramsci: l’appello di Pacelli in Vaticano: c’è un comunista
da aiutare
di Emma Fattorini (dal Corriere della Sera del 18
luglio 2003)
Il 1° ottobre 1927, l'allora nunzio
Eugenio Pacelli in Germania scrive al segretario di Stato Cardinale Gasparri:
«Eminenza Reverendissima, il Signor Bratman-Brodowski, incaricato d'Affari di
Russia in Berlino mi ha rimesso il qui accluso documento concernente due
comunisti italiani, Gramsci e Terracini... con preghiera che Essa voglia
adoperarsi per la liberazione dei menzionati prigionieri, aggiungendo che il
governo sovietico sarebbe disposto a rilasciare in contraccambio due sacerdoti
cattolici incarcerati in Russia, a scelta della Santa Sede medesima». Il
cardinale Gasparri incarica di occuparsi della faccenda il noto gesuita padre
Tacchi Venturi, tramite ufficioso, eppure del tutto autorevole, tra il Duce e
la Santa Sede. E' significativo già il fatto che l'incarico sia stato affidato
a lui, protagonista delle più importanti mediazioni del Vaticano con il regime.
Il 20 ottobre Tacchi Venturi riassume l'esito della sua missione al cardinale
Gasparri, riportando la risposta del sottosegretario all'interno, il conte
Suardo: «Trattandosi di imputati tuttora sottoposti al giudizio del Tribunale
speciale manca allo stato attuale delle cose la possibilità giuridica di un
atto di clemenza» cosa, prosegue la lettera, che si potrebbe ottenere solo dopo
la sentenza di condanna. «Posso peraltro assicurare che... è escluso possa
essere applicata, nei riguardi di Terracini e di Gramsci la pena di morte.
Comunque, non appena sarà esaurito il processo tuttora in corso... non si
mancherà, per riguardo all'alto interessamento di cui V.S. Rev.ma si è fatto
interprete... di esaminare con ogni benevolenza la possibilità di proporre un
atto di clemenza a favore dei su nominati...». In conclusione, dunque una
risposta più che interlocutoria e decisamente rassicurante. Ma, allora, se la
Santa Sede si era impegnata ai massimi livelli e il regime non dimostrava un
atteggiamento negativo chi e cosa aveva bloccato la trattativa per la
liberazione di Gramsci? Si insinuava il sospetto sulle possibili responsabilità
di Togliatti. Su questo esplose una furiosa polemica negli Anni ’80 quando
furono pubblicati i documenti del ’27 che abbiamo citati. Un carteggio che non
è stato scoperto ora negli Archivi segreti vaticani ma che fu pubblicato il 30
ottobre del 1988 sul giornale Il Tempo da Giulio Andreotti, con una garbata e
acuta presentazione, nella quale dedicava questa «scoperta» allo storico Paolo
Spriano, da poco scomparso che aveva sollecitato la ricerca e che, scriveva
Andreotti, «non ha potuto gioirne». Un richiamo che trovo di particolare
sensibilità umana, sensibilità che, per usare un eufemismo è così spesso
mancata negli scontri che hanno lacerato il mondo della sinistra da quel
momento in poi. Al di là dell'interesse storico di questa documentazione
vaticana, la polemica che divampò allora tra intellettuali socialisti e
comunisti sul ruolo di Togliatti era la ennesima testimonianza di come
sull'affare Gramsci si giocassero e si giochino (ora, ovviamente, con ben
minore coinvolgimento politico) polemiche di natura più generale. E come l'uso
degli archivi e dei documenti sia ormai entrato in un vortice ingovernabile,
che ne snatura inesorabilmente un uso corretto, scientificamente attendibile.
Il rischio di strumentalità, nel caso di Gramsci suona particolarmente odioso.
Una sorta di accanimento su una vicenda, umana oltre che politica; di una
tragicità come poche nel Novecento. Segnata da una solitudine assoluta e dalla
ossessione che l'accompagnava. Del resto il ruolo svolto dalle donne di Gramsci
sta ormai troppo stretto nello stereotipo storiografico proposto per decenni,
quello dei tre ruoli complementari: Eugenia, la politica lucida, Tatiana,
l'amica-sorella e Giulia la moglie, romantica e pazza. Tre pezzi di femminile
che solo insieme fanno un intero, tutte un po' mogli, e tutte un po' madri dei
suoi figli (ricordate le fotografie spedite in carcere firmate «mamme»; così
come anche nella lettera pubblicata ieri le sorelle si definiscono come un
tutt'uno). La ricerca storica più recente ne ha ricostruito le storie più
distinte tra loro e ben diverse da quegli stereotipi. Pensiamo alla moglie
Julia e al suo ruolo di informatrice, tutt'altro che ingenua, una figura da
sottrarre all'agiografia più scontata. E infine da una tale sequenza di dolori
femminili, affannati dietro alla Grande Storia si staglia comunque la
angosciante, totale solitudine privata e pubblica di Antonio Gramsci.
VATICANO: CON NAZISTI C'ERA PATTO DI NON AGGRESSIONE,
“SPIEGEL” MA PIO XII NON
AVEVA SIMPATIE PER NAZISMO, ERA ERESIA
(Agenzia ANSA 17 APR 2003)
Una serie di documenti inediti degli archivi segreti
vaticani dimostrerebbe l'esistenza di un patto implicito di non aggressione tra
il Vaticano e la Germania nazista, ma chiarirebbe anche che papa Pio XII non
nutriva simpatie per il regime di Hitler. Lo rivela in un'anticipazione il
settimanale di Amburgo Der Spiegel che sara' in edicola sabato. Secondo il
settimanale, nel marzo del 1933, l'allora monsignor Eugenio Pacelli, che in
seguito sarebbe stato segretario di Stato vaticano e poi papa con il nome di
Pio XII, avrebbe esortato i vescovi tedeschi a risparmiare le critiche nei
confronti del nuovo regime guidato da Adolf Hitler. Lo dimostrerebbe una nota,
citata dallo Spiegel, del cardinale Pietro Gasparri, mentore del futuro Papa,
in cui si legge: ''Finche' Hitler non dichiara guerra alla Santa Sede ed alle
gerarchie cattoliche tedesche, non dobbiamo condannare il partito di Hitler''.
Nel 1935 l'allora Nunzio apostolico in Germania, Pietro Orsenigo,aveva
profetizzato: ''Gli ebrei sono destinati a sparire da questo Paese''. Malgrado
cio', il Vaticano aveva rinunciato a pronunciarsi pubblicamente sulla
condizione degli ebrei sotto il regime nazista. Comuque, sempre secondo i
documenti vaticani citati dal settimanale tedesco, Pio XII non provava
particolari simpatie per il regime di Hitler, al punto che negli anni Venti, da
Nunzio apostolico a Monaco, aveva descritto il nazismo come ''un movimento
anticattolico'' e come ''probabilmente l'eresia piu' pericolosa del nostro
tempo''. Il Vaticano, che ha messo a disposizione degli studiosi i documenti
del pontificato di Pio XII relativi al periodo in cui in Germania si affermava
il nazismo, ha per la prima volta riconosciuto lo scorso dicembre i limiti
dell'azione nei confronti degli ebrei di Papa Pacelli, accusato da alcuni
storici di ''colpevoli silenzi'' agli albori della seconda Guerra mondiale.
(ANSA).
“CIVILTA' CATTOLICA”, DE
GASPERI AVREBBE PREFERITO LA MONARCHIA DOCUMENTI INEDITI, PIO XII NON OSTILE A
REPUBBLICA
(Agenzia ANSA 17 aprile
2003)
Alcide De Gasperi,
considerato dagli storici uno dei campioni del repubblicanesimo, avrebbe
preferito che in Italia non si cambiasse regime istituzionale, nel referendum
sulla monarchia del 1946: la sua scelta repubblicana fu dettata da ragioni di
realismo politico. Ad affermarlo e' la rivista dei gesuiti ''Civilta'
Cattolica'' che, in base a inediti storici di parte ecclesiastica, ribalta
anche un altro luogo comune: Pio XII, contrariamente a quanto di solito
si pensa, non fu ostile alla Repubblica ed anzi riteneva che essa avrebbe
potuto tutelare gli interessi religiosi meglio di altre forme di Stato. ''Va
detto anzitutto - spiega l'articolo di Civilta' Cattolica, firmato dal padre
gesuita Giovanni Sale - che De Gasperi non era contrario in linea di principio
alla monarchia, anzi pare che egli in astratto ritenesse tale forma di Stato
piu' adatta alla situazione politica italiana. La sua scelta repubblicana (che
fu anche quella del suo partito) fu determinata per lo piu' da motivi di
realismo politico''. A riprova di cio', Civilta' Cattolica riporta alcune
confidenze fatte da De Gasperi all'allora nunzio in Italia mons. Borgoncini
Duca, che riferi' con una nota scritta alla Segreteria di Stato vaticana. Alla
domanda del nunzio su quale sarebbe stato l'atteggiamento del partito nei
confronti della monarchia, De Gasperi rispose ''Io volentieri lascerei le cose
come sono. Pero' vedo la situazione. Il nostro referendum interno nel partito
mi da' 60% per la Repubblica. Oggi possiamo calcolare che il blocco
social-comunita avra' nelle elezioni politiche il 43% dei voti; aggiunga a
quei, il voto dei repubblicani e di quella parte di democratici cristiani che
non vuole la monarchia, ed ella comprendera' che la Costituente avra' una netta
maggioranza repubblicana. Consideri poi che la monarchia non fa nulla. ...
Stando cosi' le cose il partito democristiano non puo' far credere che accetta
la repubblica con rassegnazione, quasi a forza, come gia' vanno dicendo i
nostri avversari. Cio' sarebbe un errore assai grave, perche' la costituzione
si farebbe senza di noi e contro di noi. Mentre se il partito aderisce alla
repubblica prima delle elezioni, noi saremo ascoltati nella costituente e cio'
sara' un bene per la nazione''. Per Papa Pacelli e per la Santa Sede - scrive
ancora Civilta' Cattolica - il problema della scelta istituzionale era
secondario rispetto a quello delle elezioni politiche per la creazione dell'
Assemblea Costituente. ''Con cio' -spiega padre Sale - non intendiamo affermare
che Pio XII avesse simpatie repubblicane; intendiamo dire soltanto che egli, a
differenza di quanto ritiene la maggior parte degli storici, non fu ostile,
come era stato invece il suo predecessore, alla forma dello Stato
repubblicano''. (ANSA).
PIO XII: PER PACELLI NUNZIO
IL NAZISMO ERA ANTICATTOLICO
Emerge da archivi lettera a
Gasparri su sommossa a Monaco
(Agenzia ANSA 5 MAR 2003)
Mons. Eugenio Pacelli,
nunzio apostolico in Baviera e futuro Pio XII gia' nel 1923 segnalava alla
segreteria di stato vaticana il carattere ''anticattolico'' del nascente
movimento nazista. E' quanto risulta da una sua lettera inedita del 14 novembre
1923, numero 28.961, indirizzata al segretario di stato Card. Pietro Gasparri,
e che sara' pubblicata nel prossimo numero del mensile di informazione
religiosa americano 'Inside the Vatican'. Nella lettera mons. Pacelli scriveva
tra l'altro ''i particolari della sommossa nazionalista che ha turbato nei
giorni scorsi la citta' di Monaco (cifrati numero 443, 444 e 445), sono ormai
noti all' eminenza vostra reverendissimo dalla stampa italiana''. ''Non ho
quindi bisogno di ripeterli - proseguiva - in questo rispettoso rapporto''.
''Sopra un punto tuttavia - specificava mons. Pacelli - cui allusi gia' nel
cifrato N. 444, credo opportuno di comunicare all' eminenza vostra, qualche
ulteriore dettaglio, vale a dire sulle manfestazioni di carattere anti
cattolico, le quali hanno accompagnato la sommossa stessa ma che non hanno
sorpreso le pubblicazioni degli organi dei radicali di destra, come il
Volkischer Beobachter e L'Heimatland''. ''Tale carattere si e' rivelato
soprattutto - riferiva ancora - nelle sistematiche eccitazioni contro il clero
cattolico con cui i seguaci di Hitler e di Ludendorff, massime nei discorsi
nelle pubbliche strade, aizzavano la popolazione, esponendo cosi gli
ecclesiastici a insulti e dileggi. I loro attacchi avevano tuttavia in modo
speciale di mira questo dotto e zelante cardinale arcivescovo (Faulhaber, ndr)
il quale, in una predica da lui pronunciata nel duomo il 4 corrente e nella sua
lettera al sig. cancelliere del Reich pubblicata dall' agenzia Wolff il giorno
7 novembre, aveva riprovato le persecuzioni contro gli ebrei''. ''A cio' si
aggiunge l'infondata e assurda voce sparsa - riferiva mons. Pacelli -
probabilmente ad arte, nella citta' che accusa l'eminentissima di aver egli
fatto cambiar di opinione il sig. von Kahr, il quale, come e' noto mentre sul
principio nella Bargerhraukeller aveva apparentemente, per sottrarsi alla
violenza, aderito al colpo di stato Hitler-Ludendorff, si era poi dichiarato
contro di esso''. ''Cosi' avvenne che durante i torbidi di pomeriggio di sabato
scorso - riferiva mons. Pacelli - un numeroso gruppo di dimostranti si porto dinnanzi
al palazzo arcivescovile gridando 'Nieder mit dem Kardinal!' (abbasso il
cardinale). L' eminentissimo trovavasi fortunatamente assente da Monaco essendo
partito in quel giorno per recarsi a consacrare una nuova chiesa in una
localita' presso Muhldorf; ma, quando la sera seguente torno' con la sua
automobile fu fatto parimenti segno a una dimostrazione ostile''. Questa
lettera, secondo accertamenti compiuti dall' Ansa, e' stata consegnata al
mensile 'Inside the Vatican' da un ricercatore che dal 15 febbraio scorso ha
avuto accesso a una nuova serie di documenti che l'archivio segreto Vaticano ha
messo a disposizione della ricerca, per disposizione di Giovanni Paolo II, in
deroga alla normativa che tali documenti vengano pubblicati solo dopo un intervallo
di 70 anni. Con l'apertura anticipata degli archivi l'attuale Pontefice intende
rispondere alla campagna d'opinione sui supposti ''silenzi'' di Pio XII nei
confronti del nazismo e dell'Olocausto.(ANSA).
PIO XII: DUE LETTERE PROVANO INVIO AIUTI PER EBREI INTERNATI
(agenzia Ansa
ROMA, 20 FEB 2003)
Nell'
autunno 1940 Pio
XII
mando' del denaro espressamente dedicato agli ebrei internati nel campo di
prigionia di Campagna, in Campania. Lo attestano due lettere inedite, pubblicate
oggi dal mensile d'informazione religiosa americano Inside the Vatican. Le
somme fatte pervenire erano rispettivamente di tre mila e 10 mila lire dell'
epoca. Intermediario degli aiuti era il vescovo di Campagna, mons.Giuseppe
Maria Palatucci, zio di Giovanni Palatucci, ultimo questore del Regno d'Italia
a Fiume, arrestato il 13 settembre 1944 con l'accusa di ''alto tradimento'' dai
tedeschi in quanto aveva sottratto alla morte centinaia di ebrei perseguitati.
Il questore Palatucci successivamente morira' in un campo di sterminio nazista.
Le due lettere giacevano in un archivio del ministero dell' Interno italiano e
sono venute alla luce durante i lavori per l'avvio della causa di
beatificazione di Giovanni Palatucci. Nella prima lettera, datata 2 ottobre
1940, il segretario di Stato card. Luigi Maglione, cosi', nello stile
dell'epoca, scriveva a mons. Palatucci: ''L'Augusto Pontefice si e' degnato di
accogliere l'esposto e mi ha ordinato di far pervenire a Vostra Eccellenza
l'importo di lire tremila, che le trasmetto coll'unito assegno sul Banco di
Roma''. Inoltre, ''Sua Santita', in omaggio all'intenzione degli offerenti, mi
ha pure incaricato di farle noto che questo denaro e' preferibilmente destinato
a chi soffre per ragioni di razza, e di comunicare la benedizione apostolica,
che con tutto cuore ha impartita a Vostra Eccellenza e al gregge affidato alle
cure pastorali''. La seconda lettera, del 29 novembre 1940, era firmata dal
sostituto alla segreteria di Stato, mons.Giovambattista Montini, il futuro
Paolo VI. Vi si legge: ''Riferendomi alla Sua istanza dell'8 novembre, diretta
ad ottenere una nuova somma da distribuirsi in sussidi agli ebrei internati
nella sua diocesi, mi pregio comunicare all'Eccellenza Vostra Reverendissima
che il Santo Padre ha benevolmente disposto che venga accordato quel piu' largo
aiuto da lei domandato''. ''In ossequio pertanto a tale venerato ordine -
proseguiva mons. Montini - le trasmetto l'accluso assegno di lire 10 mila,
pregando Vostra Eccellenza di voler inviare a suo tempo a questa Segreteria di
Stato una esatta, per quanto sommaria, relazione dell'impiego opera di carita',
che ella svolge per alleviare tanti dolori''. (ANSA).
Pio XII contro Hitler,
documenti inglesi per una nuova ipotesi
Di Arturo Colombo (dal Corriere della Sera del 21
luglio 2002)
Ecco una notizia «grossa», non solo per gli
appassionati di storia. Un lancio di agenzia, ieri alle 16.45, aveva per
titolo: «1940: Pio XII appoggiò piano eliminazione Hitler». Ma con esattezza,
di che si tratta ? Secondo padre Pierre Blet, uno studioso gesuita, che ne
scrive sul prossimo numero della rivista «Civiltà Cattolica», una serie di
documenti del Foreign Office, custoditi presso il Public Record Office di
Londra, servirebbe a gettare una nuova luce sui rapporti fra Papa Pacelli e il
Terzo Reich durante l'ultima guerra. Infatti, tra la fine del 1939 e l'inizio
dell'anno successivo, il 1940, non solo Pio XII intensificò gli sforzi per
trattenere l'Italia dallo scendere in campo a fianco dell'alleato nazista (e
questo era noto), ma tentò un passo, di cui solo adesso si avrebbe conferma
dagli archivi d'oltre Manica. «Non temette di recare il proprio appoggio ad
alti ufficiali tedeschi, che stavano studiando un piano per abbattere Hitler»
scrive il gesuita Blet, secondo le anticipazioni di ieri. E spiega che Pio XII
avrebbe convocato sir G. F. Osborned'Ar-cy, ministro plenipotenziario della
Gran Bretagna presso la Santa Sede, per comunicargli di aver saputo da un
emissario fidato che alcuni capi militari tedeschi sarebbero stati disposti a
sbarazzarsi del regime nazista di Hitler e a creare un nuovo governo (magari,
all'inizio di stampo militare), pur mantenendo l'unione dell'Austria al Reich.
Con qualche diffidenza, Papa Pacelli avrebbe avuto un secondo incontro sullo.
stesso tema, stavolta il 7 febbraio del '40, allo scopo di «non lasciar cadere»
una sola possibilità di salvare tante vite umane in pericolo. Ma il governo
inglese, con Churchill alla testa, non prese in considerazione tale proposta.
E' difficile, senza l'esame dei documenti, dare un giudizio di merito
sull'episodio. Certo, chi è convinto che occorre sempre riscrivere, senza
paraocchi ideologici, la storia (antica o contemporanea, non importa), avrà
un'ulteriore possibilità di verificare se e quanto è ancora possibile
«rivedere» tanti opposti pareri sulla controversa politica, di Pio XII.
PIO XII e
gli ebrei, tutte le ragioni di quel silenzio
Un saggio dello storico Renato Moro affronta il
controverso atteggiamento del Vaticano durante la Shoah, ma rifiuta la logica
del processo.
"Papa
Pacelli temeva che una protesta pubblica avrebbe peggiorato la situazione dei
perseguitati"
di Giovanni
Belardelli (dal Corriere della Sera del 18 maggio 2002)
Si discute da decenni dell'atteggiamento
tenuto dalla Chiesa nei confronti dello sterminio degli ebrei, e in particolare
del fatto che Pio XII evitò di pronunciare una solenne condanna del nazismo. Ma
la discussione non è mai riuscita a liberarsi da un impianto sostanzialmente
accusatorio, cioè dalla tendenza a condannare Pio XII, addirittura accusandolo
di qualche simpatia per il nazismo, o alternativamente ad assolverlo sulla base
di valutazioni e giudizi non privi di toni apologetici. L'intera questione è
ora riesaminata in un bel libro di Renato Moro (edito da II Mulino) che parte
proprio dalla necessità di rifiutare la logica del processo. Lo storico, scrive
l'autore, non deve stabilire cosa si sarebbe dovuto fare; il suo dovere è
«cercare di comprendere motivi, ragionamenti, mentalità, condizionamenti oggettivi
e soggettivi che hanno spinto a comportarsi in un certo modo». Al riguardo non
va dimenticato anzitutto che il «silenzio» di Pio XII di fronte allo sterminio
degli ebrei fu il risultato di un comportamento assunto in modo consapevole. Il
pontefice riteneva infatti che cauti passi diplomatici avrebbero potuto
strappare qualche risultato positivo. mentre ogni pubblica protesta avrebbe
peggiorato la situazione dei perseguitati. A spingerlo in questa direzione
concorreva la sua formazione giuridica, che lo induceva a sopravvalutare la
portata dei mezzi diplomatici. Inizialmente ci fu anche una sottovalutazione di
ciò che stava avvenendo agli ebrei d'Europa, sottovalutazione che era del resto
comune all'opinione pubblica dei Paesi democratici. Non si trattava solo di
carenza di informazioni. ma anche — quando queste dal '42 cominciarono a
testimoniare di un vero e proprio sterminio — della difficoltà a credere
davvero alla realtà di un fatto inaudito e inimmaginabile. L'atteggiamento
tenuto dalla Chiesa nei confronti dell'Olocausto fu però il risultato di un
insieme di motivazioni diverse. Così, la prudenza adottata dal Papa dipese
anche dalla paura che, mentre si profilava la sconfitta di Hitler, una condanna
potesse essere considerata dai cattolici tedeschi come un tradimento, come una
sorta di pugnalata alle spalle. Inoltre, quando infuriava a est lo scontro fra
Germania e Urss, la Santa Sede era paralizzata dal timore che una condanna
della dittatura di Hitler potesse favorire la dittatura di Stalin. Soprattutto,
nel libro si insiste sul peso avuto dalla tradizione dell'antisemitismo
cattolico. Moro parla di antisemitismo cattolico, e non solo di antigiudaismo,
perché ricorda in modo convincente come non si trattasse più soltanto
dell'antica ostilità religiosa verso gli ebrei. Tra fine '800 e inizio '900 si
era infatti diffuso, anche in ampi settori del mondo cattolico, un
antisemitismo a sfondo politico e sociale. Gli ebrei apparivano come la
quintessenza di una modernità che si presentava con il volto minaccioso della
scristianizzazione. In questa prospettiva, sentendosi minacciata, la Chiesa era
portata a considerare in modo almeno in parte positivo la stessa legislazione
contro gli ebrei introdotta negli anni '30 da alcune dittature. Anche se,
naturalmente, considerava leggi del genere come un modo per separare gli ebrei
dai cattolici, non certo per compiere atti di violenza ai loro danni. Insomma,
non va dimenticato che a quell'epoca i cattolici vedevano generalmente negli
ebrei, scrive Moro, non gli «antenati della loro fede, ma i nemici della loro
religione». Ancora nell'agosto 1943, caduto Mussolini, il Vaticano intervenne
presso Badoglio perché si modificassero le leggi razziali del fascismo in
quelle parti che contraddicevano la dottrina cattolica (ad esempio il divieto
dei matrimoni tra cattolici ed ebrei convertiti), senza però abrogarle poiché
contenevano alcune disposizioni «meritevoli di conferma». Fu anche a causa di
questi pregiudizi nei confronti dell'ebraismo che la Chiesa trovò inizialmente difficile
capire la radicale novità rappresentata dall'antisemitismo nazista, che non
voleva soltanto tenere a distanza gli ebrei ma mirava a sterminarli. E'
innegabile che molti cattolici, in tutta Europa, si prodigarono nell'aiutare
gli ebrei anche senza una pubblica e solenne condanna papale del nazismo.
Tuttavia, se questa condanna vi fosse stata, conclude Moro, avrebbe spinto il
mondo cattolico a mobilitarsi nella sua generalità, ciò che invece non avvenne.
Una simile condanna sarebbe stata particolarmente rilevante per quei paesi —
come la Germania — in cui più pesava la tradizione del pregiudizio antiebraico.
Pio XII scelse la linea del silenzio, non senza incertezze e sofferenza
interiore, convinto anche che i rischi di una denuncia dall'alto della cattedra
di Pietro avrebbero potuto provocare risultati ancora peggiori. Tuttavia il
peggio, per gli ebrei d'Europa, era già arrivato.
• II libro di Renato Moro «La Chiesa e lo sterminio
degli ebrei», è edito da II Mulino, pagine 208, euro 12
di Alberto Melloni (dal Corriere della
Sera del 18 maggio 2002)
Fiumi
d'inchiostro sono stati versati sull'atteggiamento di Pio XII durante la Shoah.
Da quando una pièce teatrale che è la base di un recente film di Costa Gavras,
accusò il papa, I dilemmi e i silenzi di Pio XII, come titolava un
volume di saggi di Giovanni Miccoli, continuano ad animare sia il lavoro
storico che la discussione pubblica. Difeso affastellando attenuanti banali e
incolpato d'essere addirittura «II papa di Hitler», Pio XII è rimasto a lungo
il fulcro d'una polemica che, grazie alla chiusura degli archivi vaticani,
metteva tutto sul conto del pontefice. Su questo schema interpretativo ha
inciso poco la decisione montiniana di pubblicare una selezione degli atti
della diplomazia pontificia, mentre ha ottenuto di più una storiografia (E.
Fattorini, C.F. Casula, A. Riccardi, G. Vecchio oltre al citato Miccoli) che ha
documentato la complessità delle periodizzazioni e delle responsabilità nella
Shoah. In questa linea, e poche settimane dalla decisione papale di aprire nei
prossimi mesi le carte vaticane, arriva per i tipi del Mulino il bel saggio La
chiesa e lo sterminio degli ebrei di Renato Moro. Egli conduce il lettore
fra le fonti e gli studi oggi disponibili con la sicurezza del maestro di
storia: di storia — sì, che è paga di capire fatti, nessi, origini e non cerca
«prove» contro i perpetratori e gli spettatori della violenza nazista e
fascista, che sono condannati dalla vita. Moro porta il lettore dentro una
contraddizione che ha per soggetto la chiesa e lascia che gli argomenti della
polemica su Pio XII riprendano posto su più vasti scenari per capirne la reale
portata. L'antigiudaismo cattolico ha una cronologia diversa dall'antisemitismo
degli Stati totalitari? Sì: ma è tale discronia che impedì l'esprimersi di un
giudizio teologico e politico sulle leggi razziali nel 1939 (p. 97). Pio XII
sprezzò in privato il nazismo? Sì: ma egli e la Santa Sede non hanno
«pienamente tenuto conto dell'unicità mostruosa della iniziativa hitleriana sul
terreno della politica razziale» (p. 110). I cattolici che erano intrisi della
stessa cultura del disprezzo che pervadeva i carnefici salvarono un po' di
ebrei? Sì, ma «l'aiuto prestato dai singoli non risolve, ma moltiplica i
problemi» (p. 29). Insomma: Moro mostra che è necessario un equilibrio che non
è frutto di calcoli politici, ma di uno studio da cui s'evince che «il silenzio
— è un problema collettivo, non individuale» (p. 29), perché tale è il
cattolicesimo. Non basta un libro, che è avvincente per il pubblico e
convincente per gli studiosi, a sventare il semplicismo (in fondo subdolamente
revisionista) di chi vuol cancellare l'antisemitismo con una gita nei lager o
rinchiuderne il peso nel papa d'un Vaticano impotente con un Amen: «Tutto verrà
alla luce: delinquenze e condanne» scriveva nel 1942 monsignor Tardini, il
cervello della diplomazia vaticana; e con questo tutto la storia non cessa di
lavorare.
La Croce e la svastica Costa Gavras accusa
Il discusso film sulle reticenze di Papa Pio XII ai tempi di Hitler Il
regista polemico: da noi il manifesto di Toscani solo sui giornali
(da La Stampa del 18 aprile 2002)
ROMA- Non è stata una bella sorpresa, per il maestro
del cinema di denuncia Costa-Gavras, vedere che il manifesto pubblicitario del
suo nuovo film "Amen", presentato con successo all´ultimo FilmFest di
Berlino e poi in Francia, in Belgio e in Svizzera, è totalmente assente dai
muri della capitale. Firmato da Oliviero Toscani, già molto discusso alla prima
uscita berlinese, il poster, su cui è raffigurata una grande croce rossa con le
estremità uncinate, non è stato diffuso per volontà del distributore italiano
della Mikado Roberto Cicutto. "Vedo con tristezza - ha osservato
Costa-Gavras - che il manifesto non è presente in città, ma solo sulle pagine
dei giornali. In Francia e in Svizzera è stato affisso liberamente, mi dispiace
che qui sia andata in modo diverso: non si tratta di censura, ma di
auto-censura". Cicutto replica assumendosi totalmente la responsabilità
della scelta: "Visto l´aggravarsi della situazione in Medio Oriente negli
ultimi giorni, con al centro la vicenda della Chiesa della Natività e
l´intrecciarsi delle varie posizioni, abbiamo ritenuto che quel segno, il
crocifisso-svastica, potesse essere equivocato e non volevamo offendere la
sensibilità cristiana. Ci dispiace che Costa-Gavras non condivida la scelta, ma
ce ne prendiamo tutto il carico". Eppure al centro di "Amen",
tratto dal dramma teatrale di Rolf Hochhuth intitolato "Il Vicario",
ci sono, spiega il regista, due personaggi, il chimico e ufficiale delle SS
Kurt Gerstein (realmente esistito), e il giovane gesuita Riccardo Fontana (frutto
d´invenzione) che reagiscono agli eventi "applicando la stessa filosofia
cristiana, pur essendo uno protestante e l´altro cattolico". L´obiettivo
infatti era uguale: sconfiggere il silenzio di chi, pur essendo a conoscenza
della sterminio nazista degli ebrei, non fece niente per fermarlo. L´accusa,
molto diretta, è rivolta all´atteggiamento tenuto da Papa Pio XII durante la
seconda guerra mondiale: "C´è sempre spazio per la resistenza - sostiene
Costa-Gravas -, anche sotto un regime aggressivo come il nazismo. La Chiesa sapeva
e non si pronunciò, perchè le gerarchie ecclesiastiche scelsero la via del
calcolo diplomatico sostenendo che un intervento di Pio XII avrebbe provocato
una reazione ancora più violenta. D´altra parte parliamo della stessa Chiesa
che, nei secoli, ha dato spazio al radicamento dell´antisemitismo preparando il
terreno di coltura dell´Olocausto. E poi, non è stato un vescovo a lasciare che
venissero massacrate 800 mila persone in Ruanda? E non erano i cappellani
militari argentini a rincuorare i soldati costretti a gettare nell´oceano i
cadaveri dei desaparecidos?". D´altra parte, ricorda Costa-Gavras, ci
furono anche tanti preti coraggiosi, pronti, come Riccardo Fontana
(interpretato dall´attore e regista francese Mathieu Kassovitz), a immolarsi per
difendere gli ebrei in pericolo: "Il mio non è un film contro la Chiesa,
ma bensì una metafora sul peso del silenzio in un momento così tragico per
l´umanità". Inevitabile il riferimento alla stretta attualità anche se,
com´è ovvio, "Amen" è stato pensato e realizzato molti mesi fa:
"L´anti-semitismo di cui oggi si torna a parlare non è altro che la
reazione puntuale a quello che oggi sta accadendo in Medio-Oriente: rinasce
perchè è in atto questa tragedia". Per una scelta precisa e meditata
Costa-Gavras, a differenza di tanti altri registi, ha evitato di rappresentare
in modo diretto la vita nei lager: "Trovo che il cinema non possa, sia da
un punto di vista etico che pratico, rappresentare l´Olocausto; io stesso non
sarei mai riuscito a dire a un attore sul set "adesso svestiti e
interpreta il dramma". Avrei provato vergogna: non si possono descrivere
in modo realistico le condizioni di vita nei lager". Tra polemiche e
precisazioni, Costa-Gavras trova anche il modo di rispondere al presidente Ciampi
che ha invitato, qualche giorno fa, i registi italiani a girare più film sulla
storia patria: "Lo Stato italiano dovrebbe preoccuparsi di dare più soldi
ai cineasti, altrimenti quei film non si potranno fare mai e noi tutti, in
Europa, continueremo a vedere un cinema italiano molto povero".
"Film su Pio XII, l’Italia mi censura"
Protesta di Costa-Gavras: bloccato il poster di "Amen." con
la croce e la svastica
(Dal Corriere della Sera del 18 aprile 2002)
ROMA
- "E’ una ferita al cuore profonda, e tanto più dolorosa perché mi viene
dall’Italia: il distributore del mio film "Amen." ha deciso di non
affiggere sui muri il manifesto di Oliviero Toscani. Un film è anche il suo
manifesto. E’ una vera censura", dichiara Costantin Costa-Gavras, regista
di "Amen." (sui nostri schermi da domani) nella locandina del quale
campeggia una croce latina che si confonde in una svastica. "Amen.",
infatti, denuncia il silenzio "diplomatico" del Vaticano e di Papa
Pio XII sui crimini nazisti contro gli ebrei attraverso le storie di un giovane
gesuita deciso a convincere il potere religioso a non tacere sugli eccidi e di
un ufficiale delle SS (realmente esistito) che denunciò quello che accadeva.
Protestano il regista Costantin Costa-Gavras, lo scrittore Rolf Hochhuth, i due
protagonisti, Mathieu Kassovitz (il gesuita) e Ulrich Tukur (l’ufficiale
tedesco che denunciò con un memoriale dettagliato quanto stava accadendo), la
produttrice del film e moglie di Costa-Gavras, Michelle Ray, già affermatissima
giornalista francese di reportage scottanti. Per tutti, l’omissione del
manifesto va contro il significato più forte del film. "Siamo sorpresi -
ha detto il regista -, perché la distribuzione ha cambiato radicalmente la
politica di promozione del film senza avvertirci. Nessun manifesto e anche, su
alcuni giornali, una pubblicità che ci sembra semi-clandestina e per di più
accompagnata da un testo lambiccato, imbarazzato e soprattutto mediocre che
vorrebbe spiegare il contenuto del film e che sembra voler giustificare o anche
discolpare in anticipo il distributore". Replica il distributore Roberto
Cicutto: "Dopo quanto è accaduto in questi ultimi giorni in Medio Oriente,
anche se avevamo i manifesti pronti e stampati, che verranno pubblicati sui
giornali e affissi solo nelle sale di cinema, abbiamo deciso che l’affissione
nelle strade avrebbe potuto generare equivoci". Gli esponenti di An
Michele Bonatesta e Riccardo Pedrizzi, che negli scorsi giorni avevano chiesto
alla magistratura di bloccare i poster, applaudono la decisione. Amareggiato,
il regista afferma: "Il mio è un film sulla Storia che ancora e sempre si
ripete. Il silenzio non è mai una soluzione. Nel film io denuncio il Vaticano
come sistema di potere e traccio, attraverso l’odissea del giovane gesuita, una
netta metafora sui silenzi e sulle partecipazioni della società a dittature,
sparizioni di massa: in Africa come in America Latina. Il senso di
"Amen." va al di là della storia dell’ufficiale nazista e del
gesuita, un protestante e un cattolico, due simboli di coscienza cristiana che trovarono
il coraggio di lottare contro la barbarie. Sempre chi ha il potere, sia
politico o religioso, deve conservare, senza usare la parola
"diplomazia", i margini di denuncia, di opposizione, di ribellione a
ogni misfatto. Non accadde ai tempi di Hitler e del "silenzio" di Pio
XII; non accadde durante lo sterminio in Ruanda, quando un vescovo sapeva
dell’uccisione di 800 mila persone e tacque; non accadde in America
Latina".
Si scalda il regista di "Zeta l’orgia del
potere" e ribatte a chi gli fa osservare che il presidente Ciampi ha
recentemente dichiarato quanto sia importante il binomio "cinema e
storia". Dice: "Se il vostro presidente pensa davvero questo, deve
dare più denaro al cinema, come accade, pur tra mille difficoltà, in Francia.
Solo così potrà far risorgere un cinema italiano forte, impegnato, con una
valenza culturale e lontano da ogni censura".
Shoah e polemiche, "Amen" arriva in Italia
L'impianto della pellicola, ispirata al "Vicario" di
Hochhuth, non convince neppure la critica laica "Come era ingiusto
accusare il popolo ebraico di deicidio, così Pio XII non può essere considerato
complice di Hitler"
di Giovanni Maria Del Re
(da L'Avvenire 12 aprile 2002)
Anche in Italia Amen sarà pubblicizzato con l'ormai famosa immagine
realizzata da Oliviero Toscani: una croce che si trasforma in svastica. Ma
soltanto sui giornali e nelle locandine dei cinema. Con un annuncio pubblicato
ieri su "Repubblica", Mikado - che distribuisce la pellicola nel
nostro Paese - ha annunciato di aver preso questa decisione "per non
acuire tensioni e polemiche in questo tragico momento di guerra in Medio
Oriente". In Francia il manifesto è già stato al centro di un processo,
che però si è risolto a favore del regista. Da parte sua Costa-Gavras, in un'intervista
rilasciata nei giorni scorsi, ha ammesso che durante la Seconda guerra mondiale
numerosi ebrei sono stati salvati dai cattolici, ma ha sostenuto che questo
sarebbe avvenuto in assenza di un ben preciso "ordine" proveniente
dal Pontefice. Il regista ha inoltre precisato di non aver mai pensato che Pio
XII abbia tenuto un atteggiamento "filonazista". Tuttavia, a suo
avviso, considerava Hitler "come un nemico legittimo piuttosto che un
nemico da distruggere come pensavano Churchill, De Gaulle e molto più tardi Roosevelt".
BERLINO. "La tesi del film rappresenta una grossolana calunnia e
una deformazione della storia". Non ha usato mezze parole il cardinale
Karl Lehmann, che oltre ad essere vescovo di Magonza è anche presidente della
Conferenza episcopale tedesca, nel criticare Amen di Constantin Costa-Gavras.
Com'è noto, il film - che esce in questi giorni in Italia - ha suscitato dure
polemiche in occasione della sua presentazione al Festival del cinema di
Berlino, a cominciare dal manifesto del film (disegnato da Oliviero Toscani)
che mostra una croce fusa con una svastica, a suggerire una chiara connivenza
tra la Chiesa di Pio XII e il regime di Hitler. Una tesi che in Germania è nota
da tempo, per una famosa quanto discussa pièce teatrale, alla base dello stesso
film di Costa-Gavras, di Rolf Hochhuth, Il vicario (1959): secondo il
drammaturgo il Papa, pur sapendo chiaramente che cosa stava accadendo a milioni
di ebrei, non intervenne, rifiutando qualsiasi chiara condanna.
"Pacelli era informato sin dall'inizio minuziosamente di quanto
accadeva agli ebrei - ha inveito lo stesso Hochhuth in occasione della
presentazione di Amen al Festival di Berlino - sapeva benissimo che il 45% dei
soldati della Wehrmacht era cattolico e dunque non avrebbe accettato di
partecipare allo sterminio. E aveva visto che un cardinale (von Papen) aveva
potuto attaccare dal pulpito l'"eutanasia" contro gli handicappati
senza che nulla gli accadesse, anzi ottenendo di fermarla. E invece di fronte
all'Olocausto non fece niente, macchiandosi di un gravissimo crimine".
Accuse che non pochi giudicano infondate, e che hanno suscitato la dura
reazione di Lehmann: "I tanti, anche cattolici - ha proseguito il
cardinale - che hanno messo a rischio la propria vita e spesso l'hanno anche
persa per combattere il nazismo si sentirebbero scherniti a posteriori".
Non solo la Chiesa ha respinto le accuse lanciate al Vaticano da Hochhuth e
Costa-Gavras: i due non hanno davvero convinto neppure i giornalisti. Le
critiche in Germania - anche su giornali di area apertamente laica - sono state
piuttosto negative. Un po' tutti hanno accusato il film di semplicismo, oltre
che di un eccessivo ricorso ai costumi storici a scapito spesso della sostanza.
Soprattutto, molti hanno rilevato proprio una deformazione della realtà
storica, anche se Costa-Gavras si è difeso tenacemente, presentando Amen come
"non un film storiografico, ma un'accusa contro tutti i crimini contro
l'umanità perpetrati in questo terribile Novecento".
Significativamente, ad attaccare il regista e Hochhuth
è stata anche una giornalista ebrea, Mariam Lau, che ha pubblicato una dura
recensione sul quotidiano Die Welt: "La religiosità di Pio XII - scrive -
non è stata messa in dubbio da nessuno. L'odio di Hitler nei suoi confronti era
nota come i suoi scoppi d'ira, durante i quali giurava di voler "sbattere
fuori dal Vaticano questa banda di porci"". Il giornale ricorda
inoltre l'assedio del Vaticano da parte dei nazisti, "eppure - prosegue
Mariam Lau - centinaia di diplomatici e profughi ebrei riuscirono egualmente a
trovarvi rifugio". Peccato che questo nel film non si veda.
Una Croce e la Svastica(Amen)
Pio XII, gli ebrei e un film
di Giovanni Belardelli
(dal Corriere della Sera del 19 marzo 2002)
Quanti sono gli ebrei che Pio XII ha collaborato ad
eliminare? L'interrogativo è evidentemente assurdo: eppure sta pian piano
diventando legittimo se dobbiamo giudicare da ciò che si va sostenendo da
qualche tempo. Un giornale autorevole come Le Monde, ad esempio, ha scritto che
nell'Europa orientale "la Chiesa si impegnò attivamente" nello
sterminio degli ebrei "con l'appoggio del papa"; un libro di successo
(ne è appena uscita l'edizione economica) di John Cornwell ha come titolo,
quasi fosse cosa ovvia, Il papa di Hitler. Può accadere anche, di fronte a un volume
fondato su serie ricerche (come quello di Susan Zuccotti pubblicato da Bruno
Mondadori). che la casa editrice lo accompagni di una scheda esplicativa in cui
si parla — di nuovo, come la cosa più ovvia del mondo — del
"silenzio-assenso" di Pio XII di fronte alla Shoah. Tutto ciò non ha
suscitalo finora molta attenzione: ma ne susciterà probabilmente tra qual che
settimana, quando comparirà anche nelle nostre sale cinematografiche Amen di
Costa Gavras. Il film ha già provocato forti polemiche in Francia. Non solo
perché affronta il tema delle responsabili la della Chiesa di fronte
all'Olocausto con un impianto dichiaratamente accusatorio (ricavato dal Vicario
di Hochhuth. del 1963). Ma anche e soprattutto perché la pellicola viene
pubblicizzata da un manifesto di Oliviero Toscani che fonde insieme il simbolo
cristiano e il principale simbolo nazista, la croce e la svastica. Così. grazie
a un'immagine di forte impatto. che alcune personalità ebraiche francesi hanno
giustamente definito "malsana", c'è il rischio che la questione
dell'atteggiamento tenuto dalla Santa Sede nei confronti della Shoah finirà con
l'apparire risolta una volta per tutte. Si tratta invece di un tema complesso,
al cui centro sta l'interrogativo circa il perché Pio XII non abbia formulato
una denuncia drammaticamente più esplicita dello sterminio degli ebrei messo in
atto da Hitler. La Santa Sede si limitò infatti a un'azione assai cauta: per lo
più a interventi riservati presso i governi, lasciati all'iniziativa dei
singoli episcopati. Per questo comportamento sono state chiamate in causa varie
ragioni: il timore per le conseguenze negative che un'aperta e pubblica
condanna avrebbe avuto per i cattolici e per gli stessi ebrei, la tradizionale
disposizione della Chiesa a mantenere una posizione neutrale durante un
conflitto, la paura che l'integrità territoriale del Vaticano fosse messa a
repentaglio. È stato dato risalto anche alla mentalità dei funzionari vaticani.
portati a vedere le persecuzioni degli ebrei solo come uno dei tanti problemi
che si trovavano ad affrontare (e a questo riguardo non va dimenticato che lo
sterminio messo in atto da Hitler a quell'epoca fu sottovalutato un po' da
tutti). I ritardi e la debolezza delle iniziative prese da parte vaticana vanno
però addebitati anche (e soprattutto) a un altro elemento: il radicato orienta
mento antigiudaico della Chiesa e del mondo cattolico, che da tempo avevano
individuato negli ebrei i principali responsabili dei mali della modernità e
dunque del la scristianizzazione che minacciava il mondo contemporaneo. Fu a
causa di questo orientamento che, negli anni '30, la Santa Sede non fece
seguire alla condanna del razzismo nazista un'analoga condanna delle leggi
contro gli ebrei approvate in vari Paesi. La Chiesa riteneva infatti legittimo
che una società si difendesse dal "pericolo giudaico" anche con
misure discriminatorie. Così, nel 1938. da parte vaticana non vi furono pro
teste per le "leggi razziali" italiane se non riguardo alla
proibizione dei "matrimoni misti" (cioè tra cattolici ed ebrei
convertiti), ma perché questa proibizione rappresentava un "vulnus"
del Concordato. Fu soprattutto il radicato pregiudizio antiebraico, dunque, a
far sì che la Santa Sede e il mondo cattolico comprendessero con difficoltà
d'essere di fronte a un fatto radicalmente nuovo quando il nazismo passò dalla
discriminazione giuridica degli ebrei (che la Chiesa, a certe con dizioni,
aveva giudicato legittima) al loro sterminio. Su tutto questo si sono avute di
recente significative ammissioni anche da parte vaticana. Si tratta comunque di
argomenti sui quali la discussione resta aperta. Ma considerare Pio XII alla
stregua di un complice di Hitler, fondere insieme la croce e la svastica non
contribuisce ad alimentare il confronto fra le diverse tesi ne tanto meno
accresce la nostra comprensione di come e perché le cose andarono in un
determinato modo.
La sassata di Davide colpisce Pio XI e Dossetti
Un libro di David Kertzer sui papi antiebrei risparmia Pio XII. Ma fa a
pezzi il predecessore. Botta e risposta con "La Civiltà Cattolica"
di Sandro Magister
(Da L'Espresso 28 febbraio 2002)
Il volume di David I. Kertzer "I papi contro gli ebrei" si
distacca di netto dalla sequela di libri dedicati a esecrare o giustificare i
"silenzi" di Pio XII sullo sterminio nazista. Nel libro di Kertzer,
infatti, di Pio XII quasi non si parla. I papi di cui racconta sono quelli che
vanno da Pio VII a Pio XI. Da Napoleone alla vigilia della seconda guerra
mondiale. Il libro è ben costruito. Troppo. Perché di questi papi e dei coevi
gerarchi di Chiesa allinea soltanto le parole e gli atti "contro gli
ebrei". La tesi è esposta con chiarezza nelle prime pagine. E rovescia
quella espressa dal Vaticano nel documento del 1998 "Noi ricordiamo: una
riflessione sulla Shoah". A detta del Vaticano la Chiesa è stata sì
"antigiudaica" per ragioni religiose – e di questo chiede perdono –
ma mai "antisemita" su basi razziste. A detta di Kertzer, invece, c’è
continuità tra l’antigiudaismo della Chiesa e l’antisemitismo di Hitler. Il
primo ha aperto la strada e fornito alimento al secondo. Più sotto trovate una
sintesi della ricostruzione di Kertzer, da lui stesso scritta per il
"Corriere della Sera". E subito dopo la replica, sempre scritta per
il "Corriere", di Giovanni Sale, gesuita dell’autorevole rivista
"La Civiltà Cattolica". Ma un’altra cosa va notata, del libro di
Kertzer: il severo giudizio di condanna calato su papa Pio XI. Al cui confronto
appaiono persino indulgenti i pochi cenni che l’autore riserva al successore,
Pio XII. Con questo Kertzer non solo si distacca dal luogo comune della
contrapposizione tra un Pio XI "buono" e un Pio XII
"cattivo". Ma contesta frontalmente proprio la lettura di quel
passaggio di pontificato, sul caso cruciale degli ebrei, data dal maggiore
maestro della cultura politica cattolica del secondo Novecento italiano,
Giuseppe Dossetti. Dossetti formulò la sua lezione in una ampia e dotta
introduzione al volume di Luciano Gherardi "Le querce di Monte Sole":
una rilettura cristiana delle stragi naziste di Marzabotto, edita dal Mulino
nel 1986. E di una vera lezione si trattava, storica e teologica insieme. Su
quelle pagine si sono formati, studiandole intensamente, i monaci e i discepoli
delle comunità fondate dallo stesso Dossetti. Stando alla lezione di Dossetti,
c’è una distanza abissale tra l’antigiudaismo cattolico e l’antisemitismo
nazista. A quest’ultimo va riconosciuta una "unicità" nel male che fa
il pari con l’"unicità" che molti assegnano alla Shoah. E proprio
papa Pio XI – sempre secondo Dossetti – "aveva avuto intuizioni
profondissime" di questa natura incommensurabilmente malvagia del nuovo
antisemitismo nazista. L’aveva capita a fondo sul finire del suo pontificato. E
si sarebbe comportato di conseguenza, denunciandola al mondo quando ancora c’era
tempo per fermarla... Ma morì. E il successore Pio XII, a guerra ormai
scoppiata, preferì "sottomettersi a un principio prudenziale" e alla
"persistente speranza di negoziazioni riservate". Questa la lezione
di Dossetti. Che Kertzer fa a pezzi. Molto sbrigativamente. L’ultimo capitolo
del suo libro, quello che parla di Pio XI, ha per titolo "L’anticamera
dell’Olocausto".
Ecco qui di seguito il botta e riposta di questi giorni tra Kertzer e
"La Civiltà Cattolica": La Chiesa e la trappola del "sano antisemitismo"
di David I. Kertzer (Dal "Corriere della Sera" del 26 febbraio 2002)
Come mostrano chiaramente le notizie della scorsa settimana, il dibattito sul
ruolo del Vaticano nella Shoah non si è concluso. Il nuovo film di Costa-Gravas,
"Amen" , che inizia con il rifiuto di Pio XII di prendere posizione
pubblicamente contro lo sterminio nazista degli ebrei, ha sollevato grida di
protesta nella Chiesa in Italia e altrove. Rispondendo a crescenti pressioni,
lo scorso venerdì il Vaticano ha dichiarato che gli archivi relativi al papato
di Pio XI (1922-1939) sarebbero presto stati aperti. Negli ultimi anni il
Vaticano ha inviato segnali ambigui su come intenda affrontare questa parte del
suo passato. Da un lato Giovanni Paolo II ha chiesto a tutti i figli e le
figlie della Chiesa di fare "un esame della responsabilità per i peccati
commessi nel passato", ed egli stesso ha chiesto perdono a nome della
Chiesa per la passata intolleranza nei confronti degli ebrei. Tuttavia la
Commissione che ha incaricato di investigare sul ruolo della Chiesa nella
diffusione dell'antisemitismo moderno ha concluso, nel rapporto del ’98
"Noi ricordiamo", che la Chiesa non ha responsabilità per
l'Olocausto. La Commissione ha dichiarato che nel passato la Chiesa ebbe un
ruolo nel diffondere un'immagine negativa degli ebrei solamente sotto l'aspetto
religioso, mentre l'antisemitismo moderno, che ha contribuito ad aprire la
strada alla Shoah, si componeva di immagini negative degli ebrei in ambito
sociale, economico, politico e razziale. La riluttanza del Vaticano a
confrontarsi con il suo scomodo passato è nuovamente affiorata nella critica al
mio nuovo libro, "I papi contro gli ebrei: il ruolo del Vaticano
nell'ascesa dell'antisemitismo moderno", mandata in onda da Radio
Vaticana. padre Giovanni Sale, storico di "La Civiltà Cattolica", ha
sminuito il libro definendolo "pamphlet", e ha aggiunto che "non
era un serio libro di storia". Aderendo alla visione ufficiale secondo cui
le immagini negative degli ebrei propagandate dalla Chiesa non avevano nulla a
che fare con l'antisemitismo, padre Sale ha affermato che "La Civiltà
Cattolica", le cui pagine dovevano essere approvate dal Vaticano prima di
andare in stampa, non solo non promulgò l'antisemitismo, ma anzi si batté con forza
contro i pregiudizi. Senza dubbio padre Sale conta sul fatto che pochi si
daranno la pena di andare a controllare i vecchi numeri di "La Civiltà
Cattolica". Che, invece, ebbe un ruolo importante nella diffusione
dell'antisemitismo, dalla nascita dell'antisemitismo moderno, nel 1880 circa,
fino alla seconda guerra mondiale. All'inizio del 1880, ad esempio, la rivista
pubblicò una serie di 36 articoli violentemente antisemitici. Un passo del
numero del 22 dicembre 1880 dice: "Se questa ebraica razza straniera è
lasciata troppo libera di sé, diventa subito persecutrice, vessatrice, tiranna,
ladra e devastatrice dei paesi dove si stabilisce... Per impedire che questa
razza perseguiti o sia perseguita, sono necessarii freni sapienti e leggi
speciali a sua non meno che nostra difesa e salute". Ai cattolici veniva
continuamente ripetuto che gli ebrei non erano semplicemente membri di una
religione ostile, ma anche di una nazione ostile, pronta a usare ogni mezzo
criminale immaginabile pur di derubarli e perseguitarli. Solo rimandando gli
ebrei nei ghetti l'Europa cattolica si sarebbe messa al riparo da essi. Per
quel che riguarda l'antisemitismo moderno, non c'è esempio più pertinente di
quello offerto dal linguaggio usato da "La Civiltà Cattolica" nel
1893: "La nazione ebraica - scrive l'autore gesuita - non lavora, ma
traffica sulle sostanze e sul lavoro altrui; non produce, ma vive e ingrassa
coi prodotti dell'arte e dell'industria delle nazioni che le diedero ricetto. È
il polipo gigante che co' suoi smisurati tentacoli tutto abbraccia e attira a
sé; che ha lo stomaco nelle banche, e le sue ventose o i suoi succhiatori da
per tutto". Alle porte del XX secolo il giornale del Vaticano,
"L'Osservatore Romano", faceva appello a "un sano antisemitismo".
Nello stesso articolo, del 1898, metteva i cattolici in guardia contro i
pericoli causati dall'emancipazione degli ebrei: "L'ebreo ha voluto
condurre una vita che non può assolutamente condurre, abbandonandosi
eccessivamente e inconsultamente all'ingenita passione della sua razza,
essenzialmente usuraia e invadente". Non ha senso pensare che
l'antagonismo "religioso" del Vaticano verso gli ebrei non abbia
nulla a che fare con i movimenti del moderno antisemitismo. Non c'è accusa più
"religiosa" di quella secondo cui gli ebrei torturavano e uccidevano
i bambini cristiani e ne usavano il sangue per i loro riti, un'accusa che il
Vaticano ripropose in varie occasioni fino alla prima guerra mondiale. In un
articolo uscito su "La Civiltà Cattolica" nel 1914 si dice che il giudaismo
insegnava agli ebrei a considerare il sangue dei bambini cristiani "una
bevanda come il latte". Con l'aiuto del terreno preparato dalla Chiesa, i
nazisti riuscirono a sfruttare le accuse di omicidio rituale, usandole
spietatamente negli anni Venti e Trenta allo scopo di demonizzare gli ebrei. E
le leggi razziali promulgate nel 1938 in Italia, o le leggi simili che
privavano gli ebrei dei loro diritti in Germania, Polonia e in altri paesi
negli anni Trenta non hanno niente a che vedere con l'antisemitismo moderno?
Non hanno avuto responsabilità nel rendere possibile l'Olocausto? Perché padre
Sale non ha detto nulla a proposito del silenzio di Papa Pio XI nei confronti
di queste leggi razziali? Perché non ha detto nulla del fatto che nell'agosto
del ’43, dopo la caduta di Mussolini, il Vaticano si oppose ai tentativi di
revocare le leggi antisemite in Italia, sostenendo che molti di quei
provvedimenti erano in pieno accordo con la dottrina della Chiesa? Il fatto è
che dal momento in cui le truppe italiane hanno liberato gli ebrei romani dal
ghetto nel 1870, il Vaticano ha continuato ad avvertire tutti coloro disposti
ad ascoltarlo, che dare uguali diritti agli ebrei era un errore; a sostenere
che gli ebrei erano "una setta del male e volevano danneggiare i cristiani,
che agli ebrei interessavano solo i soldi e avrebbero fatto qualsiasi cosa per
averli, che gli ebrei controllavano la stampa e le banche, e che gli ebrei
erano sempre pronti a vendere il loro paese al nemico". Questa è la triste
storia che perfino oggi il Vaticano rifiuta di riconoscere. Finché non lo farà,
essa rimarrà una piaga purulenta che nessuna aspra denuncia da parte di
studiosi come me potrà sanare. È tempo che la Chiesa presti ascolto alle parole
di Giovanni Paolo II: solo guardando in faccia con onestà i peccati del passato
possiamo tutti sperare in un futuro più luminoso.
La replica del gesuita della "Civiltà Cattolica":
Altro che "leggenda nera", i gesuiti non furono mai
antisemiti di p. Giovanni Sale S.I.
(Dal "Corriere della Sera" del 28 febbraio 2002)
Gli articoli della "Civiltà Cattolica" che il prof. Kertzer
cita nel "Corriere" del 26 febbraio - va precisato per comprenderne
il senso - furono pubblicati in chiave anticomunista. La rivista combatté il
giudaismo dal punto di vista religioso e successivamente sostenne, come molti
cattolici e anche liberali di quel tempo, la tesi del complotto
giudaico-massonico-bolscevico contro la società cristiana. Va ricordato però
che gran parte dei membri, 17 su 21, del Consiglio dei commissari del popolo
creato da Lenin dopo il 1917, cioè il governo del Paese, era costituito da
ebrei. Da qui nacque e si consolidò la leggenda del binomio
giudaismo-comunismo. È comprensibile quindi che la Chiesa, combattendo il
bolscevismo e la dottrina atea che esso sosteneva, attaccasse allo stesso tempo
anche il giudaismo. La rivista però modificò poi il suo antigiudaismo, che era
cosa ben diversa dall'antisemitismo professato a quel tempo da molti
intellettuali di destra e applicato subito dopo dai regimi totalitari. E per
impulso di Pio XI, a partire dal 1934, pubblicò alcuni articoli contro
l'antisemitismo razziale. Al prof. Kertzer che mi chiede: "Perché il p.
Sale non ha detto nulla a proposito del silenzio di Pio XI nei confronti delle
leggi razziali?", rispondo dicendo che, com'è noto, "La Civiltà
Cattolica" fu l'unica rivista italiana che si oppose, già nell'agosto
1938, alla legislazione razziale emanata da Mussolini il 1° settembre 1938. Del
resto anche dal nostro archivio risulta che l'autore degli articoli, il p.
Antonio Messineo, fu contattato da un membro del Gran Consiglio del fascismo,
il quale gli chiese di scrivere alcuni articoli contro le teorie razziste, che
il Duce era in procinto di applicare anche in Italia, con la speranza che essi
potessero bloccare il progetto.
Pio XI diede il suo assenso. Dopo che il primo articolo uscì il 4
agosto 1938, la questura di Roma intimò, alla tipografia che stampava allora la
nostra rivista, di non pubblicare più scritti contrari alle teorie razziste,
pena la chiusura dell'azienda. L'articolo condannava la teoria che riduceva la
nazione alla razza, "difesa - scriveva il p. Messineo - con una
ostinatezza e un fanatismo ideologico degno di migliore causa e con una povertà
di argomenti da tutti gli scrittori che traggono ispirazione dal mito razzista
della nuova Germania" ("La Civiltà Cattolica" 1928 III 216).
Qualche mese prima il p. Enrico Rosa (che pure in passato aveva assunto
posizioni antigiudaiche, per motivi religiosi) pubblicò sulla rivista un
articolo molto forte contro le teorie razziste divulgate in Germania. Egli
vedeva come infatuazione o follia collettiva quelle teorie, che volevano
esaltare "la stirpe o la razza germanica al di sopra di tutte le altre,
come la più perfetta . Laddove tutte le altre stirpi del genere umano sarebbero
ad essa inferiori, tutte da posporsi o asservirsi alla "grande
Germania", ovvero anche da sterminarsi, come l'ebraica" ("La
Civiltà Cattolica" 1938 III 63). Vanno inoltre ricordati gli articoli che
"La Civiltà Cattolica" pubblicò dopo l'adozione delle leggi razziali
da parte del fascismo, anche in difesa dei "matrimoni misti", cioè
tra cattolici ed ebrei; quelle norme erano considerate da Pio XI lesive della
dignità umana e, inoltre, del Concordato stipulato dall'Italia con la Santa Sede.
Queste tesi sostenute dalla nostra rivista furono poi riprese da Pio
XII già nella sua prima enciclica "Summi Pontificatus". Durante
l'udienza del 30 ottobre 1939 Pio XII chiese, al direttore della "Civiltà
Cattolica", di tenere presenti negli articoli successivi "gli errori
condannati dall'enciclica, in particolare si difenda l'unità del genere umano
contro i razzismi". Da questo punto di vista non c'è alcuna contraddizione
tra il magistero di Pio XI e quello di Pio XII.
Che la propaganda razzista in Germania e in Europa e
le leggi razziali abbiano poi condotto all'Olocausto, come afferma Kertzer, è
certamente vero, non vedo però quale legame ci sia tra questo tragico evento
del secolo appena trascorso e la responsabilità della Chiesa a questo riguardo,
che ha sempre denunciato l'antisemitismo e ha fatto di tutto per salvare da
"morte certa" centinaia di migliaia di queste vittime. Sono gli
stessi archivi statunitensi a scagionare oggi Pio XII da presunte
"colpe" o inconfessate sue "connivenze con Hitler". I
dispacci dell'Office of Strategic Services provano invece una realtà diversa.
In uno di essi si dice che Pio XII è nemico della Germania, perché "ha
ritenuto necessario intervenire a favore degli ebrei", e in un altro si
legge: "I tedeschi promisero che il Papa non avrebbe più commemorato la
sua incoronazione". Ma Kertzer sembra rimanere legato alla leggenda nera
divulgata anche in opere teatrali e cinematografiche.
Pio XII e la Shoah: i lavori della commissione non ripartiranno
La commissione mista indagava sul silenzio di Pio XII sull'Olocausto
(da CNNItalia.it 24 agosto 2001)
CITTA' DEL VATICANO (CNN) -- Nessuna riapertura in vista per i lavori
della commissione mista formata da storici ebrei e cattolici per indagare
sull'atteggiamento di Papa Pio XII verso la Shoah, lo sterminio degli ebrei da
parte dei nazisti. La Santa Sede non ritiene possibile una ripresa delle
ricerche "allo stato attuale", anche se ha fatto sapere che nei
prossimi mesi "si adopererà" per trovare "i modi adeguati per
riattivare la ricerca su nuove basi". Tra numerose polemiche, il gruppo di
studio su Pio XII aveva sospeso i lavori lo scorso luglio. Il motivo, a detta
degli studiosi, era di non poter giungere a "conclusioni credibili"
sull'operato di Papa Pacelli nei confronti degli ebrei durante la Seconda
guerra mondiale, senza poter consultare gli archivi della Santa Sede che il
Vaticano aveva rifiutato di aprire. L'impasse rimane: la commissione vaticana
per i rapporti religiosi con l'ebraismo ha fatto sapere venerdì che riaprirà
gli archivi relativi al periodo 1922-1958 quando "sarà ultimato il lavoro
di riordino e di catalogazione". Secondo il Vaticano, il clima di
reciproca sfiducia e diffidenza ha fatto venire meno le basi per un lavoro
scientifico e corretto. Allo stato attuale, quindi, non sembra possibile
prevedere "la riattivazione del lavoro comune".
I motivi del dissidio
Gli ebrei hanno contestato al Vaticano di non voler rispondere alle
loro domande e di rifiutare l'accesso agli archivi segreti. Dal canto suo, il cardinale
Walter Kasper, che presiede la commissione vaticana per i rapporti con gli
ebrei, ha ribattuto che il permesso di accedere agli archivi successivi al 1922
"non era mai stato prospettato". La tensione si è acuita e "di
fatto", ha dichiarato Kasper, "si è dovuta constatare l'impossibilità
di superare le diverse interpretazioni date ai compiti e allo scopo del
gruppo". La commissione è stata avviata nel 1999 dal Vaticano insieme al
Comitato internazionale ebraico per le consultazioni interreligiose con lo
scopo di fare chiarezza sul silenzio di Pio XII, in via di beatificazione, di
fronte al piano nazista di sterminio degli ebrei. Dopo un anno di studi erano
emersi punti dubbi ed ombre sull'atteggiamento del Vaticano e di Papa Pacelli.
Per questo era stato richiesto di poter consultare gli archivi vaticani, in
modo da approfondire la questione. Il permesso è stato negato dal Vaticano il
21 giugno scorso. Kasper aveva offerto in alternativa la possibilità di parlare
con gli studiosi del Vaticano di Pio XII, e aveva invitato gli storici a
cercare le loro risposte in altri archivi. La commissione di studio ha allora
deciso di sospendere le ricerche. "Senza una risposta positiva alle nostre
aspettative", hanno fatto sapere gli studiosi ebrei e cattolici del
gruppo, "per quanto concerne il materiale custodito negli archivi e finora
mai pubblicato, noi non possiamo dare credibilità al nostro lavoro."
Nessuna schiarita è all'orizzonte, anche se il Vaticano ha fatto sapere di
ritenere "comprensibile e legittimo" il desiderio degli storici di
poter consultare i testi relativi al pontificato di Pio XII. Gli archivi però
rimarranno
inaccessibili fino al termine del loro riordino.
Pio XII e Olocausto: Vaticano nega gli archivi, la commissione sospende
i lavori
Il silenzio di Pio XII sulla deportazione degli ebrei da parte dei
nazisti fu colpevole? Su questo doveva indagare la commissione formata da
storici cattoli ed ebrei che ha sospeso i lavori
(da CNNItalia.it 25 luglio 2001)
CITTÀ DEL VATICANO (CNN) -- I lavori della commissione mista di storici
cattolici ed ebrei che indagava sul ruolo di papa Pio XII durante l'Olocausto
sono stati sospesi. Il gruppo ha gettato la spugna affermando di non poter
giungere a conclusioni "credibili" senza l'accesso agli archivi della
Santa Sede che custodiscono i documenti sull'attività pontificia durante la
Seconda Guerra mondiale, negato dal Vaticano. La commissione congiunta fu
creata nel 1999 dal Vaticano e dal Comitato internazionale ebraico per le
consultazioni interreligiose proprio per gettare luce sul silenzio di papa
Pacelli, in via di beatificazione, di fronte al piano nazista di sterminio
degli ebrei. Nell'autunno dello scorso anno, dopo quasi un anno di studi, la
commissione aveva steso un rapporto dal quale emergevano una serie di punti
"oscuri" sull'operato del Vaticano e in particolare
sull'atteggiamento personale di Pio XII. Fu quindi chiesto l'accesso agli
archivi papali per un approfondimento. Il 21 giugno scorso è arrivata però agli
storici la risposta negativa della Santa Sede. Nella lettera il cardinale
Walter Kasper, presidente della pontifica commissione per il dialogo con gli
ebrei, offriva alla commissione di avere dei colloqui con gli studiosi del
Vaticano di Pio XII e suggeriva di esplorare altri archivi per cercare alcune
delle risposte agli interrogativi rimasti aperti. I ricercatori hanno reso nota
la decisione di sospendere i lavori in una lettera diffusa alla stampa e
firmata sia dai tre storici di fede ebraica sia da quelli cattolici:
"Senza una risposta positiva alle nostre aspettative - si legge nella
missiva - per quanto concerne il materiale custodito negli archivi e finora mai
pubblicato, noi non possiamo dare credibilità al nostro lavoro". Secondo
Eugene Fischer, coordinatore per i cattolici della commissione ed esponente
della Conferenza episcopale statunitense, il Vaticano ha negato la richiesta
degli studiosi di avere accesso agli archivi solo per "motivi
tecnici": i documenti datati dal 1923 in poi "semplicemente non sono
stati ancora rilegati o catalogati". "Non è in questione 'se' li
apriranno, ma piuttosto 'quando' " ha sottolineato Fischer. Ma il
coordinatore degli studiosi ebrei resta scettico. Seymour Reich, presidente del
Comitato interreligioso, ha detto di essere rimasto "deluso che la Santa
Sede abbia respinto una richiesta avanzata da studiosi, metà dei quali
cattolici". Il direttore del Congresso mondiale ebraico (Wjc) Elon
Steinberg ha definito il rifiuto del Vaticano "una profonda pecca
morale" in quanto "ogni Stato europeo, eccetto la Santa Sede, ha
aperto i propri archivi sul periodo in questione". "Con profondo
dolore - ha aggiunto Steinberg - dobbiamo dedurre che il Vaticano intende
mantenere il vergognoso silenzio di Pio XII". Un esponente cattolico della
commissione, monsignor Gerald Fogarty, non crede però che il Vaticano stia
nascondendo informazioni che potrebbero rallentare il processo di
beatificazione di Pio XII. "Ritengo senz'altro che l'apertura degli
archivi ci avrebbe consentito di chiarire molti lati ancora oscuri
dell'atteggiamento del Papa nei confronti degli ebrei - ha detto Fogarty - ma
dubito che ci siano tra i documenti prove compromettenti". Fino ad ora gli
esperti della Commissione hanno lavorato solo sugli undici volumi degli
"Atti della Santa sede durante la Seconda Guerra mondiale", curati da
alcuni padri gesuiti oltre 30 anni fa su incarico dell'allora papa Paolo VI che
voleva difendere la memoria del suo predecessore Pio XII dalle "infamanti
accuse " di aver tenuto un atteggiamento colpevolmente silenzioso
sull'Olocausto. (Ansa e AP)
Ma di ebrei ne salvò molti
Una monografia di Tornielli e un saggio di Gaspari ricostruiscono in
tutta la sua generosità l'opera del Pontefice
di Gianfranco Morra (da Libero, 13 maggio 2001)
La figura di Pio XII, il papa della seconda guerra mondiale continua ad
essere oggetto degli interessi degli storici. Anche se di cose. in quei
terribili 19 anni di pontificato, ne fece tante, l'attenzione verte ancora sul
suo discusso atteggiamento nei confronti della questione ebraica, divenuta per
opera di Hitler un tentativo di totale genocidio, non a caso chiamato
"soluzione finale". Le non poche denigrazioni della figura di Pio Xll
furono aperte nel 1963 dal lavoro teatrale "II Vicario" di Hochhuth.
Subito pubblicato in Italia da Feltrinelli con l'avallo di un
"cattolico" tuttofare come Carlo Bo. Non si tratta mai di opere
scritte da ebrei, ma da autori della sinistra filosovietica, che non hanno
digerito la scomunica di Pio XII nei confronti dei comunisti. Esse si basano
esclusivamente su ipotesi e supposizioni. Il recente studio di Antonio Gaspari,
"Gli ebrei salvali da Pio XII" (Edizioni Logos). lascia invece
parlare i fatti. Esso raccoglie le testimonianze di gratitudine espresse a Papa
Pacelli da uomini del mondo israelitico per la sua opera in favore degli ebrei.
Si tratta dei fondatori dello stato di Israele, di rabbini ed ebrei comuni, che
ringraziano Pio XII per l'aiuto ricevuto durante la persecuzione. che si è
tradotto nella salvezza di migliaia di persone. Che non furono sottratte allo
sterminio soltanto dalla iniziativa personale di uomini del clero, ma spesso
dietro esplicite richieste del Papa. Le due cose non si escludono, se è vero
che Pio XII aveva chiesto ai vescovi di fare tutto il possibile. Il Cardinale
Boetto di Genova ne salvò 800, quello di Assisi 300, il cardinale Palazzini
(considerato "di destra") ne nascose molti nel Seminario Romano.
Cinquantuno ebrei furono ricoverati nell'Istituto Dermopatico "Maria
Immacolata" a Roma, dove venivano sporcati con creme diverse. I medici
chiamavamo questa malattia inventata "morbo di Kesseiring" e i finti
malati cantavano: "Salve Maria, nostra speranza, ai nostri ebrei dona una
stanza". Quando, nel 1955, venne celebrato il X anniversario della liberazione,
l'Unione delle Comunità Israelitiche proclamò il 17 aprile "Giorno della
gratitudine". Per chi? Per Pio XII. Cosa non strana, se si pensa che solo
a Roma furono salvati 4.447 israeliti. Questi documenti giustificano il titolo
di un libro da poco in libreria: "Pio XII. Il papa degli ebrei"
(Piemme), esplicita risposta ad uno studio piuttosto fazioso, comparso l'anno
scorso: John Cornwell, "Il papa di Hitler" (Garzanti). L'autore,
Andrea Tornielli, è un giornalista, anzi un vaticanista, che riesce a darci una
storia autentica e documentata nella forma di un grande reportage. Che ci
spiega l'atteggiamento di Pio XII verso gli ebrei ripercorrendo tutta
l'attività diplomatica di Pio XII, che fu, come è noto, Nunzio Apostolico in
Germania dal 1920 al 1938, prima di diventare Papa nel 1939. L'Autore ci offre
con realismo e acutezza un quadro delle difficoltà del Vaticano negli anni in
cui Mussolini era alleato con Hitler e. dopo 1'8 settembre 1943, Roma era
occupata dai nazisti. Rimproverare a Pio XII di non avere scomunicato Hitler
significa fare della retorica a buon prezzo. Quali sarebbero state le
conseguenze di un simile atto per i cattolici e per gli ebrei (due religioni
che Hitler accomunava nell'odio e nel disprezzo), in quel clima di guerra di sterminio,
è facilmente comprensibile. L'unica cosa da fare era di aiutare gli ebrei per
mezzo delle strutture della chiesa cattolica. Come di fatto avvenne: i conventi
e le parrocchie, i seminari e i santuari divennero il rifugio sicuro non solo
di migliala di ebrei, ma anche di antifascisti e comunisti. La scrittrice
inglese Barbara Barclay-Carter ha parlato di oltre 40.000 rifugiati.
Interessante il caso del rabbino capo di Roma, Israel Zoller (italianizzato in
Zolli), un polacco che fu grande studioso della Bibbia e sino al 1938, quando a
seguii delle leggi razziali fasciste fu destituito. Divenuto rabbino capo e
Roma, venne cercato dalla Gestapo, che mise su di lui una taglia di 300.000
lire, ma inutilmente dato che era ben nascosto pressi una famiglia cattolica.
Passata 1a bufera, arrivati a Roma gli americani, Zolli non dimenticò quanti
Pio XII aveva fatto per il suo popolo. Il 13 febbraio 1945 ricevette i
battesimo (lo seguiranno la moglie e i figli). Ma il fatto più importanti è che
egli, come nome di battesimo, scelse Eugenio, proprio per esprimere
riconoscenza a Pape Pacelli. In quel momento le persecuzioni cambiarono di
segno. Il neocristiano ricevette dai suo ex-correligionari americani allettanti
offerte di danaro per farlo rientrare nella sinagoga, ma anche esplicite
minacce, per sfuggire alle quali dovette rifugiarsi nuovamente dai cattolici.
Visse nella Università gregoriana sino alla morte. La sua "Guida
all'Antico e Nuovo Testamento", pubblicata postuma nel 1956, non è solo un
classico della esegesi biblica, ma anche la chiave per capire il segreto della
sua conversione. I documenti pubblicati da Gaspari e la monografia di Tornielli
riescono a gettare nel cestino dei rifiuti le malevole interpretazioni dei
nemici di Pio XII. Sappiamo però che la sinistra a un papa può perdonare tutto,
ma non di essere stato anticomunista. E Pio XII lo era, non meno dell'attuale.
Che non a caso subì l'attentato in piazza S. Pietro (ed è recente la notizia
che c'era un progetto di eliminarlo anche durante il suo primo viaggio in
Polonia, con il veleno messo nel dolce popolare da lui preferito). Forse il
giudizio più convincente rimane tuttavia quello dall'attuale rabbino-capo di
Roma, Elio Toaff, che avrà l'occasione storica di ricevere nella sua sinagoga
la visita di Giovanni Paolo II. Toaff fu salvato da un sacerdote marchigiano,
come raccontò in televisione: "Devo la vita a don Bernardino della Chiesa
del Gesù di Ancona. Stavo tornando a casa quando lui mi venne incontro e mi
disse che i tedeschi mi aspettavano". Nel 1958, così si espresse:
"Più di chiunque altro noi abbiamo avuto modo di beneficare della grande e
caritatevole bontà e della magnanimità di Pio XII. durante gli anni della
persecuzione e del terrore, quando ogni speranza sembrava esser morta per
noi". Una testimonianza che inclina totalmente la bilancia dal papa di
Hitler al papa degli ebrei.
Il Congresso ebraico: nuove prove contro Pio XII e il nazismo
(da CNNItalia.it 12 gennaio 2001 )
NEW YORK (CNN) -- Il Congresso ebraico mondiale
(Cem) ha reso noto un documento che ritiene mostri il doppio standard morale di
Papa Pio XII durante la Seconda guerra mondiale. Il Cem è impegnato in una
campagna per impedire che Pio XII venga beatificato. Il documento, di quattro
pagine, risale al 1945 ed è la copia di un testo redatto da monsignor Giovanni
Battista Montini, che allora era il 'ministro degli esteri' vaticano e che
sarebbe poi diventato pontefice con il nome di Paolo VI. Nel testo, consegnato
al servizio estero degli Stati Uniti nel 1945, vengono dettagliatamente
denunciate violenze compiute dalle truppe sovietiche contro i tedeschi
residenti nel settore orientale di Berlino. Tra le altre cose si afferma che i
sovietici uccisero centinaia di persone dando fuoco alle loro abitazioni. Elan
Steinberg, direttore esecutivo dell'organizzazione ebraica, afferma che la
denuncia vaticana dei crimini commessi dai sovietici contrasta con la mancanza
di una condanna del genocidio nazista durante la guerra. "In certo senso è
un capo d'accusa della doppia morale praticata da Pio XII - ha detto alla
Reuters Steinberg - Il Vaticano non ha avuto esitazione nel accusare
correttamente i sovietici di atrocità, ma ha tragicamente mancato di fare
altrettanto a proposito dell'omicidio di ebrei durante l'Olocausto". A giudizio
di Steinberg, il documento redatto da monsignor Montini - considerata la sua
alta carica nella gerarchia vaticana - riflette le inclinazioni di Pio XII. Le
organizzazioni ebraiche si oppongono alla beatificazione di Pio XII perché
ritengono che il suo aver mancato di usare la propria autorità morale pubblica
nel denunciare le atrocità del nazismo sia un triste esempio di come l'Europa
tradì gli ebrei. La Chiesa ha invece difeso il pontefice affermando che egli
lavorò dietro le quinte per salvare gli ebrei e impedire che i nazisti
compissero ulteriori atrocità. Pio XII fu Papa dal 1939 al 1958. Secondo
Steinberg il documento firmato da monsignor Montini, declassificato dagli
Archivi nazionali americani nel 1998, non era finora reso pubblico. L'autunno
scorso un comitato composto da tre studiosi ebraici e tre cattolici rese
pubblico un rapporto in cui veniva esaminato il ruolo del Vaticano durante
l'Olocausto. Gli studiosi affermarono che esistono "prove che la Santa
sede fosse ben informata sin dalla metà del 1942 circa il moltiplicarsi di
omicidi di massa di ebrei".
"Il Vaticano apra gli archivi" Pio XII, parlano gli storici
Primi risultati della commissione sui rapporti tra Sante Sede e nazismo
(da CNNItalia.it 27 ottobre 2000 )
ROMA (Ansa) -- La richiesta di mettere a disposizione tutti i documenti
in possesso del Vaticano, quarantasette punti che analizzano aspetti da
approfondire, e la certezza di non dover "difendere né i cattolici né gli
ebrei", ma di dover fare gli storici e "rispondere al mandato affidatoci
di far luce sulla verità storica". La commissione mista di storici
cattolici ed ebrei che ha lavorato per comprendere la posizione di Pio XII e
della Santa Sede nei confronti del nazismo, ha presentato un suo rapporto
preliminare - in parte anticipato ieri da Le Monde - durante una conferenza
stampa tenutasi oggi a Roma. Alla presentazione erano presenti i due
coordinatori della commissione - Eugene Fisher, del comitato ecumenico e
interreligioso della Commissione episcopale degli Usa, e Seymour Reich,
dell'International Jewish Committee for interreligious consultations (Ijcic) -
e i sei studiosi, tre cattolici e tre ebrei: Eva Fleischener, il gesuita Gerald
Fogarty e il reverendo John Morley, l'esperto di studi sulla Shoah Michael
Marrus, Robert Suchecky dell'università di Bruxelles e Robert Wistrich
dell'università ebraica di Gerusalemme. Gli storici, che in questi giorni hanno
incontrato vari esponenti della Santa Sede, si dicono "fiduciosi" in
una risposta positiva del Vaticano alla richiesta di ulteriori documenti, e
convinti di poter continuare il loro lavoro. "Non abbiamo ovviamente
ancora avuto risposta alla richiesta di ulteriori documenti - ha chiarito Reich
- perché la Santa Sede dovrà analizzare il nostro rapporto, e capire come
muoversi e non è una cosa che si possa fare in un giorno". "Siamo
lontani - ha specificato poi il reverendo Morley - dalla polemica altissima che
ha spesso offuscato una serena ricerca: l'ultima cosa che pensiamo è di essere
di parte, e di dover difendere qualcosa o qualcuno; siamo coscienti della
difficoltà della Santa Sede a definire un giudizio storico su questo tema, e
inoltre i documenti possono essere variamente interpretati". La cattolica
Eva Fleischner ha chiarito la sua opinione su Pio XII: "Le aspettative sul
ruolo che questi poteva giocare contro il nazismo sono molto alte, più che
verso qualsiasi altro leader, inoltre papa Pacelli credeva nel ruolo della
diplomazia, che pure ha le sue regole e i suoi limiti".
"Probabilmente - ha aggiunto - non comprese che per fermare la micidiale
macchina distruttiva del nazismo serviva altro che la preghiera e la
diplomazia: in questo senso reputo che fu più diplomatico che profeta". La
"formazione da diplomatico" di Pio XII e la sua preoccupazione di
"difendere in prima istanza la libertà della Chiesa" sono stati
ricordati anche da padre Fogarty. Bernard Suchecky ha ricordato che
"l'anacronismo è grande nemico della storia: non possiamo applicare alla
Santa Sede dell'epoca la visione del mondo che abbiamo oggi". Suchecky ha poi
ricordato come "l'antigiudaismo cattolico è stato messo in questione solo
dal concilio Vaticano II". Michel Marrus ha invitato invece a distingure
tra ''informazione e consapevolezza: le notizie sui misfatti nazisti erano in
possesso della Santa Sede come degli altri governi, ma la consapevolezza
richiede più tempo". Morley gli ha fatto eco aggiungendo che "nel '42
tutto il mondo era a conoscenza delle deportazioni, e il Vaticano - come gli
altri - si chiedeva cosa fare e come farlo, e non parlava". Nessun dubbio
da parte della commissione mista, anche dopo gli incontri di questi giorni con
i cardinali Cassidy e Laghi e con monsignort Mejia, di poter proseguire
serenamente le ricerche. "Sappiamo - ha commentato Fisher - che la Santa
Sede rispetta la libertà degli studi e ne sta dando esempio in ogni
occasione" (ANSA).
Verrà presentato oggi il documento congiunto tra
ebrei e cattolici che pone 47 interrogativi su “il Vaticano e l’Olocausto” e chiede
un supplemento d’indagine
di Lorenzo Cremonesi (dal Corriere della
Sera del 26 ottobre 2000)
CITTA' DEL VATICANO — Doveva
essere un passo conclusivo per trovare finalmente la risposta all'annosa
polemica sui cosiddetti «silenzi di Pio XII» durante lo sterminio degli ebrei.
Ma in realtà il «Rapporto preliminare», che verrà ufficialmente reso noto
questa| mattina dalla «Commissione storica internazionale cattolico-ebraica»
formata rispettivamente da tre storici di ciascuno dei due campi, evita con cura
ogni conclusione per concentrarsi invece su di una lunga lista di domande. Sono
interrogativi duri, devastanti. Per esempio: perché il Papa dette la sua
approvazione all'antisemitismo di Vichy, purché fosse «amministrato con
carità»? Oppure, come mai la Santa Sede si oppose all'emigrazione dei bambini
ebrei in Palestina, ben sapendo che se fossero rimasti in Europa sarebbero
finiti nelle camere a gas? E ancora: come rispose Pio XII alla richiesta di
condanna dello sterminio che giunse più volte in toni disperati dallo stesso
vescovo di Berlino, Konrad Von Preysing? E' una lista di ben 47 domande in sole
22 pagine di testo (col titolo Il Vaticano e l'Olocausto), che
solleva questioni centrali e profondissime, destinate certo non a calmare il
dibattito, ma semmai a rilanciarlo con intensità ancora maggiore. Con un unico
punto fermo: occorre che la Santa Sede accetti di aprire i suoi archivi per
ulteriori ricerche. «In Vaticano speravano di poter arrivare a un documento
conclusivo che tutto sommato confermasse la validità degli 11 volumi di
documenti diplomatici della Santa Sede per il periodo 1939-45 pubblicati dal
1965 ai primi anni Ottanta. Forse si auguravano che avrebbe dato la luce verde
al processo di beatificazione di Papa Pacelli. Ma, dopo la nostra ricerca, i
dubbi sono più fitti di prima», osserva Robert Wistrich, docente all'università
di Gerusalemme e componente della parte ebraica della Commissione assieme a
Michael Marrus, esperto di studi sull'Olocausto negli Stati Uniti, e a Bernard
Suchecky, docente a Bruxelles e autore di un volume su Pio XI e la sua nota
condanna dell'antisemitismo nazista. Da parte cattolica vige grande cautela. Un
atteggiamento sottolineato ieri sera dal nervosismo che prevaleva nei corridoi
della «Domus Sancta Marthae», la residenza all'intemo della Città del Vaticano
dove sono alloggiate le due commissioni. «Voglio ricordare che il nostro lavoro
è iniziato circa un anno fa con la massima armonia per cercare di rispondere a
dilemmi difficili. E questa armonia prevale tuttora», sottolineano i tre
storici: Eva Fleischner, docente nel New Jersey, il reverendo Gerard Fogarty,
professore di studi religiosi in Virginia, e padre John Morley, a sua volta
docente della materia e autore di un libro «pionieristico» negli anni Settanta sulla
Chiesa e il nazismo. La cautela non riesce comunque a nascondere le difficoltà.
La Santa Sede mira a minimizzare l'importanza della cosa, tanto che vorrebbe
persino evitare la conferenza di presentazione del documento. «La commissione
ha dimostrato un positivo apprezzamento per la documentazione che è stata messa
a disposizione dagli archivi», ha dichiarato il portavoce vaticano, Joaquin
Navarro Valls, riferendosi al permanere della validità degli 11 volumi di
documenti diplomatici. Ha però anche ammesso che si «aprono una serie di
questioni che, secondo gli esperti del gruppo, necessitano di ulteriore
documentazione». Cosa significa? «Forse la Chiesa aprirà i suoi archivi?», si
chiedevano tra loro gli ebrei. Ufficiosamente in Vaticano si suggerisce che un
compromesso potrebbe condurre alla visione dei documenti citati negli 11
volumi, ma non riportati per intero. E' sufficiente? «Proprio no. Noi abbiamo
rispettato il nostro mandato che un anno fa ci ha portato a studiare gli 11
volumi già pubblicati — risponde la controparte in un punto del comunicato
stampa che verrà reso noto oggi —. E abbiamo cristallizzato una serie di
domande a cui attendiamo risposta». Eccone alcune: «Perché i silenzi?». Nel
1937 Eugenio Pacelli è Segretario di Stato, gioca un ruolo trainante
nell'enciclica «Mit brennender Sorge» voluta da Pio XI per condannare le
dottrine razziali naziste. Per capire di più sul pensiero del futuro Papa
occorre avere accesso ai documenti preparatori di quell'enciclica. Nell'agosto
1941 il maresciallo Pétain chiede il parere della Santa Sede sul progetto di
legislazione antiebraica. «La risposta affermativa giunge per mano del
sottosegretario di Stato vaticano, Giovanni Battista Montini e di Domenico
Tardini, segretario della Congregazione per gli Affari ecclesiastici
straordinari, nella quale si dichiarava che non vi era alcuna obiezione a
questa legislazione, sempre che venisse amministrata con giustizia e carità e
non limitasse le prerogative della Chiesa». «Il Papa fu consultato?». Alla fine
dell'agosto 1942, il Metropolita greco cattolico di Lvov, Andrzeyj Szeptyckyj
scrive al Papa descrivendogli in dettaglio i massacri di massa tra la
popolazione locale ebraica. I particolari sono raccapriccianti, con dovizia di
testimonianze dirette. Egli suggerisce persino che il Papa protesti
personalmente presso Himmler e denuncia la «cooperazione di alcuni cattolici»
con i soldati delle SS nei pogrom in Ucraina. «Dove si possono trovare le
risposte del Papa, o almeno prove di una discussione sul tema in Vaticano»? Il
cardinale e vescovo di Cracovia, Adam Sapieha, la cui diocesi comprendeva anche
Auschwitz, in una lettera di febbraio 1942 al Papa racconta delle persecuzioni
naziste contro la popolazione polacca. Ma non fa alcun accenno agli ebrei,
«sebbene senza dubbio sapesse ciò che stava accadendo nel grandi campo di
sterminio a pochi chilometri da casa sua». «Esistono altre sue comunicazioni
non pubblicate che invece riguardano gli ebrei? Si può conoscere di più sulle
comunicazioni tra Vaticano e diocesi polacche? E ancora: come reagì il Vaticano
davanti alla distruzione delle sinagoghe la "notte dei cristalli" del
1938: quali furono i rapporti tra Santa Sede e governo croato di Ante Pavelic,
che pure fu uno dei più feroci "manovali" della "soluzione
finale"?». Sull'ambiguità dei «cattolici non ariani» seguono interrogativi
di carattere più generale. «E' possibile avere accesso a documenti che ci
illustrino quale era la visione del Papa sulla Chiesa e il suo ruolo durante la
guerra?». E non manca una punta di polemica contro le continue richieste che
emergono dai documenti vaticani già pubblicati circa il principio per cui si
doveva intervenire per salvare quelli che venivano definiti «cattolici non
ariani», come erano chiamati gli ebrei convertiti. Il Vaticano chiede infatti
che si verifichi l'autenticità di quelle conversioni prima di offrire il
proprio intervento. Da dove veniva una terminologia tanto ambigua? Come
riflette i modi di pensare della Chiesa nei confronti degli ebrei? Più in
generale la commissione di storici chiede di poter avere accesso ai diari
privati, le corrispondenze personali, i documenti che non si trovano unicamente
negli archivi della Segreteria di Stato. «Per uno studio più attento si deve
comprendere come funzionava la macchina della Segreteria di Stato nel suo
insieme durante l'Olocausto», aggiunge Wistrich. Si vorrebbe tra l'altro avere
accesso alla corrispondenza tra l'allora segretario di Stato, cardinale Luigi
Maglione, e Pio XII. «In ultima analisi solo apertura e trasparenza potranno
portarci a un giudizio storico più maturo», conclude il documento. «E sarebbe
una pietra miliare per porre fine a interrogativi trentennali e migliorare le
relazioni tra cattolici ed ebrei».
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PIO XII: la psicologia del
silenzio consapevole
di Dario
Fertilio (dal Corriere della Sera del 18 aprile 2000)
Un uomo solo, tormentato dal
dubbio, chiuso nella sua torre d'avorio vaticana ma anche in una prigione psichica
da cui non riusciva a evadere. E' questo il Pio XII che emerge dalle pagine di
Giovanni Miccoli: I dilemmi e i silenzi di Pio XII è uno studio
che coglie Papa Pacelli da un'angolazione inedita, più mentale che
documentaria. Ed ecco ripresentarsi l'interrogativo di fondo: Pio XII sapeva
della Shoah, la strage degli ebrei a opera dei nazionalsocialisti? Era, e fino
a che punto, colpevole di connivenza con Hitler? Prima di rispondere a questa
cruciale domanda, Miccoli si preoccupa di sottrarsi all'interminabile disputa
degli ultimi decenni: da quando venne polemicamente raffigurato in teatro come
«II Vicario», nel 1963, Papa Pacelli è diventato segno di discordia. Davvero
sapeva tutto sull'olocausto degli ebrei e non volle rivelarlo, secondo l'accusa
del drammaturgo Rolf Hochhuth? Oppure non poteva parlare, perché altrimenti
avrebbe messo a repentaglio milioni di vite umane, come hanno sempre sostenuto
i suoi difensori (e più che mai oggi, con un processo di beatificazione in
corso?).
La risposta di Miccoli
all'interrogativo principale è affermativa: Pio XII certamente sapeva, come
risulta dai rapporti compilati dalla sua segreteria di Stato e da espliciti
riferimenti dei delegati apostolici all'estero (importante, ad esempio, quello
di monsignor Roncalli nel luglio '43 ai «milioni di ebrei inviati e soppressi
in Polonia»). Del resto, il famoso messaggio di Natale del 1942, in cui Pio XII
«deprecò e compatì» le persecuzioni razziali senza però esplicitamente
condannarle, se prova da un lato una opposizione al nazismo, conferma la
conoscenza, almeno per grandi linee, degli orrori che si stavano commettendo
nell'Europa Orientale. Il Papa, dunque, non poteva non sapere, anche se
probabilmente gli sfuggivano i particolari sugli orrori di Auschwitz e l'entità
numerica dell'Olocausto (ma due milioni di morti non erano certo meno
condannabili di sei).
Miccoli però ci lascia
intendere che una cosa è sapere, un'altra agire. Il Papa che emerge dalle sue
pagine è prigioniero di un ambiente impreparato ad affrontare l'enormità
dell'Olocausto. Per motivi anzitutto di tradizione culturale: il Vaticano si
aggrappava ancora al sogno di un'Europa cristiana, disposta ad ammettere il
primato spirituale del Pontefice. Respingere in blocco la modernità, dunque,
significava contrapporsi alla perversa genealogia rivoluzionaria che veniva
ricondotta a Lutero e fatta risalire via via all'illuminismo, alla massoneria,
alla rivoluzione francese, al liberalismo e al socialismo: tappe di un
progressivo distacco dell'uomo da Dio.
Come logica conseguenza di
questa visione ottocentesca del ruolo pontificio, Pio XII riteneva di dover
mantenere un ruolo di «riserbo» e una posizione «sopra le parti» nei confronti
di tutti, Germania compresa. Un coinvolgimento diretto, infatti, sarebbe stato
incompatibile con la missione di portatore della civiltà cristiana, e avrebbe
reso meno credibile qualsiasi opera di mediazione. Con un'eccezione, tuttavia:
il comunismo. A differenza del Reich hitleriano, l'Unione Sovietica veniva
ricondotta senza eufemismi al campo nemico della cristianità. Miccoli rileva
questa duplicità di atteggiamento attraverso i notiziari dell'Osservatore
Romano: le violenze commesse dai comunisti, nei territori di occupazione
sovietica, venivano documentate e denunciate nei particolari, mentre le
atrocità nazionalsocialiste erano pudicamente minimizzate. Naturalmente,
contava la preoccupazione del Papa per i quaranta milioni di cattolici
tedeschi: infrangere la linea di neutralità avrebbe significato esporli a
probabili ritorsioni da parte di Hitler.
Ma anche tenendo conto di
queste legittime cautele, come spiegare il «doppiopesismo» di Pio XII, visto
che dalla Germania veniva uno stillicidio di denunce da parte dei cattolici:
violazioni del Concordato, soprusi, spoliazioni, manomissioni di chiese,
seminari e conventi, scioglimenti di associazioni cattoliche. Anche qui Miccoli
si avventura sul terreno psicologico, parlando di una «speranza contro ogni
speranza», tenacemente nutrita dal Vaticano e forse indirizzata all'auspicabile
futuro di una Germania postnazista. Ma colpisce anche la descrizione di quel
«velo», quella specie di «fascinazione autoritaria» che il Papa e i suoi
collaboratori avrebbero subito al cospetto dei funzionali del Reich:
impeccabili, aristocratici, autoritari essi sembravano incarnare quel ruolo di
«baluardo» nei confronti del caos bolscevico cui Pio XII credeva fermamente. Un
abbaglio colossale, spiegabile appunto con l'incapacità culturale di capire il
totalitarismo novecentesco. Qui però, nell'anticomunismo elevato a ideale,
risalta anche una dimensione differente di Pio XII: quella politica. Il Papa
sentiva l'incombere della minaccia sovietica tanto più pericolosa, in quanto le
potenze occidentali di antica cultura cristiana si sarebbero dissanguate nella
guerra. Con in più una considerazione non priva di suggestione: se avesse
condannato apertamente il nazismo, avrebbe dovuto fare altrettanto con il
comunismo. Ma allora avrebbe messo in imbarazzo proprio gli occidentali, che
guardavano a Mosca come a una preziosa alleata contro Hitler.
E così, fra angosce e
contatti segreti, si consumò il «silenzio» del Vicario. Anni terribili,
destinati a lasciare aperti interrogativi pesanti. Miccoli non pronuncia una
sentenza di condanna, né di assoluzione. Quanto a Pio XII, la sua figura appare
più che mai quella di un uomo che, se tacque, portò su di sé il peso di quel
terribile silenzio.
II saggio: Giovanni Miccoli, «I
dilemmi e i silenzi di Pio XII», Rizzoli, pagine 570, lire 38.000
Ma perché Golda
Meir e il rabbino Toaff lo consideravano un servitore della pace?
di Michele
Brambilla (dal Corriere della Sera del 18 aprile 2000)
Secondo Giorgio
Rumi, docente di storia contemporanea alla Statale di Milano, e c'è un mistero nelle
accuse contro Papa Pacelli. «Fino al 1963 - dice Rumi -, fino al dramma
teatrale II Vicario, molti esponenti del mondo ebraico avevano più volte
ringraziato Pio XII per il suo comportamento nella seconda guerra mondiale.
Poi, sono arrivate le accuse di "silenzi", se non addirittura di
complicità. Perché? Perché la storiografia è cambiata? E' una domanda che
rimane aperta».
Per capire la portata di questa inversione di
tendenza, è utile rileggere cosa scrissero alcuni rappresentanti del mondo
ebraico il 9 ottobre 1958, alla morte di Pacelli. Sono i messaggi che allora
vennero diffusi pubblicamente, ma che oggi sembrano dimenticati. Si possono
ritrovare, fra l'altro, nel libro Nascosti in convento di Antonio Gaspari
(Ancora, pp. 139, L. 20.000). Qualche esempio. Scrisse Golda Meir, ministro
degli Esteri di Israele: «Condividiamo il dolore dell'umanità per la morie di
Sua Santità Pio XII. [...] Durante il decennio del terrore nazista, quando il
nostro popolo è stato sottoposto a un terribile martirio, la voce del Papa si è
levata a condanna dei persecutori e a pietà per le loro vittime. [...]Noi
piangiamo un grande servitore della pace». Il rabbino Jacob Philip Rudin,
presidente della Centrale Conference of American Rabbies, scrisse: «La
Conferenza centrale dei rabbini americani si unisce con profonda commozione ai
milioni di membri della Chiesa cattolica romana per la morie del Papa Pio XII
[...] una voce profetica per la giustizia dovunque». E il rabbino capo di
Londra, Brodie: «Noi della Comunità ebraica abbiamo ragioni particolari per
dolerci della morie di una personalità la quale, in ogni circostanza, ha
dimostrato coraggiosa e concreta preoccupazione per le vittime della sofferenza
e della persecuzione». E infine Elio Toaff, rabbino capo di Roma: «Più di alcun
altro abbiamo avuto occasione di sperimentare la grande compassionevole bontà e
magnanimità del Papa durante gli anni infelici della persecuzione e del
terrore, quando sembrava che per noi non ci fosse più alcuno scam pò». Così si
diceva nel 1958. E ancora nel 1967, nel suo libro Three Popes and the jews, lo
storico Emilia Pinchas Lapide, già console generale di Israele a Milano,
scriveva: «La Santa Sede, i nunzi e la Chiesa cattolica hanno salvato da morie
certa tra i 700.000 e gli 850.000 ebrei». Eppure, su Pio XII oggi infuria la
polemica.
Pio XII voleva abdicare, ma resistette alla malattia
(da Il Giorno 12 gennaio 2000)
CITTA' DEL VATICANO — Pio XII, scomparso il 9
ottobre 1958 dopo diciannove anni di pontificato, fu sul punto di lasciare il trono
di San Pietro. Accadde nel 1954, quando le condizioni di salute del pontefice
(che da tempo soffriva di una grave malattia allo stomaco), si aggravarono
improvvisamente. E ai suoi più stretti collaboratori, Eugenio Pacelli fece
presente di essere pronto ad abdicare nel caso in cui non avesse trovato
giovamento dalle cure. Ad accertare la volontà del pontefice di dimettersi sono
stati i vari processi canonici istruiti durante la causa di beatificazione di
Pio XII, avviata da papa Paolo VI nel 1965. Più testimoni, tutti stretti
collaboratori vaticani di Pio XII, hanno testimoniato sotto giuramento la
volontà di Pacelli di lasciare la guida della Chiesa nel caso in cui le sue
condizioni fisiche non gli avessero più consentito di reggere il peso delle enormi
responsabilità. Lo ha rivelato padre Peter Gumpel, relatore della causa che
dovrebbe portare Pacelli all'onore della gloria degli altari, precisando però
che gli atti non sono ancora di dominio pubblico.
Morto il gesuita Robert Graham, storico del Vaticano
Di Luigi Accattoli (Dal Corriere della Sera del 14 febbraio
1997)
E' morto padre Robert Graham: storico gesuita, forse il miglior
conoscitore degli archivi diplomatici riguardanti la Seconda guerra mondiale.
Ha passato un ventennio nell'Archivio vaticano, dove ha raccolto (insieme con
altri tre storici gesuiti: Angelo Martini. Pierre Blet e Burkhart Schneider) un
immenso materiale che ha pubblicato in undici volumi intitolati Actes et
documents de la Sainte Siege relatift a la seconde guerre mondiale. Inoltre
padre Graham ha compiuto missioni esplorative negli archivi di Usa. Gran
Bretagna. Germania, Francia e Russia, scrivendone per un trentennio sulla
rivista dei gesuiti Civiltà cattolica. Alto. magro e burlone, padre Graham ha
giocato sempre in difesa per obbedienza ai superiori, ma di suo avrebbe avuto
piuttosto lo spirito dell'incursore. Cercava documenti in difesa della Chiesa,
ma non nascondeva ciò che trovava anche se risultava utile alla polemica
anticattolica. Nato a Sacramento, in California, nel 1912 fu chiamato a Roma
nel 1966 dal pontefice Paolo VI. che gli affidò quella ricerca sulla Santa Sede
durante la Seconda guerra per rispondere alle accuse lanciate in un dramma di
Rolf Hochhuth, Il Vicario, sul "silenzio" di Pio XII di fronte
allo sterminio degli ebrei. Negli Stati Uniti lo storico gesuita era tornato il
giugno scorso.
1939, scontro in Vaticano su Hitler
IL CASO. Ritrovata in Francia un'enciclica di Pio XI contro le leggi
razziali
Di Gianni Marsilli (Da l’Unità del 4 ottobre 1995)
PARIGI. Uno dei grandi misteri di questo secolo
riguarda l'atteggiamento della Chiesa cattolica rispetto all'antisemitismo. I
silenzi di Pio XII sull'Olocausto, l'antigiudaismo religioso, il privilegio
attribuito al nazifascismo per la sua funzione anticomunista e il rifiuto di
aprire a storici e ricercatori l'accesso alle fonti sono ancora una cortina
fumogena sulla vera storia del Vaticano negli anni '30 e '40, A gettare un
fascio di luce, il più importante finora, arriva un libro-inchiesta (L'Encyclique
cachée de Pie //, ed. La Découverte) redatto con mille fatiche da due
storici belgi: Bernard Suchecky, docente a Bruxelles e a New York, e Georges
Passelecq, monaco benedettino, ex-deportato, segretario della Commissione
cattolica belga per i rapporti con il giudaismo. I due ricercatori hanno
lavorato per dieci anni attorno all'enciclica "nascosta",
quell'enciclica che Pio XI commissionò nel '38 a tre gesuiti e che avrebbe
dovuto trattare proprio del razzismo e dell'antisemitismo, sotto il titolo Humam
generis unitas, e che non vide mai la luce Pio XI morì nel '39 e il suo
successore Pio XII tenne l'enciclica ben chiusa nel cassetto. Si potè leggerne
qualche stralcio solo nel '70 sull'americano Nationai Catholic Reporter,
poi più nulla. Il merito principale dei due storici belgi è di avere reperito,
in versione francese, un testo integrale microfilmato negli Stati Uniti e di
renderlo finalmente pubblico. Nel '38 il cardinale di Vienna lnnitzer
accoglieva a braccia aperte Hiller nell'Austria annessa e la Germania nazista
si apprestava ad invadere Cecoslovacchia e Polonia. Pio XI aveva già
manifestato lei sua profonda inquietudine per l'aggressività dei
nazional-socialismo. In precedenza aveva definito il comunismo come
"intrinsecamente perverso", ma si era accorto da un pezzo che nazismo
e fascismi i portavano in sé i germi mortali de! razzismo e dell'antisemitismo
e che nessuna lotta al bolscevismo poteva più giustificare compiacenze verso i
disegni hitleriani. Avvertiva, per la Chiesa, l'esigenza di riaffermare il
principio evangelico del rispetto per l'uomo, ogni uomo di qualsiasi razza e
colore. Aveva confidato la sua angoscia a un gesuita americano, John La Farge,
in un colloquio il 22 giugno del '38. La Farge era uno specialista della
questione razziale negli Stati Uniti e Pio XI. già ottantenne, gli affidò la
redazione dell'enciclica. Per prepararla La Farge si avvalse del contributo di
altri due gesuiti: il tedesco Gustav Gundiach e il francese Gustavo Desbuquois,
ambedue specialisti di dottrina sociale della Chiesa. Lavorarono tre mesi, e
consegnarono il frutto delle loro fatiche al loro superiore a Roma, il padre
Wladimir Ledochowski, perché lo facesse pervenire al Papa. Ma il notabile
gesuita perse tempo, ordinò un "supplemento d'istruttoria". Il 10 febbraio
del '39 Pio XI morì: aveva visto l'enciclica? Sì. dissero le gerarchie gesuite
ai tre redattori due mesi dopo, ma il suo successore non aveva avuto ancora il
tempo di leggerla. I tre sentono odor di insabbiamento, parlano di
"sabotaggio" malgrado il dovere di riserbo e obbedienza. Un Papa non
è vincolato dai progetti del suo predecessore. E Pio XII, che aveva scambiato
calorosi messaggi con Hitler, lasciò nell'ombra l'enciclica voluta da Pio XI.
L'enciclica condannava in termini durissimi l'antisemitismo
"razziale", e implicitamente le leggi speciali vigenti in Germania e
in Italia, in nome "dell'unità del genere umano". Conservava invece
l'antigiudaismo religioso proprio della Chiesa cattolica, citando San Paolo e
tutta la teologia della "sostituzione" a cominciare da quella del
Nuovo Testamento al posto del Vecchio. Manifestava infine tolleranza per
l'antigiudaismo "sociologico", vale a dire il diritto di
"combattere con mezzi morali e legali" l'influenza del
"giudaismo economico e intellettuale", come aveva scritto il Padre
Gundiach già nel 1930 in un articolo. L'enciclica va collocata nel contesto di
quella vigilia di guerra. La condanna da parte del Vaticano delle leggi
antiebraiche avrebbe avuto grande risonanza e avrebbe risvegliato molte coscienze
addormentate. Hitler e Mussolini avrebbero dovuto far fronte ad una difficoltà
in più, e non certo delle minori. Ma Pio XII, per il quale il bolscevismo
restava il vero nemico da arginare e abbattere, ritenne di celare l'enciclica.
A dire il vero ne utilizzò ampi stralci nella sua prima enciclica nell'ottobre
del 39, la Summi pontificatus. Ma la epurò di ogni riferimento
all'antisemitismo e agli ebrei.
Il gesuita Robert Graham racconta in un volume ancora
inedito i segreti del Vaticano
Hitler controllava Pio XII, ma c’erano 007 anche in
recenti conclavi
di Bruno Bartolini
(dal Corriere della Sera del 19 luglio 1993)
Il capolavoro di Robert Graham, il
cacciatore di spie del Vaticano, non lo leggerà mai nessuno perché
probabilmente non sarà mai pubblicato.«È noioso, non c'è dubbio, è proprio
noioso. Colpa del mio stile», spiega in modo definitivo e divertito l'ormai
ultraottantenne gesuita americano. Ma forse non è affatto necessario leggere la
sua spy story per parlarne. Sono seicento pagine che raccontano le avventure
degli agenti nazisti che spiavano papa Pacelli. Quello che doveva rivelare
padre Graham lo ha già rivelato, sulle pagine di Civiltà cattolica, di America
e delle altre riviste della Compagnia di Sant'Ignazio. Da mezzo secolo va
scovando spioni dietro il Portone di Bronzo. Ha frugato negli archivi di mezzo
mondo, da Washington a Londra, da Berlino a Mosca. Alcuni agenti, lo ammette, a
forza di frequentarli, sono divenuti suoi amici. Di due cose è certo: Roma è
sempre stata e continua ad essere una città piena di spie. Il Vaticano è
certamente sorvegliato e gli ultimi conclavi lo sono stati in modo particolare.
Si sa che furono chiamati dei tecnici nel 1978 ad annusare dietro ogni angolo del
palazzo apostolico con apparecchi sofisticatissimi. «Nulla può fermare un laser
o le moderne tecnologie d'ascolto a distanza», assicura con grande serenità
padre Graham. È molto probabile che non poche persone sappiano come sono andate
veramente le cose nella cappella Sistina. quando i grandi elettori andarono a
scegliersi un papa venuto dall'Est. Il gesuita 007, che non ama i romanzi di
spionaggio di Le Carré o di Ken Follett, è uno dei quattro privilegiati
ricercatori ai quali Paolo VI ha aperto gli archivi segreti vaticani. Erano
tutti gesuiti: Angelo Martini, Pierre Blet e l'ormai scomparso Burkhart
Schneider." Papa Montini li aveva chiamati a ridipingere gli undici libri
bianchi destinati a rispondere agli attacchi lanciati dal drammaturgo tedesco
Rolf Hochhuth contro Pio XII per i suoi silenzi sul genocidio ebraico. Papa
Pacelli avrebbe dovuto parlare più forte piuttosto che agire a livello
assistenziale e locale? Un quesito storico che non troverà mai risposte
definitive. Per padre Graham non ci sono dubbi di sorta. Una piccola potenza
morale come il Vaticano avrebbe subito pagato le spese di un intervento più
energico, perdendo la sua indipendenza. «La Santa Sede non era più lo stato
pontificio di Bonifacio VIII. Non poteva lanciare crociate e condanne su grande
scala senza essere messa subito a tacere. Non sarebbe stato affatto nè
impensabile nè difficile per Hitler occupare militarmente la collina vaticana o
mettere papa Pacelli nell'impossibilità di agire magari deportandolo. Il
pericolo per qualche mese fu reale. «Doveva essere, a quanto pare, il generale
delle SS Karl Wolff ad occuparsene. Al processo di Norimberga alcuni testimoni
hanno accennato ad un progetto di eliminazione fisica di Pio XII. Ma molti
ebrei pensano che una parola di più avrebbe forse costretto i responsabili
della soluzione finale a riflettere, visto che il mondo «sapeva». Storici come
Arno Mayer sono però convinti che a scatenare il «giudeocidio», siano stati non
solo l'ideologia antisemita ma anche e soprattutto un motivo quasi occasionale:
la svolta della guerra e lo spegnersi della stella hitleriana nelle steppe
della Russia profonda. Padre Graham è di San Francisco. Si considera un erede
dei gesuiti piemontesi cacciati da Cavour nel 1848, finiti sulle coste della
California a trovarsi uno spazio apostolico fino all'Alaska fra gli indiani. Ai
«nasi bucati», ai «piedi neri» ed ai «crune d'ago» riuscirono anche ad
insegnare come si fa il vino delle colline dell'Oltrepò. Suo padre aveva
lasciato il greco e la filosofia per divenire giocatore professionista e poi
allenatore del team San Francisco di baseball. Entrato nella Compagnia e finiti
gli studi, il futuro 007 in sottana si trova a scrivere, sulla rivista America.
Tra il '48 ed il '63 è pendolare fra Ginevra e New York. Con una borsa di studi
se ne va in giro per il mondo a trovare tutti gli ex diplomatici che durante la
guerra avevano svolto ruoli di peso. Era a Monaco quando scoppia la bomba
Hochhuth nel 1962. Lo chiama padre Martini che aveva appena ricevuto l'incarico
dei libri bianchi in difesa di Pio XII. Per quasi dieci anni, i tre gesuiti
passano la loro vita chiusi nella Torre Borgia in Vaticano a scandagliare
fascicoli. Oltre ai documenti per i volumi ufficiali, resta fra le mani di
padre Graham materiale sufficiente per individuare piste e tracce degli agenti
dei cinque servizi nazisti: il ministero degli esteri, la Gestapo, le SS, il
controspionaggio militare, la cancelleria del partito alle dipendenze di Martin
Bormann e l'ufficio personale di intercettazione di Goering. Ormai può andare a
colpo sicuro a trovare ciò che cerca in qualsiasi archivio. dal Quai d'Orsay a
Parigi, al Dipartimento di Stato a Washington, al ministero degli esteri a
Bonn. ai fondi personali delle SS a Berlino. Sono quasi solo controlli incrociati.
«Le spie, ci dice, sono più bugiarde di certi giornalisti. La tentazione di
mentire per loro è molto forte. Erano comunque mal pagate. I più affidabili
erano gli agenti delle SS, pagati malissimo, ma arcidevoti». Ormai padre Graham
sa quasi tutto su quello che chiama «il mestiere duro» e sulle spie. Scopre
falsi studenti nei collegi ecclesiastici romani, impiegati infedeli, uomini
come Scattolini, falso giornalista o falsa spia o come Domenico Russo,
giornalista e cattolico di grande osservanza, compagno di scuola del cardinale
segretario di Stato Maglione, che si trovò, suo malgrado, ad essere un agente
insospettato ed insospettabile della Gestapo. «La migliore rete di agenti
l'aveva messa in piedi al servizio di Himmler, il colonnello Herbert Kappler,
l'esecutore delle Fosse Ardeatine, Von Ribbentrop, geloso della sua efficacia,
afferma padre Graham, chiuse il duplicato sistematico dei rapporti per il
ministero degli Esteri». Il controllo attorno a papa Pacelli era così stretto
che dovette una volta staccare il suo telefono bianco per poter parlare con
sicurezza con un interlocutore nello studio privato, come gli ha rivelato la
figlia del generale Simon, trucidato alle Ardeatine. Le storie del gesuita
californiano sono ormai leggende. Ogni tanto ritornano sulle pagine dei
giornali come quella dell'agente sovietico in Vaticano «don» Alexander Kurtna,
il prototipo degli agenti del Kgb in veste di seminaristi e sacerdoti
cattolici, denunciato da padre Graham nel 1981 e tornato a far notizia qualche
settimana fa. «Il controspionaggio è il mio hobby», ci spiega prima di partire
per Lourdes. «E ora che pensi un poco di più alla mia anima».
Hitler ordinò: "Uccidete Pio XII"
di Luigi Sugliano (da La Stampa del 15 aprile 1993)
ROMA. Anno 1943, missione segreta: "Tentare un massacro in
Vaticano e uccidere il Papa, Pio XII". Obiettivo: "Far ricadere la
responsabilità della strage sui partigiani e gli alleati". Questo ordine,
che esce dal segreto degli archivi, ha una firma: Hitler. Cinquant'anni dopo il
drammatico 1943 ecco un documento segretissimo sul folle piano del dittatore
nazista. Lo pubblica il settimanale "Gente" in edicola sabato.
Secondo quanto riferisce "Gente" il piano prevedeva l'assalto al
Vaticano da parte di reparti delle SS che indossavano uniformi italiane. Questi
reparti erano destinati ad essere a loro volta annientati da altri militari
germanici. Non ci dovevano essere ne superstiti ne testimoni. "Nel caso
che il Papa fosse sfuggito al massacro - scrive Gente - il progetto prevedeva il
suo trasferimento in Germania, come ostaggio". Il documento con le
rivelazioni è datato 26 settembre 1944 ed è firmato da Paolo Porta, il federale
di Como fucilato a Dongo, sul lago di Como, assieme ad altri gerarchi che
accompagnavano Mussolini in fuga. E' rivela Gente, che ne è entrato in possesso
su carta intestata dell'Undicesima Brigata nera "Redini" di Como. Il
documento era in possesso di un ex comandante partigiano, Giacinto Lazzarini,
morto tre anni fa. Gli era stato affidato dal Governo militare alleato della
Provincia di Varese. Un documento rimasto segreto, destinato a far discutere.
Lo storico Antonio Spinosa, ad esempio, lo conlesta. Dice; "Queste
rivelazioni sono smentite dalla logica della storia. I fatti verificati sono
questi: esisteva un piano per deportare il Papa. Hitler, alla fine del '43, ne
parlò con Karl Wolff, capo delle SS in Italia. U piano di Hitler era duplice:
impossessarsi dei tesori del Vaticano ed eventualmente deportare il Papa e una
parte del suo clero. Ma Wolff prese tempo, disse che entrambi i piani erano di
difficile realizzazione, che non aveva gli uomini adatti per l'impresa".
Ancora Spinosa: "Hitler si irritò. E alcuni giorni dopo richiamò Woolf
nella "tana del lupo". Wolf fece presente a Hitler la situazione
italiana: Mussolini era caduto e nessuno in Italia lo avrebbe difeso. E la
Chiesa era l'unico incontrastato potere esistente. Perché dunque bisogna
deportare il Papa? Forse per farne ricadere la colpa sugli alleati. E' questo
l'unico elemento plausibile di questa nuova ricostruzione. Wolff consigliò
Hitler di adottare la politica della mano leggera, che aveva avuto sempre
ottimi risultati. E spiegò che per realizzare il progetto gli occorrevano non
meno di 4 settimane". Ma torniamo alle rivelazioni di Gente. Secondo Porta,
Hitler cercava una scusa per eliminare il Papa che considerava
"scomodo". E ancora: facendo ricadere la colpa sugli alleati
intendeva scatenare la reazione contro gli anglo-americani. Ma come fallì il
piano, che era stato affidato ai reparti dell'Ottava divisione di cavalleria
"Florian Geyer" delle SS vestiti con uniformi italiane? "Tutto
il piano è scritto nel documento fu sospeso all'ultimo minuto, non si sa per
quale motivo, tanto più che i germanici si erano ben guardati da renderne edotto
il Duce. Si dubita che solo Pavolini sia stato interpellato per avere almeno un
appoggio e una responsabilità morale da parte fascista".
