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8. IL BOMBARDAMENTO DI ROMA
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La fine della guerra in Africa, avvenuta nel maggio e i pesanti bombardamenti a cui vennero sottoposte Pantelleria e Lampedusa erano i chiari segni che ben presto l'avanzata degli Alleati avrebbe toccato le coste italiane. L'avvicinarsi delle truppe alleate avrebbe sicuramente significato l'intensificarsi dei bombardamenti su tutta la penisola. La Santa Sede si sentì quindi in dovere di aumentare gli sforzi diplomatici in un estremo tentativo affinché la città di Roma venisse risparmiata dalle bombe. Le promesse e gli impegni che il governo italiano aveva preso nel dicembre 1942 non erano stati mantenuti; in un rapporto su questo problema monsignor Tardini il 17 maggio 1943 scriveva: "Ora se si pensa che la S. Sede comunicò ufficialmente a Londra e a Washington l'impegno preso dal governo italiano: se si considera che gli inglesi saranno già informati (con tante spie!) della realtà delle cose: se si riflette che in Inghilterra non mancano forti correnti favorevoli al bombardamento di Roma, si vede subito come il modo di agire del governo italiano è indegno in se stesso, offensivo e compromettente per la S.Sede, provocante nei riguardi degli inglesi." (1).
Dislocati a Roma vi erano ancora i comandi militari, i cui ufficiali e militari si limitavano ad andare in giro in borghese, e le automobili della Wermacht avevano semplicemente adottato l'insegna Roma o contrassegni turistici. A rendere la situazione anche più pericolosa erano i depositi di armi: uno all'Acqua Santa (a circa tre chilometri da porta S. Sebastiano) dove c'era un forte in cui erano radunate enormi quantità di munizioni, l'altro all'aeroporto di Ciampino dove, oltre a molti velivoli tedeschi, erano accatastate grosse quantità di bombe (visibili anche dalla ferrovia).
Il Vaticano decise quindi di riprendere con costanza e determinazione l'azione diplomatica per risparmiare la Città Eterna dalle bombe.
Il 3 giugno il cardinal Maglione in un colloquio con il conte Ciano, ricordò le promesse fatte dal governo italiano; l'ambasciatore, parlando ufficialmente, disse che i Comandi militari erano stati trasferiti altrove, non diede però notizia circa il promesso trasferimento del Capo Supremo delle Armi (il duce) e del suo Stato Maggiore; al cardinale che gli faceva questa osservazione, Ciano rispose, parlando in via "confidenzialissima": "Mussolini non ha intenzione di lasciare Roma. L'aveva promesso è vero: ma una lettera violenta di Cianetti, che affermava dovere Roma -come le altre città italiane- avere l'onore di essere bombardata, gli ha fatto cambiare consiglio" (2). La lettera che il duce aveva ricevuto da Tullio Cianetti, presidente della Confederazione fascista dei lavoratori dell'industria, membro del Gran Consiglio e ministro delle Corporazioni dall'aprile '43, è indicativa dell'atteggiamento che i fascisti intransigenti nutrivano, ancora in quei giorni, nei confronti del Vaticano e della guerra in genere : "Negli ambienti papalini e nei circoli della aristocrazia nera ci si sforza a propagare che il Papa salverà Roma e si fa capire con aria fratesca che, poichè il Duce è il capo delle Forze armate, anche il Duce dovrà lasciare Roma.
Voi dovete lasciare Roma !?!?
No Duce questo non può essere, non deve essere. (...)
Che il Papato cerchi, dopo settanta anni, di prendersi la rivincita morale, è cosa che non fa meraviglia. (...) Ma che vi siano degli Italiani e peggio ancora dei fascisti e dei soldati che, in nome di non so quali sentimenti di umanitarismo o di responsabilità storica, si prestino alla più antifascista delle insidie è veramente sconfortante!
Ed è sconfortante soprattutto per Voi Duce, perché nessun italiano ha amato Roma come voi l'avete amata e l'amate fino ai limiti di ogni possibilità umana!
Io, nella mia pochezza e nella mia ignoranza diplomatica e strategica, sono convinto che gli anglosassoni, pur avendo un gran desiderio di bombardare la Capitale del Fascismo, hanno anche molti scrupoli e probabilmente pensano che sia meglio astenersene pur mantenendo in potenza una minaccia costante.
Ma sarebbero sciocchi gli inglesi se, dinanzi al pietismo papalino avallato da italiani più o meno ufficiali, non approfittassero per umiliare il Fascismo e il suo Duce!
Ed una volta che essi avessero raggiunto lo scopo, chi potrebbe reagire seriamente alla loro propaganda basata sui confronti tra la sorte delle grandi città italiane e quella differente di Roma dove continuerebbero a vivere tutte le alte gerarchie del Regime, protette dal Papa, dai ruderi dell'Impero e dai monumenti della Rinascenza?
Voi sapete Duce, perché qualcuno avrà avuto l'onestà di dirvelo, che fin da ora a Napoli ed a Milano, per uno di quei fenomeni psicologici che sono facilmente intuibili, si impreca contro i romani che non sono bombardati! (...)
Duce, frustate a sangue tutti i cortigiani pietisti ed i servitori infedeli perché gli italiani che lavorano e combattono non fanno l'alta politica, non reclamano il salvataggio dei ruderi e dei musei a troppo caro prezzo, ma Vi chiedono una sola cosa: la Vittoria." (3).
Da parte italiana non giungevano dunque buone notizie; la Santa Sede si diede perciò da fare nuovamente per tentare, nei limiti del possibile, di convincere gli Alleati a rispettare Roma. Già Pio XII aveva toccato l'argomento nella lettera del 19 maggio inviata a Roosevelt insistendo nel rispetto delle "preziose reliquie della Religione e dell'Arte"; accanto all'autorevole intervento del papa vi era la costante azione della Segreteria di Stato che attraverso monsignor Cicognani non perdeva occasione di sollecitare il problema. Negli Stati Uniti il Vaticano trovò un prezioso alleato in Myron Taylor che, nonostante avesse rilasciato dichiarazioni minacciose per l'Italia e per Roma, in patria si impegnava per convincere a risparmiare la capitale italiana. Il 29 giugno scriveva al presidente queste parole: " Mi chiedo se sia utile che diciamo al Vaticano che se la Santa Sede garantisse che tutte le installazioni, le attività e il personale militare fossero allontanati da Roma e l'uso della ferrovia per scopi militari fosse abbandonato, la città non sarebbe bombardata. Sarebbe meno efficace ma meno costoso del bombardamento stesso. Potreste considerare questa idea" (4); il 9 luglio, dopo un incontro con Cicognani, ricordava al segretario di Stato americano Hull le conseguenze che il bombardamento di Roma avrebbe potuto avere:
"a. disapprovazione, se non condanna universale, ma specialmente cristiana;
b. condanna papale, preannunciata come inevitabile dal Vaticano nei suoi messaggi;
c. ritorno di malumore nei circoli cattolici in America, specialmente tra i cattolici irlandesi;
d. disapprovazione dei paesi dell'America latina;
e. somministrazione all'Asse di una grande opportunità di fare propaganda in senso antiamericano in Italia e aiuto alla coesione tra le potenze dell'Asse, nel senso che noi siamo assetati di sangue e spietati come gli inglesi. La mia personale opinione è in un certo senso analoga, ma io aggiungerei prima, che per arrestare la produzione industriale e i servizi ferroviari in Italia sarebbe più efficace il bombardamento nel nord delle centrali elettriche. (...) Dobbiamo anche considerare che il Vaticano garantisca l'allontanamento da Roma di tutti gli impianti militari." (5).
Ugualmente di rilievo fu il ruolo dell'arcivescovo di Philadelphia, Dougherty, di origine irlandese, che inviò il 30 giugno una lettera al presidente, in cui toccava alcuni argomenti, a cui Roosevelt non era insensibile: "E'stato detto che saranno le esigenze di guerra a decidere quello che converrà fare. Ma come potrà apparire conveniente ai fini militari un attacco che amareggerebbe tutti i soldati cattolici che militano sotto le bandiere alleate? E' opportuno qui ricordare che i cattolici sono presenti nelle forze armate americane in proporzione molto maggiore della loro consistenza numerica come cittadini, che centinaia di migliaia di cattolici nati ed educati in Irlanda militano nell'esercito britannico,(...) Come si può stimolare il loro patriottismo e la loro lealtà assicurandoli che noi combattiamo per la religione, la civiltà e la cultura, se poi le bombardiamo e le distruggiamo nel loro centro più augusto?..."(6). Questi tentativi erano però vani, il bombardamento di Roma era già stato progettato dagli Stati Uniti, il 14 giugno l'ammiraglio William D. Leahy, Capo di Stato Maggiore dell'esercito americano, aveva infatti scritto a Hull questa comunicazione: " Il generale Eisenhower è stato autorizzato a compiere bombardamenti diurni sui seguenti obiettivi in prossimità di Roma che non dovrebbero essere divulgati:
il nodo ferroviario di S. Lorenzo,
lo smistamento di S. Lorenzo,
lo smistamento del Littorio.
Si desidera che il Dipartimento di Stato informi il Vaticano che i piloti alleati che opereranno su Roma sono stati perfettamente informati della localizzazione del Vaticano e hanno ricevuto istruzioni di evitare che le bombe cadano sulla città del Vaticano.
Si desidera che il Vaticano sia al pari informato che non abbiamo nessuna ragione per essere sicuri che aerei dell'Asse non bombardino il Vaticano allo scopo di incolpare aerei alleati per l'oltraggio." (7).
Anche da parte inglese non si era mutata posizione rispetto al precedente inverno e Osborne aveva ribadito al segretario di Stato che gli Alleati si impegnavano solamente a non colpire la Città del Vaticano, aggiungendo anch'egli però il sospetto che una tale azione potesse essere compiuta da aerei dell'Asse per incolpare gli anglo-americani (8). Monsignor Tardini ai primi di luglio descriveva così la situazione: " Il governo italiano (...) sembra voler far il possibile per attirare i bombardamenti su Roma. La continua propaganda dell'odio; gli insulti all'Inghilterra, la presenza in Roma di veri e propri obbiettivi militari (checchè si dica il contrario) (...).
La Santa Sede, da parte sua è finora riuscita ad impedire che Roma fosse bombardata. E' questa una incontestata benemerenza del Santo Padre: la vox populi la proclama altamente. ...". Tardini poi analizzava gli impedimenti che rendevano il compito del Vaticano particolarmente arduo: il primo era la difficoltà di poter definire chiaramente cosa si intendesse per obiettivo militare; a dar ragione all'opinione del sostituto alla Segreteria di Stato era l'atteggiamento del governo italiano che contestava il fatto che gli Alleati considerassero obiettivo militare la stazione di Roma. Il secondo problema era la "fede fascista", cioè le promesse fatte e non mantenute e l'idea di ritenere il bombardamento quasi come un onore. Infine l'ultima difficoltà era rappresentata dalla posizione degli alleati che "non saranno mai soddisfatti: più obbiettivi militari saranno allontanati da Roma e più ne troveranno. Più che riconoscere Roma quale città aperta, essi vogliono tenerla sempre, per lo meno, sotto la minaccia e l'incubo dei bombardamenti." (9).
Di fronte a questi problemi la Santa Sede non poteva fare più di tanto; il 7 luglio il governo italiano fece sapere, in una comunicazione ufficiale fatta da Ciano a Maglione, che i Comandi militari italiani e tedeschi erano stati trasferiti (o si "accingevano" ad esserlo), ma nulla sarebbe stato fatto riguardo alla stazione ferroviaria poiché non veniva ritenuta di alcuna importanza strategica, e il considerarla tale era solo un pretesto. Il segretario di Stato, preso atto della comunicazione, fece però notare con molto tatto come vi fosse "l'impressione disgraziatamente diffusa che il Governo italiano non fa(cesse) tutto il necessario per togliere ogni motivo al bombardamento di Roma: che prometta... e non mantenga" (10).
Il 19 luglio, la stessa data in cui secondo la tradizione, nel 64 d.C. Nerone aveva dato fuoco a Roma, fu il giorno del tanto temuto bombardamento della capitale. Gli Alleati, nonostante le suppliche della diplomazia vaticana lo ritenevano indispensabile per due motivi: interrompere i rifornimenti al fronte meridionale, facendo saltare il sistema di comunicazione e fiaccare il morale e la resistenza italiana.
L'operazione denominata Crosspoint fu una delle più imponenti di tutta la guerra, vi parteciparono più di 500 aerei che in sei ondate successive bombardarono la città per circa tre ore a partire dalle undici di mattina. Alla fine del bombardamento erano state scaricate su Roma più di 1000 tonnellate di bombe, erano stati 0sconvolti i quartieri attorno alla stazione, era stata distrutta la chiesa di S.Lorenzo, erano stati gravemente danneggiati la città universitaria con gli aeroporti di Ciampino e del Littorio ed erano morte più di 1500 persone. La reazione di Pio XII fu immediata: poco dopo la fine delle incursioni aeree si recò in macchina accompagnato da monsignor Montini nei quartieri colpiti. A San Lorenzo, circondato da una folla commossa si inginocchiò sulle rovine e recitò il De profundis. Anche Vittorio Emanuele si era recato poco prima del pontefice nelle zone colpite, trovò macerie e caos , e nessuno tra le autorità che avesse avviato le operazioni di soccorso. La reazione del popolo nei suoi confronti fu muta e ostile e si levarono anche delle contestazioni (11). Mussolini durante l'incursione sulla capitale era invece a Feltre, in provincia di Belluno, dove si stava incontrando con Hitler. I due dittatori avrebbero dovuto discutere della situazione della guerra, ma nel corso della riunione, durata dalle 11 alle 13 del 19 luglio, parlò praticamente solo Hitler che fece un lungo e risentito monologo su come l'Italia stava conducendo le operazioni militari. Il duce, che avrebbe dovuto ricordare al suo interlocutore le difficoltà enormi cui si trovava di fronte il paese e invitarlo a esaminare attentamente la gravità della situazione (12), rimase immobile ad ascoltare le parole del Führer. Verso mezzogiorno il lungo monologo di Hitler fu interrotto dal segretario particolare del duce, Nicola De Cesare, che portava una comunicazione. Mussolini la lesse e la tradusse in tedesco: "In questo momento il nemico sta violentemente bombardando Roma". Vi fu una pausa di silenzio. Hitler rimase impassibile, Mussolini ordinò al suo segretario di fornirgli notizie più particolareggiate. "Ho già cercato di farlo. Ma a Roma i telefoni sono isolati: non abbiamo una linea diretta; le comunicazioni sono praticamente impossibili" fu la risposta di De Cesare. "Insistete" ribadì contrariato Mussolini. Hitler ricominciò a parlare, finché non riapparve De Cesare con un foglio che il duce gli strappò quasi dalle mani, lo lesse e lo tradusse ad alta voce in tedesco: "Il violento bombardamento continua; circa 400 apparecchi volano a bassissima quota; quartieri della periferia ed anche edifici del centro gravemente colpiti; scarsa reazione delle batterie antiaeree". Mussolini si rivolse poi al generale Ambrosio, che presenziava all'incontro con Hitler, dicendogli: "Bisogna dare comunicazione di ciò nell'odierno bollettino di guerra. Tutta l'Italia e il mondo devono sapere...". "Per oggi non siamo più in tempo" rispose il militare. Mussolini insisteva: "Si ritardi la diramazione del bollettino; ma è necessario dare ampi particolari: la durata del bombardamento, il numero degli apparecchi, la reazione delle artiglierie, il contegno stoico della popolazione. Non bisogna adesso pubblicare il numero -neppure approssimativo- delle vittime". Ambrosio rispose seccato: "Tutto ciò è compito di chi, allo Stato Maggiore, è incaricato di redigere il bollettino. E' inutile che in questo momento stiamo qui a perdere il tempo in simili particolari" (13).
La diplomazia vaticana aveva sempre ammonito che in caso di bombardamento di Roma il papa non avrebbe taciuto; il 22 luglio comparve sull'Osservatore Romano una lettera aperta del pontefice al cardinal Vicario di Roma Marchetti Selvaggiani (14).
La lettera, molto sentita, ricordava lo sforzo compiuto a difesa della pace, l'importanza di Roma per la cristianità e per tutta la civiltà e constatava amaramente come la Santa Sede avesse avuto ragione nell'ammonire gli Alleati, dicendo che bombardare Roma significava inevitabilmente danneggiare parte del suo patrimonio artistico-religioso. Era una protesta, ma molto moderata in cui la sofferenza per il bombardamento era solo un aspetto della condanna alla guerra in genere. La dichiarazione, quindi, se stigmatizzava il comportamento degli Alleati, non poteva comunque essere utilizzata dai loro avversari a fini propagandistici, o essere considerata una presa di posizione del Vaticano a favore di una parte.
" ... Ricordammo ai belligeranti," scriveva il papa "da qualunque parte militassero, che se volevano tenere alta la dignità delle loro Nazioni e l'onore delle loro armi, rispettassero la incolumità dei pacifici cittadini e i monumenti della fede e della civiltà. (...) Considerate che l'odio non fu mai padre della pace, e il risentimento originato dalle vaste e non necessarie distruzioni fa sorgere più tardi e meno stabile e sereno il giorno di un pacifico incontro, il quale non può consistere nella umiliazione dei vinti, ma riposa e si consolida soltanto nella fraterna concordia conciliatrice degli spiriti e moderatrice delle passioni e dei rancori. ..." (15). In queste parole Pio XII esprimeva i suoi timori per le conseguenze di una guerra portata ai suoi estremi, fatale risultato del principio della resa incondizionata. Il 20 luglio il papa decise di rispondere al messaggio che Roosevelt gli aveva inviato dieci giorni prima, al momento dello sbarco delle truppe alleate sul territorio italiano. La lettera di Pio XII risentiva ovviamente delle suggestioni di quei momenti; veniva rinnovato l'appello a difesa delle popolazioni civili e veniva ribadito il significato dell'impegno a favore di Roma: " ... Dio sa quanto abbiamo sofferto fin dai primi giorni della guerra per il gran numero di città che sono state esposte ai bombardamenti aerei, soprattutto per quelle che lo furono non per un giorno, ma per settimane e mesi senza tregua ( è chiaro in questo punto il riferimento a Londra). Ma dacchè la divina Provvidenza Ci ha posto a capo della Chiesa Cattolica e Ci ha fatti Vescovo di questa città così ricca di reliquie sacre e di memorie sante e immortali, sentiamo Nostro dovere levare la voce in una preghiera particolare, nella speranza che tutti possano riconoscere che una città, di cui ogni quartiere, e in ogni quartiere ogni strada ha i suoi insostituibili monumenti di fede di arte o di cultura cristiana, non può essere attaccata senza infliggere una incomparabile perdita al patrimonio della Religione e della Civiltà". Infine Pio XII ricordava nuovamente che "il tempio glorioso della pace (...) sorgerà e durerà solo se fondato sulle fondamenta di una carità cristiana, ancora più che umana, non corrotta da passioni di vendetta o da alcun elemento d'odio. ..." (16).
La protesta dalla Santa Sede toccò anche il governo italiano. Il marchese d'Ajeta si era recato in udienza da Maglione e aveva chiesto al segretario di Stato quali sarebbero state le reazioni del Vaticano al bombardamento. Il cardinale fu evasivo nel rispondere all'inviato del governo italiano e gli rimproverò il fatto che i Comandi militari non fossero mai stati trasferiti, che Mussolini non avesse abbandonato la città e che vi fossero ancora a Roma molti obbiettivi militari. Aggiunse poi : "Tutto ciò è risaputo ed universalmente si dà colpa al governo italiano per la sua parte di responsabilità nel bombardamento di Roma"; Maglione richiese infine in via ufficiale di provvedere a liberare finalmente Roma dal pericolo dei bombardamenti e invitò ancora il governo a riflettere sulle sue "gravissime responsabilità" (17). Pochi giorni dopo la Segreteria di Stato in un comunicato ufficiale all'ambasciata d'Italia insisteva nuovamente sull'importanza di "rendere Roma assolutamente priva di obiettivi militari in modo che possa essere dichiarata e considerata città aperta", tuttavia la fiducia nelle promesse italiane era venuta meno e il comunicato aggiungeva: "Naturalmente tale demilitarizzazione dovrebbe essere effettiva e completa e munita, se occorra, delle opportune garanzie. ..." (18).
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1) A.D.S.S., vol.VII, annotazioni di Tardini, 17/5/1943, d.197, p.345-346.
2) Idem, annotazioni di Maglione, 3/6/1943, d.226, p.400-401
3) T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona (a cura di R.De Felice), Milano, 1983, pp.XI sgg.
4) in E.Di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti 1939-1952 , cit., pp.259-260
5) Idem, pp.261-262
6) in A. Giovannetti, Roma città aperta, cit., pp.204-205
7) in E. Di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti 1939-1952, cit., p.256
8) A.D.S.S., vol.VII, Osborne a Maglione, 23/6/1943, d.261, p.447
9) Idem, annotazioni di Tardini, 2 e 4/6/1943, d.274, pp.461 sgg.
10)Idem, annotazioni di Maglione, 7/7/1943, d.280, pp.471 472
11) Cfr. P.Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III, Milano, 1958, pp.139-140
12) Il 18 luglio Mussolini aveva scritto una lettera destinata a Hitler in cui spiegava i motivi della facile avanzata alleata in Sicilia. La lettera si concludeva con queste parole: "In Italia il nemico ha aperto il secondo fronte, sul quale concentrerà le ingenti possibilità offensive dell'Inghilterra e dell'America, per conquistare non solo l'Italia, ma anche aprirsi la via dei Balcani, proprio nel momento in cui la Germania è fortemente impegnata sul fronte russo. Il sacrificio del mio Paese non può avere come scopo principale quello di ritardare l'attacco diretto alla Germania. La Germania è più forte economicamente e militarmente dell'Italia: il mio Paese, che è entrato in guerra tre anni prima del previsto e dopo due guerre, è andato via via esaurendosi, bruciando le sue risorse in Africa, Russia e Balcania. Credo, Führer che sia giunta l'ora di esaminare attentamente in comune la situazione, per trarre le conseguenze più conformi agli interessi comuni di ciascun Paese." (D.D.I., nona serie, vol. X, Mussolini a Hitler, 18/7/1943, d.528, pp.681-682). Questa lettera non fu mai inviata nè Mussolini parlò a Hitler in questi termini il giorno dopo a Feltre.
13) Vedi D.Alfieri, Due dittatori di fronte, Rizzoli, Milano, 1948, pp.310 sgg.
14) Il progetto della lettera era già stato preparato da Tardini che era stato incaricato di scriverla sin dalla fine di giugno. Il sostituto aveva lavorato lentamente, quasi nel tentativo di scongiurare il tragico evento. Capendo però che la situazione non concedeva molte speranze, aveva ultimato la lettera il 18 luglio; la sera del 19 il progetto venne mandato al papa che lo corresse e decise la stesura definitiva.
15) A.D.S.S., vol. VII, Pio XII a Marchetti Selvaggiani, 21/7/1943, d.306, p.507
16) La corrispondenza fra il presidente Roosevelt e papa Pio XII durante la guerra, cit., pp.97 sgg.
17) A.D.S.S., vol. VII, annotazioni di Tardini, 20/7/1943, d.305, p.506
18) Idem, la Segreteria di Stato all'Ambasciata d'Italia, 23/7/1943, d.311, pp.517 sgg.