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Rassegna di articoli riguardanti Pio XII

e la diplomazia Vaticana

segnalazioni

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Innumerevoli le testimonianze: Pio XII ordinò di aprire i conventi per proteggere gli ebrei

(Venerdì, 20 aprile 2007 ZENIT.org)

 

Ha suscitato molto clamore la dichiarazione rilasciata martedì dal Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, secondo cui il Pontefice Pio XII, il 25 ottobre 1943, firmò una circolare in cui chiedeva a tutti gli istituti religiosi di aprire le porte per accogliere gli ebrei perseguitati. Questo documento smentisce in maniera definitiva la teoria di alcuni commentatori critici, i quali sostengono che i Vescovi, le religiose, i religiosi e i tantissimi cattolici che a rischio della propria vita salvarono gli ebrei dallo sterminio, lo fecero senza che l'allora Pontefice ne fosse minimamente a conoscenza. In realtà, ancor prima di questa rivelazione, sono emerse innumerevoli prove di come l’intera opera di assistenza orchestrata dalla Chiesa cattolica nel tentativo di porre in salvo gli ebrei perseguitati fu decisa e ordinata dal Papa Pio XII in persona. Il canonico di Assisi, monsignor Aldo Brunacci, ha raccontato e scritto in interviste e libri che “il terzo giovedì del settembre 1943, dopo la consueta riunione mensile del clero che aveva luogo nel Seminario Diocesano, il Vescovo mi chiamò in disparte nel vano antistante la cappella e mostrandomi una lettera della Segreteria di Stato mi disse: ‘Dobbiamo organizzarci per prestare aiuto ai perseguitati e soprattutto agli ebrei, questo è il volere del Santo Padre Pio XII. Il tutto va fatto con la massima riservatezza e prudenza. Nessuno, neppure tra i sacerdoti deve sapere la cosa”. Brunacci, che insieme al Vescovo di Assisi, monsignor Giuseppe Placido Nicolini, è stato riconosciuto come “Giusto tra le Nazioni” dallo Yad Vashem, ha sostenuto di aver visto la lettera inviata dalla Segreteria di Stato vaticana. A conferma di ciò vi è anche la testimonianza che il professor Emilio Viterbi, docente dell’Università di Padova, un rifugiato ebreo ad Assisi, rilasciò il 6 gennaio del 1947, in occasione del settantesimo compleanno di monsignor Nicolini. “Degli innumerevoli episodi che si potrebbero citare per illuminare sull’indefessa e santamente umanitaria azione che il Clero di Assisi ha compiuto a favore degli ebrei perseguitati sotto l’alta guida del suo Vescovo mons. Placido Nicolini che col più grande amore ed altissimo zelo ha così seguita la filantropica volontà del Santo Padre”, disse in quell'occasione. Il professor Viterbi raccontò che: “Durante l’ultimo periodo dell’occupazione tedesca il suo Vescovado era diventato asilo di un’infinità di profughi e perseguitati, ciò nonostante quando mi recai da lui per chiedergli se, in estreme eventualità, avesse potuto ospitarmi assieme alla mia famiglia, egli con la sua grande semplicità e col suo sorriso bonario mi rispose: ‘Non ho di libere che la mia stanza da letto e lo studio, ma posso benissimo arrangiarmi a dormire in quest’ultimo. La stanza da letto è a vostra disposizione'”. Una storia simile la raccontò anche suor Ferdinanda dell’Istituto delle Suore di San Giuseppe di Chambéry, a Roma. La religiosa rivelò che “fu il Pontefice Pio XII che ci ordinò di aprire le porte a tutti i perseguitati. Se non ci fosse stato l’ordine del Papa sarebbe stato impossibile mettere in salvo tanta gente”. Il 17 marzo 1998 suor Ferdinanda ricevette dall’Ambasciata israeliana a Roma la medaglia di “Giusto tra le Nazioni” per aver contribuito alla salvezza di tanti ebrei durante l’occupazione nazista di Roma. In quell’occasione per confermare le intenzioni di Pio XII, suor Ferdinanda mostrò una lettera del Cardinale Segretario di Stato Luigi Maglione inviata alla reverenda Madre Superiora il 17 gennaio 1944, in piena occupazione nazista. Nella lettera il Segretario di Stato, a nome del Pontefice Pio XII e in riferimento ai tanti ebrei nascosti nell’Istituto, scrisse: “La Santità Sua paternamente grata, implora perciò su cotesti così diletti figli le ineffabili ricompense della divina Misericordia, affinché, abbreviati i giorni di tanto dolore, conceda ad essi il Signore un sereno, tranquillo e prospero avvenire”. “Intanto, in segno di particolare benevolenza, la Santità Sua, riconoscente verso codeste dilette Suore di San Giuseppe di Chambéry per l’opera di misericordia che esercitano con tanto cristiana comprensione, invia ad esse e ai cari rifugiati la confortatrice Benedizione Apostolica”, continuava la missiva. Di come la Segreteria di Stato vaticana fosse in diretto contato con i conventi che nascondevano gli ebrei, ha raccontato suor Maria Piromalli, dell’Istituto Pio X che si trova a Roma, in Piazza S. Pancrazio 44. Nell’Istituto, fondato da don Guanella e gestito dalle Figlie di Santa Maria della Provvidenza, furono nascosti 44 ebrei tra uomini e donne.

Suor Maria Piromalli ricordò che Pio XII “ha lanciato un appello a tutti gli istituti religiosi di Roma per soccorrere gli ebrei” e aggiunse che ad avvertire il suo Istituto fu don Emilio Rossi.

Nell’opera dell’Archivio Segreto Vaticano, pubblicata nel 2004 con il titolo “Inter Arma Caritas. L’Ufficio Informazioni Vaticano istituito da Pio XII (1939-1947)”, risulta che don Emilio Rossi fosse il Segretario dell'Ufficio Informazioni per i prigionieri di guerra, della Segreteria di Stato, ovvero l'ufficio che si occupava dell’assistenza agli ebrei.

[Moltissime testimonianze dell’opera di assistenza agli ebrei si trovano nel libro di Antonio Gaspari pubblicato da Editorial Planeta in Spagna nel 1999 con il titolo “Los Judíos, Pío XII y la Leyenda Negra”, e distribuito in Italia dalla Editrice Ancora, lo stesso anno, con il titolo “Nascosti in convento”]

 

 

 

Lo Yad Vashem assicura che la didascalia su Pio XII verrà cambiata

Rientra la protesta del Nunzio apostolico in Israele

 

(15 aprile 2007 ZENIT.org)

 

Con una dichiarazione rilasciata giovedì 12 aprile al Servizio Informazioni Religiose (SIR), agenzia stampa della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), monsignor Antonio Franco, Nunzio Apostolico in Israele, aveva annunciato la sua “dolorosa rinuncia” alle annuali celebrazioni della Giornata della memoria che si svolgeranno al museo dello Yad Vashem a Gerusalemme. La causa di questa assenza era dovuta al fatto che nella settima sala dello Yad Vashem, c’è un pannello in cui a fianco della foto del Pontefice Pio XII è inserita una didascalia che indica Papa Pacelli come responsabile del “silenzio” e “dell’assenza di linee guida” per denunciare la Shoah.  Monsignor Franco ha scritto una lettera al direttorato dello Yad Vashem nella quale affermava: “Mi fa male andare allo Yad Vashem e vedere Pio XII così presentato [...] Forse si potrebbe togliere la foto o cambiare la didascalia. Ma certamente il Papa non può essere messo in mezzo a uomini che dovrebbero vergognarsi per quanto compiuto contro gli ebrei. Pio XII non dovrebbe vergognarsi per tutto quello che ha fatto per la salvezza degli ebrei, messo in risalto da fonti storiche”.  La foto di Pio XII è stata esposta per la prima volta con l’apertura del nuovo museo Yad Vashem nel 2005 e già allora il precedente Nunzio, monsignor Pietro Sambi, aveva chiesto che fosse modificata la didascalia.  Le dichiarazioni del Nunzio hanno suscitato una vasta eco sulla stampa a livello internazionale. Tuttavia, domenica 15 aprile, monsignor Antonio Franco ha dichiarato all’ANSA di essere ritornato sulla decisione dopo aver ricevuto una lettera del Presidente dello Yad Vashem, Avner Shalev, con la promessa “di riconsiderare il modo in cui Papa Pio XII è presentato”.  “Poiché la mia azione non era intesa a dissociarmi dalle celebrazioni ma a richiamare l'attenzione sul modo in cui il Papa è presentato, il mio scopo è stato raggiunto”, ha rilevato il Nunzio in Israele, ed ha aggiunto “non ho motivi per tenere aperta questa tensione” e perciò “parteciperò alla cerimonia”.  Intervistato da ZENIT padre Peter Gumpel, relatore nella causa di beatificazione di Pio XII e considerato tra coloro che conoscono più a fondo la storia delle relazioni tra la Santa Sede e la Germania negli anni 1930-1950, ha affermato: “Bisogna considerare che Pio XII conta su milioni di persone che lo stimano e lo venerano, anche tra gli ebrei, e che considerano offensivo e contrario ai fatti storici quanto scritto e riportato nella didascalia in questione”.  “Inoltre – ha precisato il sacerdote gesuita – , allo Yad Vashem la grande maggioranza dei Giusti è di religione cattolica. C’è una vastissima rappresentanza di sacerdoti, religiose e religiosi, molti dei quali hanno perso la vita per salvare gli ebrei”.  “Ed è quantomai evidente e dimostrato dalle stesse fonti ebraiche – ha sottolineato padre Gumpel – che è stato proprio l’allora Cardinale Eugenio Pacelli e poi Pontefice Pio XII a mettere in piedi e gestire una rete di assistenza per proteggere e salvare gli ebrei perseguitati. La bibliografia pubblicata a tal proposito è vastissima”.  Secondo Padre Gumpel, che conosce bene, per storia personale e per decenni di studio, le vicende di quegli anni, “quanto riportato nella didascalia non corrisponde a verità”.  I critici di Pio XII affermano che i sostenitori del Pontefice sono apologeti e non storici. Di fronte a questa accusa padre Gumpel, ha risposto: “Ci sono tanti noti e famosi storici, molti dei quali ebrei, che hanno dimostrato la bontà di quanto fatto da Pio XII. Tra questi citerei sir Marin Gilbert, Michael Burleigh, David Dalin, che non mi sembrano affatto degli apologeti”.  “E che dire di Golda Meir, di Albert Einstein, di Israel Zolli, di tutti i dirigenti delle maggiori associazioni ebraiche mondiali che hanno ringraziato Pio XII alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Sono tutti apologeti?”, ha continuato.  “Per non parlare dei Direttori dei giornali ebraici pubblicati durante la Seconda Guerra Mondiale in gran parte del mondo. Anche loro indicarono il Pontefice Pio XII come la luce che si opponeva al nazismo. Anche loro sono apologeti?”, si è domandato ancora.  In merito alle accuse contro Pio XII, il padre gesuita ha rilevato che “si tratta sempre degli stessi argomenti, i quali vengono ripetuti senza aggiungere un solo fatto storico a sostegno. I critici di Pio XII si citano reciprocamente, ed evitano sistematicamente tutta la parte storica di fonte ebraica in sostegno di Papa Pacelli”.  Per quanto riguarda il presunto silenzio di Pio XII di fronte alla razzia nazista avvenuta nel ghetto di Roma il 16 ottobre 1943, padre Gumpel ha detto a ZENIT che “è ormai evidente anche ai più scettici, che il Papa era giunto a conclusione che ogni denuncia pubblica avrebbe portato più sofferenze e più morti, per questo decise di salvare quanti più ebrei possibile con l’opera segreta di apertura dei conventi e assistenza ai perseguitati”.  “Comunque – ha continuato il padre gesuita – come ha raccontato anche Michael Tagliacozzo, il Pontefice e la Santa Sede, furono i soli a provare di fermare i nazisti e a tentare di salvare quanti più ebrei possibile”.  Gumpel ha ricordato che Enzo Forcella, che partecipò attivamente alla Resistenza, nel libro “La Resistenza in convento” (Einaudi 1999) racconta che il 16 ottobre del 1943 i dirigenti dei gruppi antifascisti del Comitato di Liberazione nazionale (Cln) si riunirono a Roma, ma “a nessuno venne in mente di formulare una protesta a nome delle forze antifasciste” e neanche “la stampa clandestina si dimostrò più sensibile”.  Per quanto riguarda poi le accuse secondo cui la Santa Sede avrebbe nascosto e fatto fuggire criminali nazisti, padre Gumpel è stato perentorio: “E’ ben noto, e i documenti parlano chiaro in proposito, Pacelli era considerato dai nazisti il nemico numero uno. Tanto è che lo stesso Pontefice Pio XII fornì documenti importati al processo di Norimberga dove i criminali nazisti vennero processati”.

 

 

 

 

 

La Santa Sede contesta una didascalia del museo dell'Olocausto

Shoah: Vaticano non sarà a giorno ricordo

Il nunzio apostolico a Gerusalemme non parteciperà al «Giorno della Rimembranza» in segno di protesta su un giudizio su Pio XII

(da Il Corriere della Sera del 13 aprile 2007)

 

GERUSALEMME (ISRAELE) - Attrito diplomatico tra Israele e Vaticano. Il nunzio apostolico a Gerusalemme, monsignor Antonio Franco, non parteciperà alle cerimonie del «Giorno della Rimembranza» per i martiri e gli eroi dell’Olocausto, che si terranno presso lo Yad Vashem il 15 aprile, in segno di protesta per la presenza di un foto di Pio XII nel museo, con la didascalia che riferisce del comportamento "ambiguo" del Pontefice di fronte allo sterminio degli ebrei. Lo riporta l’edizione online del quotidiano Yediot Ahronoth (Ynet).

Vaticano è stata esposta nel museo dell’Olocausto di Gerusalemme nel 2005. All’inizio del 2006 il precedente nunzio aveva richiesto una modifica della didascalia, e i responsabili dello Yad Vashem avevano risposto prontamente che sarebbero stati disposti ad esaminare la condotta di Pio XII durante l’Olocausto se il Vaticano avesse messo a disposizione dei ricercatori del museo i suoi archivi. Ciò non è avvenuto e la didascalia non è stata cambiata.

PROBABILE ASSENZA - Alle cerimonie per la Giornata del ricordo partecipano tutti gli ambasciatori accreditati presso lo Stato di Israele. «Se il nunzio apostolico non sarà presente la sua assenza spiccherà», ha commentato un funzionario del ministero degli Esteri israeliano. Funzionari coinvolti nella vicenda hanno detto allo Ynet: «Questa è una questione molto sensibile, che deve essere esaminata a fondo. Per noi è importante che tutti i rappresentanti diplomatici siano presenti alla cerimonia. Inoltre, Israele desidera avere buone relazioni con il Vaticano». Tuttavia, hanno proseguito i funzionari, «la storia non si può cambiare, e certe personalità non riuscirono ad aiutare gli ebrei durante l’Olocausto, questa è la realtà. Ci sono nazioni che hanno assunto le proprie responsabilità durante l’Olocausto, e altre che non l’hanno fatto. Il Vaticano non ha partecipato attivamente allo sterminio degli ebrei, ma rimangono degli interrogativi sulla condotta del Papa».

RISPOSTA UFFICIALE - Intanto lo Yad Vashem, in una risposta ufficiale, ha fatto sapere di essere «scioccato e deluso dal fatto che il rappresentante del Vaticano in Israele abbia scelto di non rispettare la memoria dell’Olocausto, e di non partecipare alla cerimonia ufficiale con cui lo Stato di Israele e il popolo ebraico ricordano le vittime. Ciò contraddice la dichiarazione del Papa espressa durante la visita allo Yad Vashem, sull’importanza di ricordare l’Olocausto e le sue vittime».

 

 

Nelle carte del Führer i gerarchi scrivevano: "È nostro nemico"

I dossier segreti di Hitler che riabilitano Pio XII. Civiltà Cattolica: "Carte inedite, finisce un´ignominia". In Vaticano spie e informatori sia dei nazisti che dei comunisti

(Di Marco Ansaldo, da La Repubblica del 29 marzo 2007)

 

«Il Papa, come tutti i nostri informatori riportano in modo concorde, ha un atteggiamento di grande simpatia nei confronti del popolo tedesco. Ciò che non si può dire invece del regime». «Pio XII aiuta la Polonia invasa». «Pacelli nasconde gli ebrei in fuga». «Il Pontefice si attende un cambiamento della situazione in Germania, al più tardi dopo la morte del Fuehrer». Papa Pio XII non era dunque nella lista degli amici di Hitler. Le alte sfere del nazismo lo guardavano con diffidenza e perfino con preoccupazione. Questo pensavano e scrivevano i gerarchi del Terzo Reich, fino al più alto grado, nei rapporti segreti, nelle missive dei generali delle SS, nei telegrammi e nei dispacci inviati a Berlino dalle legazioni tedesche presso la Santa Sede («l´ambasciata nera», secondo la terminologia dell´epoca nazista) e il Quirinale («l´ambasciata bianca»). Documenti finiti negli uffici di Erich Mielke e Markus Wolf, i capi della Stasi, il servizio segreto della ex Germania Est, pronti a essere usati in possibili operazioni contro il Vaticano. Pagine rimaste tuttavia sepolte negli archivi per decenni. Un vero e proprio dossier su Pio XII, di cui ora Repubblica è entrata in possesso. Il materiale dimostra come in fondo, sia le camicie brune, i nazisti, sia i "rossi" della Germania comunista avessero come obiettivo quello di ottenere il massimo delle informazioni dentro la Santa Sede, considerata da entrambi un governo tutt´altro che amico. Leggendo le carte della dirigenza nazista, le stanze vaticane pullulavano di spie con la tonaca. «Il religioso tedesco Dr. Birkner - è scritto nel rapporto di un agente da Roma - impiegato presso gli archivi vaticani, si è rivelato la più valida fonte di informazioni. Padre Leiber (Robert Leiber, segretario privato di Pio XII, ndr.) si è espresso nei confronti dell´informatore dicendo che la maggiore speranza della Chiesa è che il sistema nazionalsocialista nel prossimo futuro venga annientato da una guerra». Ed è per l´appunto la diplomazia vaticana di Pio XII contro Hitler, sottile, non espressa ad alta voce, e perciò attentamente controllata dai nazisti, a preoccupare i gerarchi. I quali avevano impiantato una rete capillare capace di sapere, da una lettera intercettata del segretario di Stato cardinale Luigi Maglione che, sotto Città del Vaticano durante la guerra in previsione di un attacco, «il Papa si è fatto costruire un rifugio antiaereo a cui può accedere in ascensore». Ma soprattutto inquieta il regime l´azione di Eugenio Pacelli a favore della Polonia occupata, come si evince da più dispacci. Il rapporto del capo della polizia di Berlino lancia un grido di allarme al ministro degli Esteri, Joachim von Ribbentrop. «In via riservata - si legge nel documento - è stato possibile ottenere le missive di Pio XII e del segretario di Stato cardinale Maglione all´arcivescovo di Cracovia Adam Sapicka. Dalle due lettere, che allego in copia, emerge chiaramente l´atteggiamento filo-polacco del Papa e del suo segretario di Stato: «La Santa Sede non si è limitata ad aiutare i polacchi profughi nei vari paesi, ma anche quelli rimasti in patria». Protezione che il Terzo Reich imputa a Pacelli pure nei confronti degli ebrei. «Il Vaticano - si legge in un altro appunto dattiloscritto - appoggia in tutti i modi emigranti ebrei battezzati nel loro tentativo di andare all´estero. Il Vaticano sostiene queste persone anche finanziariamente». Dalla lettura di questi documenti la figura di Pio XII sembra dunque uscire in maniera nettamente diversa rispetto a quella tramandata. L´immagine qui è quella di un pontefice per nulla accondiscendente, anzi di un avversario abile e temuto, tutto il contrario del ritratto di un Pacelli timoroso e indeciso arrivato fino a oggi. Come è possibile? «Già nell´ultimo anno di guerra, il 1945 - spiega padre Giovanni Sale, storico della rivista Civiltà cattolica, autore del volume «Hitler, la Santa Sede e gli ebrei», e studioso tra i più autorevoli delle tematiche legate a Chiesa e nazismo - era cominciata una campagna anti-pacelliana. In un recente articolo ho portato a riprova alcune registrazioni effettuate da Radio Mosca e i pezzi giornalistici scritti dalla Pravda tesi a influenzare l´opinione pubblica e a creare la cosiddetta «leggenda nera» su Pio XII. Fino alla pubblicazione del libro «I papi contro gli ebrei» di David Kertzer tutta una generazione è rimasta influenzata dalla propaganda. Solo negli ultimi tempi i documenti usciti sia dal Foreign Office britannico sia dalla Cia stanno formulando critiche più moderate, abbattendo l´ignominia del giudizio contenuto anche in un altro testo, «Il Papa di Hitler» (di John Cornwell, fratello di John Le Carrè, ndr). Le novità contenute in queste carte inedite emerse in Germania trovano riscontro nella documentazione presente nell´Archivio vaticano. Lo scrivo da dieci anni: la Chiesa combattè il nazismo in tutti i modi». «Pio XII in realtà non era un amico, bensì uno strenuo avversario di Hitler - afferma Werner Kaltefleiter, già vaticanista della rete tv Zdf e profondo conoscitore della Curia, autore lo scorso anno (con Hanspeter Oschwald) del libro «Spione im Vatikan», e che di recente ha pubblicato su www.kath.de un rigoroso studio sui carteggi riguardanti Pacelli - questo Papa non collaborava affatto con i nazisti, come alcune parti interessate hanno voluto far circolare dopo la guerra. No. Egli era invece il nemico numero uno del Fuehrer». Il prossimo anno decorrerà il cinquantesimo anniversario della morte di Pacelli. E il processo di beatificazione, giudicato in modo diverso da fautori e detrattori, è ormai nella fase decisiva. Rivelazioni recenti sembrano aggiustare il tiro della critica sulla complessa figura di Pio XII. Alla fine dello scorso gennaio l´ex generale dei servizi segreti rumeni Ion Mihai Pacepa ha ammesso sulla rivista newyorchese National Review di aver manipolato per anni, su ordine del Kgb, l´immagine di Pacelli presso l´opinione pubblica internazionale. La campagna di disinformazione, nome in codice «Posizione 12», era stata approvata da Nikita Krusciov con l´intento di screditare moralmente il Papa, facendolo apparire come un gelido simpatizzante dei nazisti e un silenzioso testimone dell´Olocausto. L´apice dell´azione di propaganda sarebbe stata, secondo Pacepa, la rappresentazione nel 1963 della celebre opera teatrale «Il Vicario», scritta dal drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth, che demolì la figura di Pacelli, e da cui il regista Costa-Gavras avrebbe tratto nel 2002 il suo film «Amen». Il testo si sarebbe però basato su documenti contraffatti dai sovietici, procurati da religiosi rumeni che avevano accesso all´Archivio segreto vaticano. Hochhuth ha respinto le accuse con sdegno, definendole calunnie. Ma ora la partita su Pio XII si riapre.

 

 

"Pio XII, le urla del silenzio"

(di Renato Rizzo da La Stampa, 06/12/2005)

 

Per la pubblicistica più radicale è stato, addirittura, «il Papa di Hitler», colui che chiuse più o meno volontariamente gli occhi di fronte al regime del macellaio della storia; per altri, il «Principe di Dio», un monarca che volle tenersi al di fuori e al di sopra dei conflitti; per altri ancora, un «padre» che scelse l’«imparzialità» nei confronti dei «figli» in lotta con la segreta speranza che il suo silenzio l’aiutasse a diventare mediatore di pace. Ma com’è assordante questo tacere. Come grida, ancora oggi, il mutismo di Pio XII - il pontefice che molti vorrebbero santo - davanti alle leggi razziali antiebraiche e, più tardi, alla persecuzione e all’Olocausto. Giovanni Miccoli, storico della Chiesa, professore emerito dell’Università di Trieste, coordina, con Gian Enrico Rusconi, il convegno che si apre oggi a Trento. È fra coloro che maggiormente hanno indagato gli angoli bui di quest’Amleto del Vaticano che assistette al più agghiacciante sterminio di massa senza mai sconfessarlo e condannarlo in modo diretto e aperto. Nel 1942, Papa da tre anni, diffuse via radio il famoso messaggio sulle violenze della guerra nel quale parlava di perseguitati per motivi di stirpe, ma senza mai nominare né gli ebrei né il nazismo. Il silenzio sugli innocenti. Lei ha scritto un libro, «I dilemmi e i silenzi di Pio XII. Vaticano, seconda guerra mondiale e Shoah»: è possibile sostenere che Oltre Tevere non si conoscesse pienamente la portata di quest’impazzimento della storia? «No. La Chiesa era del tutto informata su quanto accadeva a opera di Hitler sin dall’ottobre del 1941, quando incominciarono le deportazioni. E conosceva alla perfezione, dalla metà dell’anno successivo, la realtà dello sterminio ormai in corso: quella “soluzione finale” che non viene mai citata nei documenti interni vaticani o negli interventi pubblici del pontefice». Chi erano questi «informatori» che ragguagliavano Roma? «Sostanzialmente i nunzi apostolici e la stessa gerarchia ecclesiastica: mi riferisco ai preti, ad esempio, o ai cappellani militari italiani al seguito dell’Armir. Ma non solo: c’è una dichiarazione del 16 ottobre 1943 fatta da monsignor Montini, futuro papa Paolo VI, che, a proposito delle razzie nel ghetto di Roma, riporta la confidenza d’un ufficiale tedesco: “Questi ebrei non vedranno mai più la loro casa”. E nell’episcopato germanico si parla di rastrellamenti come di “scene che ricordano i mercanti di schiavi del Sei-Settecento”». Quindi non informazioni diffuse dagli alleati che potevano essere considerate propagandistiche o di parte, ma allarmi lanciati dal cuore della Chiesa?  «Infatti. E così, mentre - altro esempio - il vescovo di Friburgo Groeber, nel giugno del ‘42, scrive: “Nel programma del regime è previsto l’annientamento dell’ebraismo non solo come visione del mondo, ma anche nei suoi appartenenti”, la tendenza del Vaticano è catalogare tutti questi avvenimenti sotto la generica voce di “spaventose sciagure della guerra”».  A proposito di Chiesa tedesca: il suo atteggiamento verso il potere politico appare contraddittorio ma, almeno nei vertici, mostra aspetti di forte acquiescenza. «Da un lato, come da tradizione, assistiamo a un costante invito ai fedeli perché facciano il proprio dovere in difesa della patria ottemperando, in tal modo, al volere di Dio. Ma “acquiescenza” proprio, non direi. Non dimentichiamo che, sin dagli Anni Trenta, s’erano sollevate proteste per misure anticristiane, arresto di sacerdoti, chiusura di conventi: la “questione ebraica” non entra, però, nel contenzioso. È questo il quadro storico nel quale si muove Eugenio Pacelli prima come segretario di Stato, poi come pontefice per difendere le prerogative e le strutture ecclesiastiche». Quanto pesa l’inimicizia verso il popolo «deicida» connaturata per lungo tempo alla tradizione cristiana? Hitler osava sostenere di fare, verso i «giudei», ciò che la Chiesa aveva proposto per oltre 1500 anni. «Le discriminazioni del nazismo e del fascismo s’intrecciano spesso con questa tradizione di idee e di uomini che, pur dichiarandosi sul piano generale contrari al razzismo, hanno sempre considerato ingiusta l’emancipazione degli ebrei. Le scelte di Hitler e di Mussolini cadono in questa atmosfera, in questo clima, e si trasformano in un forte condizionamento che rende difficile l’opposizione aperta della Santa Sede. C’è un episodio emblematico. Siamo nell’agosto del ‘43. Caduto Mussolini, le comunità ebraiche chiedono al governo Badoglio l’abrogazione delle leggi razziali e il plenipotenziario della segreteria di Stato, Tacchi Venturi, parlando con il ministro dell’Interno, afferma che, tra queste norme, ce ne sono alcune “meritevoli di conferma”». Nella Santa Sede c’era la preoccupazione per un’invasione comunista dell’Europa. Insomma, che «i cosacchi abbeverassero i loro cavalli in piazza San Pietro». Era la Germania, per la Chiesa, l’ultimo bastione? «La paura per “i bolscevichi” è un fatto reale, antecedente persino allo scoppio della guerra: risale all’agosto del ‘39 con la sigla del patto Ribbentrop-Molotov. Allora il Vaticano denunciò l’eventualità che i “nemici della società cristiana” potessero approfittarne e sostenne, implicitamente, l’urgenza di stendere, nuovamente, attorno all’Unione Sovietica un cordone sanitario. Durante l’invasione tedesca, quando si profilava la possibilità d’una vittoria di Mosca, la diplomazia di Pio XII presentò memoriali nei quali venivano esposti i pericoli e le minacce rappresentati dall’Urss. Quanto, poi, allo Stato tedesco visto come estremo difensore dell’Europa, bisogna specificare: la Germania nazista in quel momento non è più considerata dalla Santa Sede un baluardo; quella liberata dal nazismo, sì. E, così, nel momento in cui Hitler muove il suo esercito contro l’Armata Rossa, un importante esponente della gerarchia romana prega: “Speriamo che un diavolo serva a scacciare l’altro”».

 

 

“Un giusto delle nazioni" Papa Pacelli davanti alla shoah

Un rabbino smonta le accuse di antisemitismo

(di Massimo Giuliani da Il Giornale di Brescia del 12/10/2005)

 

Da ormai qualche anno negli Stati Uniti il nome di Pio XII, quando associato agli eventi della Shoà, sembra dividere gli storici sia cristiani che ebrei. Ma non nel senso che gli storici cristiani (o almeno quelli cattolici) lo difenderebbero, mentre gli storici ebrei lo accuserebbero. Per avere una conferma di quanto variegato sia il panorama di chi accusa e di chi difende papa Pacelli, le sue parole e i suoi silenzi, le sue azioni e le sue omissioni, basta leggere l’ultimo libro del rabbino americano David G. Dalin, dal titolo The Myth of Hitler’s Pope (Regnery Publishing, pp. 192), ovvero Il mito del Papa di Hitler, nel quale Pio XII è descritto, con un’espressione talmudica molto gratificante, come un «Giusto delle Nazioni», che avrebbe lavorato per salvare migliaia di vite ebraiche sottraendole alle grinfie dei nazisti; un Papa che non mancò mai di criticare e deplorare il regime di Hitler e che, già prima di diventare pontefice, era un vero amico degli ebrei; un Papa che Hitler avrebbe voluto rapire e deportare in Germania, e che oggi va difeso dalle calunnie di chi «usa l’Olocausto degli ebrei» per calunniare e infangare il nome non solo di un grande Papa, ma anche del Papato in quanto istituzione. Per il tono con cui è scritto e il taglio degli argomenti, più che un volume di storia si tratta di un efficace pamphlet in difesa di Pio XII, il cui titolo fa il verso, capovolgendone il senso, al volume di John Cornwell The Hitler’s Pope (Il Papa di Hitler), nel quale si accusava Pacelli di più o meno velato antigiudaismo e di un silenzio verso la tragedia ebraica che suona come complicità col regime nazista. Un rabbino, dunque, difende Pio XII dagli attacchi di un cristiano che vorrebbe stare dalla parte degli ebrei… ma che, secondo Dalin, fa un uso strumentale della Shoà appunto per attaccare, ecco il vero obiettivo, il Papato stesso e soprattutto quel Papa che per oltre un quarto di secolo l’ha reso visibile nel mondo: Giovanni Paolo II. Infatti, sempre secondo Dalin, gli attacchi di Cornwell non sono diversi dagli attacchi di Garry Wills e James Carroll, ex seminaristi o ex preti che vorrebbero una Chiesa più liberale e più democratica, meno dogmatica e meno moralista, e che se la prendono con Pio XII per picconare in realtà i papi di oggi e promuovere la loro «agenda progressista». Con un’agenda analoga, sebbene con sfumature diverse tra loro, anche alcuni storici ebrei sono scesi in campo contro Pio XII con libri che ignorerebbero alcuni fatti onde dimostrare le tesi (anti-cattoliche) per cui sono stati scritti: Daniel Jonah Goldhagen, soprattutto, ma anche in certa misura Susan Zuccotti e David Kertzer. Per rafforzare la sua polemica contro gli storici-polemisti, Dalin chiama in causa il gran mufti di Gerusalemme degli anni Venti e Trenta, Hajj Amin al-Husseini, indicandolo come il vero alleato di Hitler nella «soluzione finale della questione ebraica» e il vero ispiratore dell’odio antisemita del fondamentalismo islamico odierno, tra le cui fila va annoverato con posto d’onore il defunto leader palestinese Yassir Arafat. Fatti, date e documenti alla mano, Dalin ricostruisce il paradosso e le contraddizioni di una storiografia costruita su un mito, quello di papa Pacelli alleato di Hitler, ma che ignora e tace l’odio antiebraico dell’Islam radicale di ieri e di oggi. Fin qui il pamphlet, che non omette neppure alcuni cenni al dibattito "italiano" sollevato sul Corriere della sera nel gennaio scorso circa la restituzione alle famiglie dei bambini ebrei salvati (e battezzati) da istituzioni cattoliche durante la Shoà. Dalin insiste sul fatto che questa campagna contro papa Pacelli per il suo "silenzio" o mancata difesa degli ebrei romani, quando il 16 ottobre 1943 i nazisti rastrellarono il ghetto e ne deportarono oltre mille, è il risultato di polemiche recenti che intenzionalmente tacciono sulle reazioni positive, gli encomi e i ringraziamenti che molte personalità ebraiche, in Italia e all’estero, espressero subito dopo la guerra nei confronti di papa Pio XII. Si tratterebbe di una campagna frutto più di una preoccupazione verso il presente che di una ricerca accurata sul passato. Ciò non si può negare: gli storici non sono degli alieni ideologicamente neutri; si muovono piuttosto in una data società e in una cultura specifica con istanze e domande dettate dal presente, e con tali precomprensioni, come ha insegnato Gadamer, interrogano fonti e testimonianze, e ricostruiscono, sulla base dei fatti, la loro interpretazione. Ma ciò che vale per i "detrattori" vale anche per gli "entusiasti" di Pio XII, gruppo a cui Dalin appartiene: da fiero conservatore e nemico dichiarato della stampa di "sinistra", diremmo noi in Italia, il rabbino americano (che scrive su riviste di "destra" sia ebraiche come The Weekly Standard e Commentary, sia cattoliche come First Things) difende tutto ciò che è tradizione, identità religiosa forte, certezza dottrinale. Il suo testo su Pio XII è, appunto, un’apologia più che una pacata e articolata valutazione storica di un pontificato complesso durante uno dei momenti più difficili della politica e della storia contemporanea. L’intuizione vera - il senso paradossale delle accuse di antigiudaismo a Pio XII dopo che la Chiesa cattolica ha operato un profondo "revisionismo" della sua dottrina e prassi proprio su questo punto (a partire dalla Dichiarazione Nostra Aetate esattamente 40 anni fa) e l’uso strumentale della Shoà - presente nel volume di Dalin non può tuttavia far sembrare probabile che la "questione ebraica" o il "salvare gli ebrei" fosse in cima ai pensieri di papa Pacelli in quegli anni: non lo era, e vi sono buone ragioni storiche per cui non lo fosse. Ma ciò, ovviamente, non fa di Pio XII un papa antisemita o un Celestino V redivivo (che "per viltade" restò zitto e inerte verso la tragedia ebraica). I preti, i frati e le monache che salvarono molti ebrei hanno sempre testimoniato che agirono in conformità al volere di Pio XII: si può creder loro, oppure no, ma sarebbe immaginabile da loro una testimonianza diversa, accusatoria verso il loro Papa? Infine, al di là dei meriti di chi, da cristiano e da cattolico, salvò vite ebraiche durante la Shoà, resta il fatto - confessato da tutte le Chiese, non solo da quella cattolica - che secoli di insegnamenti e sentimenti cristiani antiebraici contribuirono a lastricare le vie della Shoà, accaduta non in qualche paese in via di sviluppo alla periferia del mondo, ma nel cuore dell’Europa cristiana (protestante e cattolica), nella patria di Lutero e Bach, Kant e Goethe. E se è innegabile che oggi l’antisemitismo sia uno dei cavalli di battaglia del fondamentalismo islamico, resta innegabile anche il fatto che la storia dell’Islam sia stata sostanzialmente più tollerante (non dico più egualitaria o democratica) verso gli ebrei e il giudaismo di quanto sia stata la storia del cristianesimo. Pertanto suggerisco di leggere il libro di Dalin per quel che è: un’apologia di un Papa che fu uomo del suo tempo e di un Papato complesso sul quale, data la grave situazione internazionale, pesavano tremende responsabilità. Sia l’uomo Pacelli che il suo ministero papale vanno lasciati nelle mani degli storici più che degli apologeti, astenendosi da frettolosi giudizi morali, pro o contro, inevitabilmente dettati dal senno di poi.