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9. LA CADUTA DI MUSSOLINI

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La mattina di domenica 25 luglio monsignor Montini ricevette una telefonata dal segretario della Congregazione di Propaganda fide, monsignor Costantini, che lo pregava di recarsi subito da lui per un affare grave ed urgente. Quando il sostituto arrivò all'appartamento di monsignor Costantini lo trovò con Alberto de Stefani, professore universitario, ex-ministro delle finanze e membro del Gran Consiglio del Fascismo. Questi raccontò a Montini gli eventi di cui era stato testimone dal pomeriggio del giorno prima fino alle due di quella notte. Fu così che la Santa Sede ricevette le prime informazioni sulla seduta del Gran Consiglio, primo atto della deposizione di Mussolini, una scelta a cui il Vaticano non aveva collaborato direttamente ma a cui, visti gli avvenimenti accaduti nei mesi precedenti, non era certo estraneo. Stefanini raccontò dell'ordine del giorno Grandi, del duce "che ha mostrato di non avere più il controllo della situazione, nè di sè stesso" e della necessità di aprire subito trattative sia con la Germania, perché permettesse all'Italia di tornare neutrale, sia con gli Alleati. La Santa Sede avrebbe dovuto, suggeriva il gerarca, iniziare a interrogare Stati Uniti e Inghilterra circa le condizioni che avrebbero imposto all'Italia per ritirarsi dal conflitto. A Montini sembrò prematuro dare una risposta e disse che la Santa Sede non poteva compiere alcun passo se non invitata da organi ufficiali dello Stato (1) .

Durante la turbolenta riunione del Gran Consiglio, sul cui esito la Santa Sede venne informata anche da Grandi che fece avere a Borgongini Duca una copia dell'ordine del giorno (2) , si era discusso anche dei rapporti da tenere con il Vaticano (3) . A parlarne era stato il segretario del Partito Scorza. Questi dopo il bombardamento di Roma aveva proposto a Mussolini un atto distensivo nei confronti del pontefice, suggerendo un contributo per la sistemazione della chiesa di San Lorenzo e una visita del duce a Pio XII. Mussolini si era mostrato contrario all'idea, ma Scorza nel suo ordine del giorno per il Gran Consiglio, uno dei tre presentati quella notte, aveva inserito un cenno al "cordoglio del pontefice per la distruzione di tanti insigni monumenti dedicati da secoli al culto della religione e dell'arte" e, se Mussolini non gliele avesse tagliate, avrebbe voluto aggiungere altre "aperture" verso la Santa Sede. Nella seduta della notte del 24 luglio Ciano contestò la posizione del segretario del PNF, affermando che il Vaticano non avrebbe gradito in quel momento simili atti di omaggio. "Per carità non toccare la Chiesa! Sono già abbastanza seccati in Vaticano per la nostra recente politica" esclamò Ciano (4) . Scorza aveva invece insistito, dicendo che sapeva "da fonte diretta, anche se non diplomatica" che "in Vaticano ne sarebbero stati lieti". La mattina dopo, poche ore prima dell'arresto di Mussolini, Scorza si recò a rapporto a palazzo Venezia, dove il duce gli disse di aver ripensato alla cosa e di essere propenso ad incontrare il pontefice. Suggerì quindi al segretario del partito di recarsi in Vaticano per trovare un accordo, operando però con la dovuta cura: " dopo la (vostra) visita , convocherete perciò il direttorio, spiegherete il vostro operato, e ne farete oggetto di un indirizzo ai fascisti, chiarendo che tutto rientra perfettamente nella politica religiosa seguita dal regime"". Il duce aggiunse anche: "Penso... che la vostra visita sola non basterà. Occorre farla seguire da qualcos'altro per evitare che il gesto venga sfruttato da circoli antifascisti come un modesto ricorso a motivi propagandistici in un momento difficile. Occorre far seguire la vostra visita da qualche atto di revisione nella sfera del ministero degli Interni, dell'Educazione nazionale e della Cultura popolare... Sono convinto che il papa gradirà sicuramente l'omaggio del partito, ma temo che una parte del clero penserà diversamente. Bisognerà anche presentare bene la cosa al tedesco, il quale potrebbe vedere in questa iniziativa l'inizio di una revisione della politica razziale...". In un momento così delicato il prestigio del papa, non scalfito dagli eventi bellici, avrebbe potuto ricostruire attorno a Mussolini la lealtà e l'autorità ormai perdute. Era però troppo tardi per prendere qualsiasi iniziativa.

Due giorni dopo Maglione tentava di ricapitolare gli avvenimenti di quelle giornate in alcune annotazioni: Mussolini era rinchiuso nella Caserma degli Allievi Carabinieri ai Prati, "...non si fa entrare nessun estraneo. Ma forse non sarebbe proibito l'ingresso a Mgr. Bartolomasi (5) . Non potrebbe questi essere incaricato di portare a Mussolini una parola di conforto da parte di Sua Santità ?"; Farinacci, che si era rifugiato nel Consolato Germanico, era evaso ed era fuggito in Germania, "...Si teme che egli influisca sinistramente su l'animo del Cancelliere.". La caduta di Mussolini aveva avuto ripercussioni anche in Germania ; in Austria vi erano state dimostrazioni e anche tumulti, "...Si teme che Hitler, irritato per queste dimostrazioni e spinto da Farinacci, non s'irrigidisca nel chieder all'Italia di continuare ad ogni costo la guerra. Si teme pure che egli faccia occupare, in forza, qualche città dell'Alta Italia o addirittura la linea del Po" (6) . E' facile leggere in queste righe il timore per la reazione tedesca nei confronti dell'Italia, che avrebbe potuto coinvolgere anche il Vaticano. Maglione espresse apertamente questi timori pochi giorni dopo ad alcuni ambasciatori accreditati presso la Santa Sede a cui chiedeva un'iniziativa nei confronti dell'ambasciatore tedesco. Il segretario di Stato parlò in quella occasione della possibilità "che le truppe germaniche (...) procedano subito all'occupazione d'importanti punti strategici dell'Italia, di Roma e della stessa Città del Vaticano." (7) . L'ambasciatore del Reich, von Weizsäcker era stato ricevuto il 27 luglio dal segretario di Stato e questi gli aveva detto che l'unico desiderio della Santa Sede, come sempre, era una pace giusta, equa e duratura, ma che la Chiesa non poteva offrirsi come mediatrice se non era invitata da almeno una delle parti; l'ambasciatore convenne con le affermazioni di Maglione aggiungendo con molta franchezza: "Io credo che il mio Governo non domanderà la pace..." (8) . Degli eventi di quei giorni si parlò anche in un'udienza che il papa aveva concesso a Grandi la mattina del 30 luglio. Grandi, che si apprestava ad uscire per sempre dalla scena politica italiana, raccontò a Pio XII tutti gli avvenimenti di cui era stato attore e testimone nelle giornate precedenti: il suo ultimo colloquio col duce, la preparazione e la notte del Gran Consiglio, i suoi contatti con il re e con il ministro della real casa e la sua idea di recarsi lo stesso 25 luglio a Madrid per prendere contatti con gli Alleati. Riteneva infatti inevitabile la vendetta tedesca e disse: "Il calvario dell'Italia non è finito (...) una nuova e più grave era di lutti e di dolore comincia ora per la nazione. L'idea di Badoglio di fare dell'Italia un territorio neutrale è ingenua ed assurda. E' soltanto combattendo a viso aperto contro la Germania nazista che potranno essere neutralizzate le decisioni degli alleati prese a Casablanca sulla resa incondizionata". Il progetto di Grandi, dopo aver liquidato Mussolini, era dunque quello di iniziare subito a combattere contro i tedeschi e contemporaneamente aprire trattative presso gli Alleati, sfruttando la nuova situazione che si era venuta a creare. Alcuni anni dopo la guerra Churchill, parlando con lo stesso Grandi commentò così questo progetto: "Il vostro piano diretto ad annullare le condizioni di resa incondizionata stabilite nel gennaio 1943 a Casablanca, facendo trovare l'Italia in guerra contro la Germania, era un piano temerario, ma il solo che nelle condizioni in cui l'Italia si trovava poteva essere tentato. Esso avrebbe messo noi Alleati in serio imbarazzo, perché è chiaro che non avremmo potuto continuare a considerare nemico un paese il quale si trovava a combattere contro il nemico comune..." (9) . Questo progetto però non si era realizzato e la situazione era piena di incognite. L'incontro tra il gerarca e il pontefice si concluse in un modo insolito, che così Grandi descrisse : " Mentre parlavo si udirono ad un tratto suonare vicine e stridenti le sirene d'allarme aereo. Il Pontefice non si mosse. Una straordinaria luce era nel suo viso. Poi il Santo Padre si inginocchiò e con le mani giunte recitò a voce alta una preghiera al Signore. Mi inginocchiai accanto a lui, facendo timida eco alle sue parole. Uscii confortato e rincuorato. La sua paterna benedizione e le parole dettemi sono tuttora scolpite nel mio spirito e nella mia memoria. Furono in quei giorni dolorosi, le sole che io ricevetti." (10) .

Nonostante la caduta di Mussolini, la situazione non poteva, quindi, dirsi migliorata; come scrisse Buonaiuti, il 25 luglio non può essere annoverato tra le date fauste della storia italiana, l'Italia fu sì liberata dal fascismo, ma mancò qualsiasi calcolo su quel che avrebbe dovuto essere la linea di condotta politica ed internazionale del paese e del governo all'indomani del trapasso (11) . Gli Alleati, per usare un'infelice espressione di Churchill, avevano adottato sino ad allora la tecnica "del bastone e della carota", sostenendo da una parte la necessità della resa incondizionata e dall'altra facendo sapere, usando in questo anche il Vaticano, di non odiare il popolo italiano e di ritenere Mussolini il vero responsabile del conflitto. Tuttavia la caduta del duce non era stata coordinata con gli anglo-americani e il proclama "la guerra continua" non aveva migliorato la posizione italiana. Questa era però peggiorata nei confronti della Germania che diede inizio all'operazione Alarico per occupare militarmente la penisola. I timori della Santa Sede in quel periodo, sono rintracciabili in alcune note di monsignor Tardini. In Vaticano si sapeva che Hitler aveva rifiutato di incontrarsi con il re e con Badoglio e si sapeva che la Wermacht stava aumentando la sua presenza nella penisola. "Dal governo italiano si teme un colpo tedesco a Roma." scriveva Tardini il 4 agosto" In questo caso prevedono anche una invasione del Vaticano. Dall'altra parte le truppe italiane, più numerose delle tedesche, sono però sprovviste di armi potenti e carri armati (...). In Roma stessa già vi sono circa 60.000 militari tedeschi, armati molto bene (...). Tra le voci raccolte dal governo italiano, è quella che il S. Padre sarebbe trasportato a Monaco.(...) La Santa Sede continua ad agire con la consueta prudenza, evitando tutto ciò che potesse offrire un pretesto ai tedeschi per attaccarla. Per esempio la S. Sede si è rifiutata alla preghiera, rivoltale da qualcuno, membro del governo italiano, di far sapere agli Alleati che, in caso di urto tra le forze tedesche ed italiane, mandino subito molti aeroplani in aiuto di queste.(...) Dal canto loro gli Alleati, dopo aver posto come condizione (impossibile!) l'allontanamento dei tedeschi dall'Italia, riprenderanno i loro micidiali bombardamenti. Il popolo che tanto desidera la pace e che la pace sperava dal nuovo governo, vedrà invece aumentare le sofferenze e le privazioni della guerra. Ne seguirà uno stato d'animo molto pericoloso, perchè potrebbe sfociare nel comunismo. Da qualunque aspetto si consideri la situazione è dolorosa e minacciosa." (12) . Le apprensioni della Curia romana venivano comunicate anche in Inghilterra da Osborne in un dispaccio del 6 agosto inviato al Foreign Office ed erano così elencate:

"1. L'occupazione di Roma e/o della città del Vaticano da parte delle forze tedesche.

2. La restaurazione del fascismo sotto Farinacci, il quale, si dice, ieri-in una trasmissione dalla Germania- minacciò una nuova marcia su Roma sotto gli auspici tedeschi, seguita da rappresaglie.

3. Le incursioni aeree su Roma con o senza l'impiego di gas.

4. La deportazione del papa in Germania.

I vantaggi pratici per la Germania -commentava Osborne- di ciascuno di questi procedimenti non sono ancora esaminati e definiti." (13) .

Viene qui ancora una volta espresso il timore che la reazione tedesca avrebbe colpito il Vaticano e il papa in particolare; il pericolo dopo il 25 luglio sussisteva realmente. In Germania erano in molti ad essere convinti che la Chiesa fosse in qualche modo coinvolta nella caduta di Mussolini. Ne era convinto Goebbels che nel suo diario scriveva che il papa stava tramando contro la Germania. Ne era convinto anche Hitler che il 26 luglio, durante alcune discussioni con i suoi collaboratori sulle misure da prendere per assumere il controllo dell'Italia (operazione Alarico) pare si sia sfogato in questo modo, minacciando di colpire i diplomatici presso la Santa Sede: "...io entro subito in Vaticano . Credete che il Vaticano mi dia fastidio? Quello è subito preso. Là dentro c'è prima di tutto l'intero corpo diplomatico. Non me ne importa nulla. La canaglia è là e noi tireremo fuori tutta la p... canaglia (...) Poi a cose fatte ci scuseremo, per noi fa lo stesso. Laggiù noi siamo in guerra". All'accenno di uno dei presenti sulla possibilità di scoprire dei documenti, Hitler aggiunse: "Certo, noi vi prenderemo i documenti, vi troveremo le prove del tradimento" (14) .

L'ira del Führer culminò dopo l'8 settembre quando, a quanto pare, Hitler ordinò esplicitamente al comandante delle SS in Italia Karl Wolff di: occupare il Vaticano, mettere al sicuro gli archivi e i tesori d'arte e "trasferire" il papa. Il comandante però prese dapprima tempo e, successivamente, nel dicembre '43 dissuase il Führer dal compiere l'operazione con queste parole: "A mio giudizio un'occupazione del Vaticano e la deportazione del papa, porterebbero ad una reazione estremamente negativa per noi, da parte sia dei cattolici tedeschi in patria e al fronte, come di tutti i cattolici nel mondo e negli Stati neutrali: reazioni che non sarebbero in alcun rapporto con il transitorio vantaggio dell'eliminazione del Vaticano dalla politica e del bottino degli archivi vaticani e dei tesori d'arte" (15) . Intanto però, il 7 ottobre, la radio repubblicana, controllata dai tedeschi minacciava: "Si stanno preparando in Germania gli alloggi per il papa" (16) . Il Decano del Corpo Diplomatico Vaticano, l'ambasciatore brasiliano Hildebrando Pompeu Pinto Accioly, dopo essere stato informato dei rischi che correva Pio XII dal segretario di Stato, si riunì con i suoi colleghi e insieme decisero che, in caso di trasferimento forzato del pontefice, non solo i diplomatici avrebbero formalmente protestato, ma avrebbero chiesto anche il permesso di seguire il papa (17) .

Anche l'ambasciatore tedesco Von Weizsäcker racconta, nelle sue memorie, di essere stato al corrente delle voci circa una possibile deportazione di Pio XII e di essersi informato più volte attraverso le autorità tedesche. L'ambasciatore tentò anche, in un rapporto inviato a Berlino di mettere in ridicolo questa idea, citando le parole dette da Pio VII ad un incaricato di Napoleone:"Potete tenermi, ma in tal caso avrete tra le mani solo il semplice monaco Chiaromonti e non un Papa". Tuttavia le richieste di von Weizsäcker non ebbero risposta e come egli stesso scrisse: "Rimasi fino al 4 giugno 1944, giorno dell'ingresso degli Alleati, senza ricevere una effettiva conferma, ma anche senza un'affidabile smentita delle voci" (18) .

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1)A.D.S.S., vol.VII, annotazioni di Montini, 25/7/1943, d.313, pp.520 sgg.

2) D.Grandi, 25 luglio quarant'anni dopo, cit., p.273

3) Vedi R.De Felice, Mussolini l'alleato, cit., pp.1386 sgg.

4) F.W.Deakin, op. cit., p.604

5) Monsignor Angelo Bartolomasi, ordinario militare in Italia.

6) A.D.S.S., vol. VII, annotazioni di Maglione, 27/7/1943, d.316, pp.524 sgg.

7)Idem, annotazioni di Maglione, 31/7/1943, d.321, pp.532-533

8) Idem, annotazioni di Maglione, 27/7/1943, d.316, pp.526-527

9) De Felice in D.Grandi, 25 luglio quarant'anni dopo, cit., introduzione, pp.20-21

10) L'incontro tra Grandi e Pio XII in D.Grandi, 25 luglio quarant'anni dopo, cit., p.375 e in D.Grandi, Il mio paese, cit., pp.651-652

11) E.Buonaiuti, op.cit., p.161

12) A.D.S.S., vol. VII, annotazioni di Tardini, 4/8/1943, d.327, pp.538-539

13) In G.Angelozzi Gariboldi, Pio XII Hitler e Mussolini, cit., p.205

14) R.A.Graham, Voleva Hitler allontanare da Roma Pio XII ? in La Civiltà Cattolica, 1972, I , 319-327

15) Dichiarazione, in data 9 aprile 1974, resa da K. Wolff davanti al tribunale arcivescovile di Monaco per il processo di beatificazione di Pio XII. L' unica prova dell'ordine di Hitler è però la sola testimonianza di Wolff. Eugen Dollman, ufficiale delle SS alle dirette dipendenze di Wolff, ad esempio, non riteneva che questo ordine fosse mai stato dato: "Non ho mai saputo" disse "non ho mai creduto a questo piano.. Il generale Wolff non mi ha mai detto nulla a riguardo." G. Angelozzi Gariboldi, Pio XII Hitler e Mussolioni, cit., p 217

16) Cfr. G.Angelozzi Gariboldi, Pio XII Hitler e Mussolini, cit., pp.193 sgg.

17) F.R.U.S., 1943, vol.II, Il ministro in Svizzera (Harrison) a Hull, 29/10/1943, p.951

18) E.Von Weizsäcker, Erinnerüngen, in Nuova Antologia, Roma città aperta, la tesi tedesca, fasc.2168, 1988, pp.189-190

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