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Radiomessaggio del Natale 1942 sull’ordine
interno degli Stati e dei popoli
Il Santo Natale e la umanità dolorante
Con sempre nuova freschezza di letizia e di pietà, diletti figli
dell’universo intero, ogni anno al ricorrere del Santo Natale, risuona dal
presepe di Betlemme all’orecchio dei cristiani, ripercuotendosi dolcemente nei
loro cuori, il messaggio di Gesù, luce in mezzo alle tenebre; un messaggio, che
illumina con lo splendore di celestiali verità un mondo oscurato da tragici
errori, infonde una gioia esuberante e fiduciosa ad un’umanità, angosciata da
profonda e amara tristezza, proclama la libertà ai figli d’Adamo, costretti
nelle catene del peccato e della colpa, promette misericordia, amore, pace alle
schiere infinite dei sofferenti e tribolati, che vedono scomparsa la loro
felicità e spezzate le loro energie nella bufera di lotta e di odio dei nostri
giorni burrascosi. E i sacri bronzi, annunziatori di tale messaggio in tutti i
continenti, non pur ricordano il dono divino, fatto all’umanità, negli inizi
dell’età cristiana; ma annunziano e proclamano anche una consolante realtà
presente, realtà come eternamente giovane, cosi sempre viva e vivificante;
realtà della "luce vera, la quale illumina ogni uomo, che viene in questo
mondo" e non conosce tramonto. L’Eterno Verbo, via, verità e vita,
nascendo nello squallore di una grotta e nobilitando in tal modo e santificando
la povertà, così dava inizio alla sua missione di dottrina, di salute e di
redenzione del genere umano, e diceva e consacrava una parola, che é ancor oggi
la parola di vita eterna, valevole a risolvere i quesiti più tormentosi,
insoluti e insolubili da chi vi porti vedute e mezzi effimeri e puramente
umani; quesiti i quali si affacciano sanguinanti, esigendo imperiosamente una
risposta, al pensiero e al sentimento di un’umanità amareggiata ed esacerbata.
Una consegna sacra ed impellente
Il motto "Misereor super turbam" é per Noi una consegna
sacra, inviolabile, valida e impellente in tutti i tempi e in tutte le
situazioni umane, com’era la divisa di Gesù; e la Chiesa rinnegherebbe se
stessa, cessando di essere madre, se si rendesse sorda al grido angoscioso e
filiale, che tutte le classi dell’umanità fanno arrivare al suo orecchio. Essa
non intende di prender partito per l’una o l’altra delle forme particolari e
concrete, con le quali singoli popoli e Stati tendono a risolvere i problemi
giganteschi dell’assetto interno e della collaborazione internazionale, quando
esse rispettano la legge divina; ma d’altra parte, "colonna e base della
verità" (1 Tim. 3, 15) e custode, per volontà di Dio e per missione
di Cristo, dell’ordine naturale e soprannaturale, la Chiesa non può rinunziare
a proclamare davanti ai suoi figli e davanti all’universo intero le inconcusse
fondamentali norme, presentandole da ogni travolgimento, caligine,
inquinamento, falsa interpretazione ed errore; tanto più che dalla loro osservanza,
e non semplicemente dallo sforzo di una volontà nobile e ardimentosa, dipende
la fermezza finale di qualsiasi nuovo ordine nazionale e internazionale,
invocato con cocente anelito da tutti i popoli. Popoli, di cui conosciamo le
doti di valore e di sacrificio, ma anche le angustie e i dolori, e ai quali
tutti, senza alcuna eccezione, in quest’ora d’indicibili prove e contrasti, Ci
sentiamo legati da profondo e imparziale e imperturbabile amore e da immensa
brama di portare loro ogni sollievo e soccorso che in qualsiasi modo sia in
Nostro potere.
Rapporti internazionali e ordine interno delle nazioni
L’ultimo Nostro Messaggio natalizio esponeva i principi, suggeriti dal
pensiero cristiano, per stabilire un ordine di convivenza e collaborazione
internazionale, conforme alle norme divine. Oggi vogliamo soffermarCi, sicuri
del consenso e dell’interessamento di tutti gli onesti, con cura particolare e
uguale imparzialità sulle norme fondamentali dell’ordine interno degli Stati e
dei popoli. Rapporti internazionali e ordine interno sono intimamente connessi,
essendo l’equilibrio e l’armonia tra le Nazioni dipendenti dall’interno
equilibrio e dalla interna maturità dei singoli Stati nel campo materiale,
sociale e intellettuale. Né un solido e imperturbato fronte di pace verso
l’esterno risulta possibile di fatto ad attuarsi senza un fronte di pace
nell’interno, che ispiri fiducia. Solo, quindi, l’aspirazione verso una pace
integrale nei due campi varrà a liberare i popoli dal crudele incubo della
guerra, a diminuire o superare gradatamente le cause materiali e psicologiche
di nuovi squilibri e sconvolgimenti.
Duplice elemento della pace nella vita sociale
Ogni convivenza sociale, degna di tal nome, come trae origine dalla
volontà di pace, così tende alla pace; a quella tranquilla convivenza
nell’ordine, in cui San Tommaso, facendo eco al noto detto di S. Agostino, (S.
Th. 2a 2ae p. q. 29 a 1 ad 1; S. Aug. De civitate Dei l. 19 c. 13 n. 1)
vede l’essenza della pace. Due primordiali elementi reggono quindi la vita
sociale: convivenza nell’ordine, convivenza nella tranquillità.
I. CONVIVENZA NELL’ORDINE
L’ordine, base della vita consociata di uomini, di esseri cioé,
intellettuali e marali, che tendono ad attuare uno scopo consentaneo alla loro
natura, non é una mera estrinseca connessione di parti numericamente diverse; é
piuttosto, e ha da essere, tendenza e attuazione sempre più perfetta di una
unità interiore, ciò che non esclude le differenze, realmente fondate, e
sanzionate dalla volontà del Creatore o da norme soprannaturali.
Una chiara intelligenza dei fondamenti genuini di ogni vita sociale ha
un’importanza capitale oggi più che mai, mentre l’umanità, intossicata dalla
virulenza di errori e traviamenti sociali, tormentata dalla febbre della
discordia di desideri, dottrine e intenti, si dibatte angosciosamente nel
disordine, da essa stessa creato, e risente gli effetti della forza
distruttrice di idee sociali erronee, le quali dimenticano le norme di Dio o
sono ad esse contrarie. E poiché il disordine non può essere superato se non
con un ordine, che non sia meramente forzato e fittizio (non altrimenti che
l’oscurità coi suoi deprimenti e paurosi effetti non può essere bandita se non
dalla luce, e non da fuochi fatui); la salvezza, il rinnovamento e un progressivo
miglioramento non può aspettarsi e originarsi se non da un ritorno di larghi e
influenti ceti alla retta concezione sociale; un ritorno che richiede una
straordinaria grazia di Dio e una volontà incrollabile, pronta e presta al
sacrificio, degli animi buoni e lungimiranti. Da questi ceti più influenti e
più aperti per penetrare e ponderare la bellezza attraente delle giuste norme
sociali, passerà e entrerà poi nelle moltitudini la convinzione della origine
vera, divina e spirituale, della vita sociale, spianando in tal modo la via al
risveglio, all’incremento e al consolidamento di quelle concezioni morali,
senza cui anche le più orgogliose attuazioni rappresenteranno una Babele, i cui
abitanti, se pure hanno mura comuni, parlano lingue diverse e contrastanti.
Iddio prima causa ed ultimo fondamento della vita individuale e sociale
Dalla vita individuale e sociale conviene ascendere a Dio, Prima Causa
e ultimo fondamento, come Creatore della prima società coniugale, fonte della
società familiare, della società dei popoli e delle nazioni. Rispecchiando pur
imperfettamente il suo Esemplare, Dio Uno e Trino, che col mistero
dell’Incarnazione redense ed innalzò la natura umana, la vita consociata, nel
suo ideale e nel suo fine, possiede al lume della ragione e della rivelazione
un’autorità morale ed una assolutezza, travalicante ogni mutar di tempi; e una
forza di attrazione, la quale, lungi dall’esser mortificata e scemata da
delusioni, errori, insuccessi, muove irresistibilmente gli spiriti più nobili e
più fedeli al Signore a riprendere, con rinnovata energia, con nuove
conoscenze, con nuovi studi, mezzi e metodi, ciò che in altri tempi ed in altre
circostanze fu tentato invano.
Sviluppo e perfezionamento della persona umana
Origine e scopo essenziale della vita sociale vuol essere la
conservazione, lo sviluppo e il perfezionamento della persona umana, aiutandola
ad attuare rettamente le norme e i valori della religione e della cultura,
segnati dal Creatore a ciascun uomo e a tutta l’umanità, sia nel suo insieme,
sia nelle sue naturali ramificazioni.
Una dottrina o costruzione sociale, che rinneghi tale interna,
essenziale connessione con Dio di tutto ciò che riguarda l’uomo, o ne
prescinda, segue falso cammino; e mentre costruisce con una mano, prepara con
l’altra i mezzi, che presto o tardi insidieranno e distruggeranno l’opera. E
quando, misconoscendo il rispetto dovuto alla persona e alla vita a lei propria
non le conceda alcun posto nei suoi ordinamenti, nell’attività legislativa ed
esecutiva, lungi dal servir la società, la danneggia; lungi dal promuovere e
animare il pensiero sociale e attuare le aspettative e le speranze, le toglie
ogni valore intrinseco, servendosene come di frase utilitaria, la quale
incontra in ceti sempre più numerosi risoluta e franca ripulsa.
Unità e differenze nella vita sociale
Se la vita sociale importa unità interiore, non esclude però le
differenze, cui suffragano la realtà e la natura. Ma quando si tiene fermo al
supremo regolatore di tutto ciò che riguarda l’uomo, Dio, le somiglianze non
meno che le differenze degli uomini trovano il posto conveniente nell’ordine
assoluto dell’essere, dei valori, e quindi anche della moralità. Scosso invece
tale fondamento, si apre tra i vari campi della cultura una pericolosa discontinuità,
appare una incertezza e labilità di contorni, di limiti e di valori, talché
solo meri fattori esterni, e spesso ciechi istinti, vengono poi a determinare,
secondo la dominante tendenza del giorno, a chi spetti il predominio dell’uno o
dell’altro indirizzo.
Pericolose concezioni economiche e politiche
Alla dannosa economia dei passati decenni, durante i quali ogni vita
civile venne subordinata allo stimolo del guadagno, succede ora una non meno
dannosa concezione, la quale, mentre guarda tutto e tutti sotto l’aspetto
politico, esclude ogni considerazione etica e religiosa. Travisamento e
traviamento fatali, pregni di conseguenze imprevedibili per la vita sociale, la
quale mai non é più vicina alla perdita delle sue più nobili prerogative di
quando si illude di poter rinnegare o dimenticare impunemente l’eterna fonte
della sua dignità: Dio.
La ragione, illuminata dalla fede, assegna alle singole persone e
particolari società nell’organizzazione sociale un posto fisso e nobile; e sa,
per parlare sono del più importante, che tutta l’attività dello Stato, politica
ed economica, serve per l’attuazione duratura del bene comune; cioè, di quelle
esterne condizioni, le quali sono necessarie all’insieme dei cittadini per lo
sviluppo delle loro qualità e dei loro uffici, della loro vita materiale,
intellettuale e religiosa, in quanto, da un lato, le forze e le energie della
famiglia e di altri organismi, a cui spetta una naturale precedenza, non
bastano, e, dall’altro, la volontà salvifica di Dio non abbia determinata nella
Chiesa un’altra universale società a servizio della persona umana e
dell’attuazione dei suoi fini religiosi.
In una concezione sociale, pervasa e sanzionata dal pensiero religioso,
l’operosità dell’economia e di tutti gli altri campi della cultura rappresenta
una universale nobilissima fucina di attività, ricchissima nella sua varietà,
coerente nella sua armonia, dove la uguaglianza intellettuale e la differenza
funzionale degli uomini conseguono il loro diritto ed hanno adeguata
espressione; in caso diverso si deprime il lavoro e si abbassa l’operaio.
Ordinamento giuridico della società e suoi scopi
Affinché la vita sociale, quale é voluta da Dio, ottenga il suo scopo,
é essenziale un ordinamento giuridico, che le serva di esterno appoggio, di riparo
e protezione; ordinamento la cui funzione non é dominare, ma servire, tendere a
sviluppare e accrescere la vitalità della società nella ricca molteplicità dei
suoi scopi, conducendo verso il loro perfezionamento tutte le singole energie
in pacifico concorso e difendendole, con mezzi appropriati ed onesti, contro
tutto ciò che é svantaggioso al loro pieno svolgimento. Un tale ordinamento,
per garantire l’equilibrio, la sicurezza e l’armonia della società, ha anche il
potere di coercizione contro coloro, che solo per questa via possono essere
trattenuti nella nobile disciplina della vita sociale; ma proprio nel giusto
compimento di questo diritto di autorità, veramente degna di tal nome, non sarà
mai che non senta l’angosciosa responsabilità di fronte all’Eterno Giudice, al
cui tribunale ogni falsa sentenza, e soprattutto ogni sconvolgimento delle
norme da Dio volute, riceverà la sua immancabile sanzione e condanna.
Le ultime, profonde, lapidarie, fondamentali norme della società non
possono essere intaccate da intervento d’ingegno umano; si potranno negare,
ignorare, disprezzare, trasgredire, ma non mai abrogare con efficacia
giuridica. Certamente, col tempo che volge, mutano le condizioni di vita; ma
non si da mai manco assoluto, in perfetta discontinuità tra il diritto di ieri
e quello di oggi, tra la scomparsa di antichi poteri e costituzioni e il
sorgere di nuovi ordinamenti. Ad ogni modo, in qualsiasi cambiamento o
trasformazione, lo scopo di ogni vita sociale resta identico, sacro,
obbligatorio: lo sviluppo dei valori personali dell’uomo, quale immagine di
Dio; e resta l’obbligo di ogni membro dell’umana famiglia di attuare i suoi
immutabili fini, qualunque sia il legislatore e l’autorità a cui ubbidisce.
Rimane quinndi sempre e non cessa per opposizione alcuna anche il suo
inalienabile diritto, da riconoscersi da amici e nemici, ad un ordinamento e
una prassi giuridica, che sentano e comprendano esser loro essenziale dovere di
servire al bene comune.
Le condizioni per una vera armonia nei rapporti sociali
L’ordinamento giuridico ha inoltre l’alto e arduo scopo di assicurare
gli armonici rapporti sia tra gli individui, sia tra le società, sia anche
nell’intento di queste. A ciò si arriverà, se i legislatori si asterranno dal
seguire quelle pericolose teorie e prassi, infauste alla comunità e alla sua
coesione, le quali traggono la loro origine e diffusione da una serie di
postulati erronei. Tra questi é da annoverare il positivismo giuridico, che
attribuisce un’ingannevole maestà alla emanazione di leggi puramente umane, e
spiana la via ad un esiziale distacco della legge dalla moralità; inoltre la
concezione, la quale rivendica a particolari nazioni o stirpi o classi
l’istinto giuridico, quale ultimo imperativo e inappellabile norma; infin
quelle varie teorie, le quali, diverse in sè e procedenti da vedute ideologiche
contrastanti, si accordano però nel considerare lo Stato o un ceto, che lo
rappresenti, come entità assoluta e suprema, esente da controllo e da critica,
anche quando i suoi postulati teorici e pratici sboccano e urtano nell’aperta
negazione di dati essenziali della coscienza umana e cristiana.
Chi consideri con occhio limpido e penetrante la vitale connessione tra
genuino ordine sociale e genuino ordinamento giuridico, e tenga presente che
l’unità interna nella sua multiformità dipende dal predominio di forze
spirituali, dal rispetto della dignità umana in sè e negli altri, dall’amore
alla società e agli scopi da Dio ad essa segnati, non può meravigliarsi sui tristi
effetti di concezioni giuridiche, le quali, allontanatesi dalla via regale
della verità procedono sul terreno labile di postulati materialistici; ma
sorgerà subito la improrogabile necessità di un ritorno ad una concezione
spirituale ed etica, seria e profonda, riscaldata dal calore di vera umanità e
illuminata dallo splendore della fede cristiana, la quale fa mirare
nell’ordinamento giuridico una rifrazone esterna dell’ordine sociale, voluto da
Dio, luminoso frutto dello spirito umano, anch’esso immagine dello spirito di
Dio.
Solo la concezione organica della società é vitale
Su questa concezione organica, la sola vitale, in che la più nobile
umanità e il più genuino spirito cristiano fioriscono in armonia, sta scolpita
la sentenza della Scrittura, illustrata dal grande Aquinate: "Opus
iustitiae pax" (S. Th. 2a 2ae p. q. 29 a. 3), che si applica così
al lato interno, come al lato esterno della vita sociale.
Essa non ammette nè contrasto, nè alternativa: amore o diritto, ma la
sintesi feconda: amore e diritto.
Nell’uno e nell’altro, entrambi irradiazioni dello stesso spirito di
Dio, sta il programma e il suggello della dignità dello spirito umano; l’uno e
l’altro a vicenda s’integrano, cooperano, si animano, si sostengono, si danno
la mano nel cammino della concordia e della pacificazione, mentre il diritto
spiana la via all’amore, l’amore mitiga il diritto e lo sublima. Entrambi
elevano la vita umana in quella atmosfera sociale, dove, pur tra le
manchevolezze, gli impedimenti e le durezze di questa terra, si rende possibile
una fraterna convivenza. Ma fate che il cattivo spirito di idee materialistiche
domini; che la tendenza al potere e al prepotere concentri nelle sue rudi mani
le redini degli eventi; voi allora vedrete apparirne ogni giorno più gli
effetti disgregatori, scomparire amore e giustizia; tristo preannunzio di
minaccianti catastrofi su una società, apostata da Dio.
II. CONVIVENZA NELLA TRANQUILLITÀ
Il secondo elemento fondamentale della pace, verso cui tende quasi
istintivamente ogni società umana, é la tranquillità. O beata tranquillità, tu
non hai nulla di comune con il fissarsi duro e ostinato, tenace e infantilmente
caparbio in ciò che é; nè con la riluttanza, figlia di ignavia e di egoismo, a
porre la mente nei problemi e nelle questioni, che il volgere dei tempi e il
corso delle generazioni coi loro bisogni e col progresso fanno maturare, e
traggono seco come improrogabili necessità del presente. Ma per un cristiano,
cosciente della sua responsabilità anche verso il più piccolo dei suoi
fratelli, non vi é tranquillità infingarda, nè si da fuga, ma lotta, ma azione
contro ogni inazione e diserzione nel grande agone spirituale, dove é proposta
in palio la costruzione, anzi l’anima stessa della società futura.
Armonia fra tranquillità e operosità
Tranquillità nel senso dell’Aquinate e ardente operosità non
contrastano, ma si accoppiano piuttosto in armonia per colui che é compreso
della bellezza e della necessita del sostrato spirituale della società, e della
nobiltà del suo ideale. E proprio a voi giovani, inclini a volgere le spalle al
passato e rivolgere al futuro l’occhio delle aspirazioni e speranze, diciamo,
mossi da vivo amore e da paterna sollecitudine: esuberanza e audacia da sè non
bastano, se non siano, come bisogna, poste al servizio del bene e di una
bandiera immacolata. Vano è l’agitarsi, l’affaticarsi, l’affannarsi senza
riposarsi in Dio e nella sua legge eterna. Conviene che siate animati dal
convincimento di combattere per la verità, e di farle dedizione delle proprie simpatie
ed energie, degli aneliti e dei sacrifici; di combattere per le eterne leggi di
Dio, per la dignità della persona umana, e per il conseguimento dei suoi fini.
Dove uomini maturi e giovani, sempre ancorati nel mare della eternamente viva
tranquillità di Dio, coordinano le diversità di temperamento e di attività in
genuino spirito cristiano, là, se l’elemento propulsore si accoppia con
l’elemento infrenatore, la differenza naturale tra le generazioni non diverrà
mai pericolosa, ma condurrà anzi vigorosamente all’attuazione delle leggi
eterne di Dio nel mutevole corso dei tempi e delle condizioni di vita.
II mondo operaio
In un campo particolare della vita sociale, dove durante un secolo
sorsero movimenti e aspri conflitti, si trova oggi calma, almeno apparente; nel
mondo, cioè, vasto e sempre crescente del lavoro, nell’esercito immenso degli
operai, dei salariati e dei dipendenti. Se si considera il presente, con le sue
necessità belliche, come un dato di fatto, questa tranquillità potrà dirsi
esigenza necessaria e fondata; ma se si guarda lo stato odierno dal punto di
vista della giustizia, di un legittimo e regolato movimento operaio, la
tranquillità non resterà che apparente finché tale scopo non sia raggiunto.
Mossa sempre da motivi religiosi, la Chiesa condannò i vari sistemi del
socialismo marxista, e li condanna anche oggi, com’è suo dovere e diritto
permanente di preservare gli uomini da correnti e influssi, che ne mettono a
repentaglio la salvezza eterna. Ma la Chiesa non può ignorare o non vedere, che
l’operaio, nello sforzo di migliorare la sua condizione, si urta contro qualche
congegno, che, lungi dall’essere conforme alla natura, contrasta con l’ordine
di Dio e con lo scopo che Egli ha assegnato per i beni terreni. Per quanto
fossero e siano false, condannabili e pericolose le vie, che si seguirono; chi,
e soprattutto qual sacerdote o cristiano, potrebbe restar sordo al grido, che
si solleva dal profondo, e il quale in un mondo di un Dio giusto invoca
giustizia e spirito di fratellanza? Ciò sarebbe un silenzio colpevole e
ingiustificabile davanti a Dio, e contrario al senso illuminato dell’apostolo,
il quale, come inculca che bisogna essere risoluti contro l’errore, sa pure che
si vuol essere pieni di riguardo verso gli erranti e con l’animo aperto per
intenderne aspirazioni, speranze e motivi.
L’uso dei beni e la proprietà privata
Dio, benedicendo i nostri progenitori, disse loro: "Crescete e
moltiplicatevi e riempite la terra e soggiogatela" (Gen. 1, 28). E al
primo capo di famiglia diceva poi: "Nel sudore della tua fronte ti ciberai
di pane" (Gen. 3, 19). La dignità della persona umana esige dunque
normalmente come fondamento naturale per vivere il diritto all’uso dei beni
della terra, a cui risponde l’obbligo fondamentale di accordare una proprietà
privata, possibilmente a tutti. Le norme giuridiche positive, regolanti la
proprietà privata, possono mutare e accordare un uso più o meno circoscritto;
ma se vogliono contribuire alla pacificazione della comunità, dovranno impedire
che l’operaio, che e o sarà padre di famiglia, venga condannato ad una
dipendenza e servitù economica, inconciliabile con i suoi diritti di persona.
Che questa servitù derivi dal prepotere del capitale privato o dal
potere dello Stato, l’effetto non muta; anzi, sotto la pressione di uno Stato,
che tutto domina e regola l’intera vita pubblica e privata, penetrando fino nel
campo delle concezioni e persuasioni e della coscienza, questa mancanza di
libertà può avere conseguenze ancora più gravose, come l’esperienza manifesta e
testimonia.
L’ora della riparazione
Chi pondera alla luce della ragione e della fede i fondamenti e gli
scopi della vita sociale, che noi abbiamo tracciati in brevi linee, e li
contempla nella loro purezza ed altezza morale e nei loro benefici frutti in
tutti i campi, non può non avere la convinzione dei potenti principi di ordine
e di pacificazione, che energie rivolte a grandi ideali e risolute ad
affrontare gli ostacoli potrebbero regalare, o diciamo meglio, restituire ad un
mondo, interiormente scardinato, quando avessero abbattute le barriere
intellettive e giuridiche, create da pregiudizi, errori, indifferenza, e da un
lungo processo di secolarizzazione del pensiero, del sentimento, dell’azione,
che venne a staccare e sottrarre la città terrena dalla luce e dalla forza
della città di Dio.
Oggi più che mai scocca l’ora di riparare; di scuotere la coscienza del
mondo dal grave torpore, in cui i tossici di false idee, largamente diffuse,
l’hanno fatto cadere; tanto più che, in questa ora di sfacelo materiale e
morale, la conoscenza della fragilità e della inconsistenza di ogni ordinamento
puramente umano e sul disingannare anche coloro, che, in giorni apparentemente
felici, non sentivano in sè e nella società la mancanza di contatto
coll’eterno, e non la consideravano come un difetto essenziale delle loro
costruzioni.
Ciò che chiaro appariva al cristiano, che, profondamente credente,
soffriva dell’ignoranza altrui, chiarissimo ci presenta il fragore della
spaventosa catastrofe dell’odierno sconvolgimento, che riveste la terribile
solennità di un giudizio universale, persino agli orecchi dei tiepidi, degli
indifferenti, degl’inconsiderati; una verità, cioè, antica, che si manifesta
tragicamente in forme sempre nuove, e tuona di secolo in secolo, di gente in
gente, per bocca del Profeta: "Omnes qui Te derelinquunt confundentur:
recedentes a Te in terra scribentur: quoniam dereliquerunt venam aquarum
viventium, Dominum" (Jer., 17, 13).
Non lamento ma azione
Non lamento, ma azione é il precetto dell’ora: non lamento su ciò che é
o che fu, ma ricostruzione di ciò che sorgerà e deve sorgere a bene della
società. Pervasi da un entusiasmo di crociati, ai migliori e più eletti membri
della cristianità spetta riunirsi nello spirito di verità, di giustizia e di amore
al grido: Dio lo vuole! pronti a servire, a sacrificarsi, come gli antichi
Crociati. Se allora trattavasi della liberazione della terra santificata dalla
vita del Verbo di Dio incarnato, si tratta oggi, se possiamo cosi esprimerCi,
del nuovo tragitto, superando il mare degli errori del giorno e del tempo, per
liberare la terra santa spirituale, destinata a essere il sostrato e il
fondamento di norme e leggi immutabili per costruzioni sociali di interna
solida consistenza.
Appello ad una crociata di pace
Per si alto fine, dal presepe del Principe della pace, fiduciosi che la
sua grazia si diffonda in tutti i cuori, Noi ci rivolgiamo a voi, diletti
figli, che riconoscete e adorate in Cristo il vostro Salvatore, a tutti quelli
che sono con Noi uniti almeno col vincolo spirituale della fede in Dio, a tutti
infine, quanti anelano a liberarsi dai dubbi e dagli errori, bramosi di luce e
guida; e vi esortiamo con scongiurante paterna insistenza non solo a
comprendere intimamente l’angosciosa serietà di quest’ora, ma anche a meditare
le sue possibili aurore benefiche e soprannaturali, e a unirvi e operare
insieme per il rinnovamento della società in spirito e verità.
Scopo essenziale di questa Crociata necessaria e santa é che la stella
della pace, la stella di Betlemme, spunti di nuovo su tutta l’umanità nel suo
rutilante fulgore, nel suo pacificante conforto, qual promessa e augurio di un
avvenire migliore più fecondo e più felice.
LE PRIME CINQUE PIETRE MILIARI DELLA PACIFICAZIONE SOCIALE
Vero é che il cammino dalla notte a un luminoso mattino sarà lungo; ma
decisivi sono i primi passi sul sentiero, che porta sopra le prime cinque
pietre miliari scolpite con bronzeo scalpello le seguenti massime:
Dignità e diritti della persona umana
1) Chi vuole che la stella della pace spunti e si fermi sulla società,
concorra da parte sua a ridonare alla persona umana la dignità concessale da
Dio fin dal principio; si opponga all’eccessivo aggruppamento degli uomini,
quasi come masse senz’anima; alla loro inconsistenza economica, sociale,
politica, intellettuale e morale; alla loro mancanza di solidi principi e di
forti convinzioni; alla loro sovrabbondanza di eccitazioni istintive e
sensibili, e alla loro volubilità; favorisca, con tutti i mezzi leciti, in
tutti i campi della vita, forme sociali, in cui sia resa possibile e garantita
una piena responsabilità personale così quanto all’ordine terreno come quanto
all’eterno;
sostenga il rispetto e la pratica attuazione dei seguenti fondamentali
diritti della persona: il diritto a mantenere e sviluppare la vita corporale,
intellettuale e morale, e particolarmente il diritto ad una formazione ed
educazione religiosa; il diritto al culto di Dio privato e pubblico, compresa
l’azione caritativa religiosa; il diritto, in massima, al matrimonio e al
conseguimento del suo scopo; il diritto di lavorare come mezzo indispensabile
al mantenimento della vita familiare; il diritto alla libera scelta dello
stato, quindi anche dello stato sacerdotale e religioso; il diritto ad un uso
dei beni materiali, cosciente, dei suoi doveri e delle limitazioni sociali.
Difesa della unità sociale e particolarmente della famiglia
2) Chi vuole che la stella della pace spunti e si fermi sulla società,
rifiuti ogni forma di materialismo, che non vede nel popolo se non un gregge di
individui, i quali, scissi e senza interna consistenza, vengono considerati
come materia di dominio e di arbitrio;
cerchi di comprendere la società come un’unità interna, cresciuta e
maturata sotto il governo della Provvidenza; unita la quale, nello spazio ad
essa assegnato e secondo le sue peculiari doti, tende, mediante la
collaborazione dei diversi ceti e professioni, agli eterni e sempre nuovi fini
della cultura e della, religione;
difenda la indissolubilità del matrimonio; dia alla famiglia,
insostituibile cellula del popolo, spazio, luce, respiro, affinché possa
attendere alla missione di perpetuare nuova vita e di educare i figli in uno
spirito, corrispondente alle proprie vere convinzioni religiose; conservi,
fortifichi o ricostituisca, secondo le sue forze la propria unità economica;
spirituale, morale e giuridica; curi che i vantaggi materiali e spirituali
della famiglia vengano partecipati anche da domestici; perisi a procurare ad
ogni famiglia un focolare, dove una vita familiare, sana materialmente e
moralmente, riesca a dimostrarsi nel suo vigore e valore; curi che i luoghi di
lavoro e le abitazioni non siano così separati, da rendere il capo di famiglia
e l’educatore dei figli quasi estraneo alla propria casa; curi soprattutto, che
tra scuole pubbliche e famiglia rinasca quel vincolo di fiducia e di mutuo
aiuto, che in altri tempi maturò frutti così benefici, e che oggi é stato
sostituito da sfiducia colà ove la scuola, sotto l’influsso o il dominio dello
spirito materialistico, avvelena e distrugge ciò che i genitori avevano
istillato nelle anime dei figli.
Dignità e prerogative del lavoro
3) Chi vuole che la stella della pace spunti e resti sulla società, dia
al lavoro il posto da Dio assegnatogli fin dal principio. Come mezzo
indispensabile al dominio del mondo, voluto da Dio per la sua gloria, ogni
lavoro possiede una dignità inalienabile, e in pari tempo un intimo legame col
perfezionamento della persona; nobile dignità e prerogativa del lavoro, cui in
verun modo non avviliscono la fatica e il peso, che sono da sopportarsi come
effetto del peccato originale, in ubbidienza e sommissione alla volontà di Dio.
Chi conosce le grandi Encicliche dei Nostri Predecessori e i Nostri
precedenti Messaggi non ignora che la Chiesa non esita a dedurre le conseguenze
pratiche, derivanti dalla nobiltà morale del lavoro, e ad appoggiarle con tutto
il nome della sua autorità. Queste esigenze comprendono, oltre ad un salario
giusto, sufficiente alle necessità dell’operaio e della famiglia, la
conservazione ed il perfezionamento di un ordine sociale, che renda possibile
una sicura, se pur modesta proprietà privata a tutti i ceti del popolo,
favorisca una formazione superiore per i figli delle classi operaie particolarmente
dotati di intelligenza e di buon volere, promuova la cura e l’attività pratica
dello spirito sociale nel vicinato, nel paese, nella provincia, nel popolo e
nella nazione, che, mitigando i contrasti di interessi e di classe, toglie agli
operai il sentimento della segregazione con l’esperienza confortante di una
solidarietà genuinamente umana e cristianamente fraterna.
Il progresso e il grado delle riforme sociali improrogabili dipende
dalla potenza economica delle singole nazioni. Solo con uno scambio di forze,
intelligente e generoso, tra forti e deboli sarà possibile a compiersi una
pacificazione universale in maniera che non restino focolai di incendio e di
infezione, da cui potrebbero originarsi nuove sciagure.
Segni evidenti inducono a pensare, che nel fermento di tutti i
pregiudizi e i sentimenti di odio, inevitabili ma tristi parti di questa acuta
psicosi bellica, non sia spenta nei popoli la coscienza della loro intima
reciproca dipendenza, nel bene e nel male che anzi sia divenuta più viva e
attiva. Non é forse vero che sempre più chiaramente pensatori profondi vedono,
nella rinunzia all’egoismo e all’isolamento nazionale, la via di salvezza
generale, pronti come sono a domandare ai loro popoli una parte gravosa di
sacrifici, necessari per la pacificazione sociale in altri popoli? Possa questo
Nostro Messaggio natalizio, diretto a tutti coloro che sono animati da buona
volontà e cuore generoso, incoraggiare e aumentare le schiere della Crociata
sociale presso tutte le Nazioni! E voglia Dio concedere alla loro pacifica
bandiera la vittoria, di cui é degna la loro nobile intrapresa!
Reintegrazione dell’ordinamento giuridico
(4) Chi vuole che la stella della pace spunti e si fermi sulla vita
sociale, collabori ad una profonda reintegrazione dell’ordinamento giuridico.
Il sentimento giuridico di oggi é spesso alterato e sconvolto dalla
proclamazione e dalla prassi di un positivismo e di un utilitarismo ligi e
vincolati al servizio di determinati gruppi, ceti e movimenti, i cui programmi
tracciano e determinano la via alla legislazione e alla pratica giudiziale. Il
risanamento di questa situazione diventa possibile a ottenersi, quando
siridesti la coscienza di un ordinamento giuridico, riposante nel sommo dominio
di Dio e custodita da ogni arbitrio umano; coscienza di un ordinamento che
stenda la sua mano protettrice e punitrice anche sugli i nobliabili diritti
dell’uomo e li protegga contro gli attacchi di ogni potere umano.
Dall’ordinamento giuridico voluto da Dio promana l’inalienabile diritto dell’uomo
alla sicurezza giudica, e con ciò stesso ad una sfera concreta di diritto,
protetta contro ogni arbitrario attacco. Il rapporto dell’uomo verso l’uomo,
dell’individuo verso la società, verso l’autorità, verso i doveri civili, il
rapporto della società e dell’autorità verso i singoli debbono essere posti
sopra un chiaro fondamento giuridico e tutelati, al bisogno, dall’autorità
giudiziaria. Ciò suppone:
a) un tribunale e un giudice, che prendano le direttive da un diritto
chiaramente formulato e circoscritto;
b) chiare norme giuridiche, che non possano essere stravolte con
abusivi richiami ad un supposto sentimento popolare e con mere ragioni di
utilità;
c) riconoscimento del principio che anche lo Stato e i funzionari e le
organizzazioni da esso dipendenti sono obbligati alla riparazione e al ritiro
di misure lesive della libertà, della proprietà, dell’onore, dell’avanzamento e
della salute dei singoli.
Concezione dello Stato secondo lo spirito cristiano
5) Chi vuole che la stella della pace spunti e si fermi sulla società
umana, collabori al sorgere di una concezione e, prassi statale, fondata su
ragionevole disciplina, nobile umanità e responsabile spirito cristiano;
aiuti a ricondurre lo Stato e il suo potere al servizio della società,
al pieno rispetto della persona umana e della sua operosità per il
conseguimento dei suoi scopi eterni;
si sforzi e si adoperi a sperdere gli errori, che tendono a deviare dal
sentiero morale lo Stato e il suo potere e a scioglierli dal vincolo
eminentemente etico, che li lega alla vita individuale e sociale, e a far loro
rinnegare o ignorare praticamente l’essenza le dipendenza, che li unisce alla
volontà del Creatore;
promuova il riconoscimento e la diffusione della verità, che insegna,
anche nel campo terreno, come il senso profondo e l’ultima morale e universale
legittimità del "regnare" é il "servire".
CONSIDERAZIONI SULLA GUERRA MONDIALE
Diletti figli! Voglia Dio che mentre la Nostra voce arriva al vostro
orecchio, il vostro cuore sia profondamente scosso e commosso dalla serietà
profonda, dall’ardente sollecitudine, dalla scongiurante insistenza, con cui
Noi vi inculchiamo questi pensieri, che vogliono essere un appello alla
coscienza universale e un grido di raccolta per tutti quelli che sono pronti a
ponderare e misurare la grandezza della loro missione e responsabilità dalla
vastità della sciagura universale.
Gran parte dell’umanità, e, non rifuggiamo dall’affermarlo, anche non
pochi di coloro che si chiamano cristiani, entrano in certa guisa nella responsabilità
collettiva dello sviluppo erroneo, dei danni e della mancanza di altezza morale
della società odierna. Questa guerra mondiale, e tutto ciò che le si connette,
si tratti di precedenti remoti o prossimi, o dei suoi procedimenti ed effetti
materiali, giuridici e morali, che altro rappresenta se non lo sfacelo,
inaspettato forse agl’inconsiderati, ma intuito e deprecato da coloro i quali
penetravano a fondo col loro sguardo in un ordine sociale, che dietro
l’ingannevole volto o la maschera di formole convenzionali nascondeva la sua
debolezza fatale e il suo sfrenato istinto di guadagno e di potere?
Ciò che in tempi di pace giaceva compresso, al rompere della guerra
scoppiò in una triste serie di azioni, contrastanti con lo spirito umano e
cristiano. Le convenzioni internazionali per rendere meno disumana la guerra,
limitandola ai combattenti, per regolare le norme dell’occupazione e della
prigionia dei vinti, rimasero lettera morta in vari luoghi; e chi mai vede la
fine di questo progressivo peggioramento?
II voto solenne dell’umanità
Vogliono forse i popoli assistere inerti a così disastroso progresso? o
non debbono piuttosto, sulle rovine di un ordinamento sociale, che ha dato
prova così tragica della sua inettitudine al bene del popolo, riunirsi i cuori
di tutti i magnanimi e gli onesti nel voto solenne di non darsi riposo, finchè
in tutti i popoli e le nazioni della terra divenga legione la schiera di
coloro, che, decisi a ricondurre la società all’incrollabile centro di
gravitazione della legge divina, anelano al servizio della persona, e della sua
comunanza nobilitata in Dio?
Questo voto l’umanità lo deve agl’innumerevoli morti, che giacciono
sepolti nei campi di guerra: il sacrificio della loro vita nel compimento del
loro dovere e l’olocausto per un nuovo migliore ordine sociale.
Questo voto l’umanità lo deve all’infinita dolente schiera di madri, di
vedove e di orfani, che si son veduti strappare la luce, il conforto e il
sostegno della loro vita.
Questo voto l’umanità lo deve a quegli innumerevoli esuli che l’uragano
della guerra ha spiantati dalla loro patria e dispersi in terra straniera; i
quali potrebbero far lamento col Profeta: "Hereditas nostra versa est ad
alienos, domus nostrae ad extraneos" (Jer. Lam. 5, 2).
Questo voto l’umanità lo deve alle centinaia di migliaia di persone, le
quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di
stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento.
Questo voto l’umanità lo deve alle molte migliaia di non combattenti,
donne, bambini, infermi e vecchi, a cui la guerra aerea, - i cui orrori Noi già
fin dall’inizio più volte denunziammo, - senza discernimento o con
insufficiente esame, ha tolto vita, beni, salute, case, luoghi di carità e di
preghiera.
Questo voto l’umanità lo deve alla fiumana di lagrime e amarezze, al
cumulo di dolori e tormenti, che procedono dalla rovina micidiale dell’immane
conflitto e scongiurano il cielo, invocando la discesa dello Spirito, che liberi
il mondo dal dilagare della violenza e del terrore.
Invocazione al Redentore del mondo
E dove potreste voi deporre con più tranquilla sicurezza e fiducia e
con fede più efficace questo voto per il rinnovamento della società, se non ai
piedi del "desideratus cunctis gentibus", che giace davanti a noi nel
presepio in tutto l’incanto della sua dolce umanità di Pargolo, ma anche
nell’attrattiva commovente della sua incipiente missione redentrice? In qual
luogo potrebbe questa nobile e santa crociata per la purificazione ed il
rinnovamento della società avere consacrazione più espressiva e trovare stimolo
più efficace che a Betlemme, dove nell’adorabile mistero dell’Incarnazione
apparve il nuovo Adamo, alle cui fonti di verità e di grazia conviene in ogni modo
che l’umanità attinga l’acqua salutare, se non vuole perire nel deserto di
questa vita? "De plenitudine eius nos omnes accepimus" (Lo. 1, 16). La sua pienezza di verità e di grazia, come
da venti secoli, si riversa anche oggi sull’orbe con forza non diminuita; più
potente delle tenebre e la sua luce, il raggio del suo amore più valido
dell’agghiacciante egoismo, che rattiene tanti uomini dal crescere ed eccellere
nel loro essere migliore. Voi, volontari crociati di una nuova nobile società,
alzate il nuovo labaro della rigenerazione morale e cristiana, dichiarate lotta
alle tenebre della defezione da Dio, alla freddezza della discordia fraterna;
lotti in nome d’una umanità gravemente inferma e da sanare in nome della
coscienza cristianamente elevata.
La Nostra benedizione e il Nostro paterno augurio e incoraggiamento sia
colla vostra generosa intrapresa, e perduri con tutti coloro che non rifuggono
dai duri sacrifici, armi più che il ferro potenti a combattere il male, di cui
soffre la società. Sulla vostra crociata per un ideale sociale, umano e
cristiano, splenda consolatrice ed incitatrice la stella che brilla sulla
grotta di Betlemme, astro augurale e perenne dell’era cristiana. Alla sua vista
attinse, attinge e attingerà forza ogni cuore fedele: "Si consistant
adversus me castra... in hoc ego superabo" (Ps. 26, 3). Dove questa
stella risplende, é Cristo: "Ipso ducente, non errabimus; per ipsum ad
ipsum eamus, ut cum nato hodie puero in perpetuum gaudeamus" (S.
Augustin, Sermo 189, c. 4 Migne PL, t. 38 colonna 1007).