![]() |
7. L'INDECISIONE DI VITTORIO EMANUELE. LO SBARCO ALLEATO
_______________________________________________________________________
Di fronte alla determinatezza degli Alleati l'unica possibilità che aveva la Santa Sede per evitare disgrazie maggiori all'Italia era agire presso il sovrano. Alcuni esponenti dell'opposizione politica (1) avevano già fatto pressioni al re perché questi si decidesse a destituire Mussolini come, in teoria, gli era consentito dallo Statuto e dalla legge (2). In realtà Vittorio Emanuele in questi incontri si dimostrerà indeciso ed ermetico, evitando di dare giudizi o fare proposte concrete; Ivanoe Bonomi, l'antico presidente del consiglio, che si recò al Quirinale il 2 giugno, descrive così l'atteggiamento del sovrano: "E' sempre il re che evita di pronunciarsi, schiva le affermazioni recise e quando deve dare un giudizio, quasi lo annulla in un nugolo di confessioni sulla sua ignoranza, sulla sua pochezza, sulla quasi inutilità della sua opinione di fronte a quella ben più autorevole degli uomini politici (...) Aveva l'aria di dirmi: è ad un uomo simile che si possono chiedere risoluzioni estreme ?" (3).
Anche il Vaticano decise di contattare il re per informarlo sulle intenzioni degli Alleati, sperando di fornirgli ragioni sufficienti per agire nei confronti di Mussolini. Il 9 giugno fu dunque preparata una comunicazione per Vittorio Emanuele scritta da Tardini e rivista da Maglione e dal papa, che la desiderava particolarmente eloquente. "... Da fonte ufficiale degli Stati Uniti" diceva il messaggio "è stato comunicato alla S. Sede che l'America, la quale parte dal presupposto della sua affermata certezza nella vittoria, ritiene che l'Italia agirebbe nel suo interesse se recedesse ora dalla guerra. Si asserisce che l'America sinceramente desidera la cessazione del conflitto da parte dell'Italia e sarebbe disposta, in tal caso, a trattare e a dare il suo appoggio all'Italia. La stessa fonte aggiunge che se, al contrario, la guerra dovesse continuare, l'Italia soffrirebbe assai più gravi rovine e perdite di vite umane, crescente deprezzamento della moneta e non le si userebbe alcun riguardo al momento della pace.(...) Alla S. Sede non consta che gli Stati Uniti abbiano sollevato eccezioni contro la Monarchia in Italia. ..." (4). Il papa decise infine di non utilizzare questa comunicazione ritenendo più opportuno un incontro, all'apparenza informale, tra il nunzio apostolico in Italia, Borgongini Duca, e il re, in cui l'inviato della Santa Sede facesse comunque riferimento in maniera abbastanza esplicita alle notizie che provenivano dall'America. Non si doveva parlare, per ovvie ragioni di opportunità, di Mussolini, ma il fatto che il Vaticano si esponesse e si facesse coinvolgere così apertamente era molto significativo; per questo motivo la Santa Sede era particolarmente preoccupata che il tutto rimanesse segreto: se Mussolini o i tedeschi fossero venuti a conoscenza di queste mosse, il Vaticano sarebbe stato accusato di essere alleato agli anglo-americani e di essere la causa della disfatta italo-tedesca. Accuse del genere avrebbero poi sicuramente scatenato una rappresaglia contro la Santa Sede (5).
Pochi giorni dopo, il 17 giugno, Pio XII inviò da Vittorio Emanuele monsignor Borgongini Duca, con il pretesto di consegnare al sovrano le medaglie commemorative del XXV anno di episcopato. Il re ricevette il nunzio al Quirinale, e ringraziò molto per il dono, elogiando poi le parole che il papa aveva pronunciato in occasione della Pentecoste: " Il Santo Padre sa dire le cose, senza urtare nessuno, senza mancare alla neutralità. Non è possibile trovare nelle sue parole alcun difetto.". Borgongini Duca fece però notare come la stampa, riferendo quel discorso, avesse soppresso tutte le parole di pace e disse: "... Si teme forse che il Papa voglia suggerire ai combattenti di gettare le armi e ai soldati di arrendersi? La pace che vuole il Papa, è la pace con giustizia, non la pace disastro. Nemmeno gli Alleati vogliono dall'Italia la pace-disastro. Vostra Maestà conosce il messaggio di Roosevelt al popolo italiano. Il Presidente ha detto che specialmente l'America non è mal disposta verso l'Italia, e che l'Italia agirebbe nel suo interesse, se ora uscisse dalla guerra. In questo caso, l'America sarebbe disposta ad appoggiarla. Invece, se l'Italia continua nella guerra, si esporrebbe a tutte le terribili conseguenze di una lotta come la presente". Il prelato aggiunse dopo: " Posso dire a Vostra Maestà -a titolo di informazione riservata- che il messaggio del Presidente corrisponde anche alle intenzioni degli alleati; che la Santa Sede conosce da fonte ufficiale". Il re allora disse : "Sicchè voi conoscete il messaggio da due fonti ,dalle agenzie e per via diplomatica". Il nunzio annuì e ricordò l'opera del pontefice per scongiurare i bombardamenti e per favorire la pace. Ma il re sembrava non aver capito la gravità della situazione, lanciò infatti accuse agli inglesi, descrivendoli come un popolo corrotto, sostenne che l'esercito russo era prossimo alla crisi e affermò che le parole di Roosevelt potevano essere "un giochetto, che nasconde non sappiamo che cosa. Il dire: Vi tratteremo bene può significare: Invece di impiccarvi, vi taglieremo la testa."
Borgongini Duca cercò allora di riprendere le fila del discorso dicendo che la Santa Sede aveva informato gli Stati Uniti che in Italia la monarchia era ben vista ed amata dal popolo e ricordando "...che il governo dipende da Vostra Maestà "; il re a questa affermazione sorrise e rispose: "Io non sono come il Papa", aggiungendo poi, prima di congedare il nunzio, altre considerazioni tra cui i suoi dubbi riguardo alle possibilità di riuscita di uno sbarco alleato in Sicilia (6). L'incontro si era risolto in un nulla di fatto. L'atteggiamento di Vittorio Emanuele in realtà non era solo dovuto alla sua indecisione o dal fatto che non si rendesse conto della gravità degli eventi, il sovrano aveva capito la situazione italiana, ma era profondamente scettico: la guerra era ormai perduta e non vi era via di scampo né per l'Italia né, probabilmente, per la monarchia; allo stesso modo non bisognava credere alle affermazioni degli Alleati che non corrispondevano alle loro reali intenzioni. Inoltre il re giudicava in modo estremamente critico la classe politica pre-fascista, composta ,a suo dire, da "revenants", che credeva incapaci di poter gestire quel difficile momento (7). Vittorio Emanuele si era comunque reso conto tardi di ciò che stava accadendo visto che ancora alla fine di febbraio, quando il generale Zupelli (8) gli aveva fatto notare la necessità di "cacciare Mussolini su due piedi", aveva confidato al generale Puntoni: "La situazione è grave, ma non disperata, sia dal lato militare che da quello politico. Un fatto nuovo può sempre intervenire per capovolgere e radicalmente situazioni che appaiono senza via d'uscita. In ogni modo un colpo di Stato contro il Duce e il regime in questo momento, con la Germania alle porte, è assolutamente inopportuno. Per ora non c'è che una cosa da fare: resistere ad ogni costo contro il nemico e tenere una linea di condotta, in politica interna, di sicura dirittura morale, senza intrighi e senza maneggi sotterranei." (9).
A giugno le circostanze si erano ulteriormente aggravate con la fine della guerra in Africa e l'occupazione di Pantelleria e Lampedusa e avrebbero sicuramente richiesto una maggiore capacità di decisione, ma quelli erano i giorni in cui, come proclamava Giovanni Gentile, "tutto il popolo è un esercito", e in cui, come diceva il duce, bisognava congelare il nemico su quella linea che i marinai chiamano del "bagnasciuga", annientandoli fino all'ultimo uomo, "Di modo che si possa dire che essi hanno occupato un lembo della nostra patria, ma l'hanno occupato rimanendo per sempre in una posizione orizzontale non verticale" (10).
"L'Italia è in una situazione tragica tra l'incudine e il martello" così scriveva monsignor Tardini il 19 giugno, dopo un incontro con Osborne, rientrato da poco dall'Inghilterra. Tra i due si era parlato dei sentimenti nei confronti dell'Italia che si nutrivano in Gran Bretagna e di alcuni manifestini che gli aerei alleati avevano gettato su Roma in maggio, in cui si incitava il popolo italiano a liberarsi del fascismo e a chiedere la pace con la promessa che l'Italia sarebbe stata ben trattata e appoggiata. Il ministro inglese in realtà non diede molte speranze, affermò infatti che in Inghilterra non si faceva ormai nessuna distinzione tra il popolo italiano e il Governo italiano e si voleva semplicemente la resa senza condizioni, l'Italia doveva quindi sbarazzarsi del fascismo, " ma questo atto non cambierebbe la sua situazione di fronte agli Alleati" (11). Queste dichiarazioni vennero confermate dal delegato apostolico a Londra, monsignor Godfrey, che in un rapporto al segretario di Stato parlava dell'"intenzione di proseguire la guerra senza alcun compromesso." e aggiungeva: "Generalmente non si vede via d'uscita per l'Italia. Si parla del Principe Umberto e del Maresciallo Badoglio, e piuttosto più favorevolmente di quest'ultimo, siccome si crede che per un po' di tempo l'Italia dovrà sottomettersi a un governo militare." (12). La posizione inglese venne poi ribadita ufficialmente da un comunicato della legazione britannica alla segreteria di Stato in cui si spiegava che "resa incondizionata" significava che non ci potevano essere nè trattative per la resa italiana, nè alcun tipo di promessa da parte degli Alleati, pertanto il conflitto doveva proseguire con tutte le forze, fino a che l'Italia avrebbe combattuto la guerra di Hitler (13). Anche il ruolo del re iniziava a venire pesantemente criticato dagli Alleati. Gli inglesi, pur essendo ben disposti verso il sistema monarchico, criticavano la debolezza e l'inattività di Vittorio Emanuele e dall'America, il 26 giugno, giungeva in Vaticano un telegramma di Cicognani che riferiva :"...stima verso il Re va diminuendo. Se non compierà tempestivamente un gesto nel senso indicato ivi (deposizione di Mussolini, uscita dal conflitto), c'è da temere che almeno durante eventuale regime marziale sia messo in disparte. Alleati rifiuteranno trattare con qualunque fascista, inclusivamente Grandi, Ciano." (14).
Il 9 luglio le truppe alleate sbarcarono in Sicilia. Il giorno dopo il presidente Roosevelt inviava una lettera al papa il cui contenuto veniva immediatamente diffuso dalle radio. Il messaggio, "di evidente scopo reclamistico", come commentava Tardini, avvertiva il pontefice dello sbarco, avvenuto " per liberare l'Italia dal fascismo e dai suoi tristi simboli, per espellere gli oppressori nazisti che l'hanno infestata"; il presidente ricordava inoltre il rispetto degli Alleati per la religione e i luoghi di culto, e affermava che la neutralità della Città del Vaticano non sarebbe stata violata. La Santa Sede non sembrò accogliere bene questo messaggio, era infatti stato fatto a fini propagandistici per compiacere, secondo Tardini, i cattolici e gli italiani che abitavano negli Stati Uniti. Il sostituto alla Segreteria di Stato, scrivendo alcune annotazioni al messaggio e preparando un progetto di risposta, criticava pesantemente Roosevelt, evidenziando i toni da crociata e attaccava la lettera per vari motivi. Innanzitutto poiché vi si faceva comprendere, in un modo definito subdolo, che il papa non poteva disapprovare la condotta alleata; inoltre perché si proclamava l'intenzione di voler risparmiare, per quanto fosse possibile, le chiese "dopo averne distrutte tante - e molte preziosissime!- anche in Sicilia"; Tardini temeva infine che la diffusione che la lettera aveva intenzionalmente avuto mettesse pesantemente in imbarazzo la Santa Sede di fronte al governo italiano e ai tedeschi e scriveva:" potrà far cattiva impressione vedere come questo sedicente Liberatore d'Italia (pur troppo i Liberatores non seminano che rovine!) pretenda di far quasi l'amico del Papa assicurando che rispetterà quello che è suo" (15) . Le lamentele del governo italiano non si fecero infatti attendere; fu il Consigliere all'Ambasciata d'Italia, Marchese d' Ajeta, a comunicarle al segretario di Stato riferendo che Mussolini e Bastianini sostenevano che quel documento mostrava o, almeno, voleva far credere a una connivenza tra il presidente degli Stati Uniti e Sua Santità. Il cardinal Maglione rispose alle accuse invitando i due a una maggiore tranquillità e chiarezza di giudizio senza cui " si commettono errori che possono aggravare -anche irreparabilmente- una situazione già così seria" (16). Lo stesso giorno di questo incontro, il 13 luglio, anche Ciano si recò in udienza dal segretario di Stato. Parlando con l'ambasciatore, Maglione prese le distanze dalla comunicazione di Roosevelt e spiegò che il messaggio era giunto del tutto inatteso, deplorò l'inopportuna pubblicità "all'americana" e disse che nel messaggio si doveva distinguere una parte puramente propagandistica da una politico-giuridica relativa all'impegno di rispettare gli interessi religiosi e materiali della Chiesa cattolica. Ciano, che in un appunto destinato a Mussolini descriveva questo incontro, riferiva di un cardinal Maglione "visibilmente commosso", che gli aveva comunicato il turbamento "di chi in Santa Sede non dimenticava di essere italiano" e l'atteggiamento, stante la posizione al di sopra e al di fuori del conflitto del Vaticano, del clero e del laicato cattolico italiano che "si identificava in pieno con i sentimenti dell'intero Paese di cui vivevano le ansie e le speranze" (17).
Pochi giorni dopo, il 17 luglio, si recò dal segretario di Stato proprio Bastianini, che si era fatto promotore della prima iniziativa di pace che partisse dal ministero degli Esteri. Bastianini, ricevuto un consenso di massima di Mussolini ( a cui aveva detto: "lasciate fare a me. Voi dovete ignorare e farete di me quel che vi pare se il mio lavoro venisse intempestivamente a conoscenza.(...) Voi non sapete niente e io mi assumo di questo tutta la responsabilità e tutte le conseguenze") consegnò a Maglione un promemoria, il cui scopo era di stimolare un'azione vaticana per sondare le intenzioni politiche degli Alleati, nel tentativo di intraprendere trattative di pace che non escludessero il duce.
Il promemoria diceva :
" 1) Lo stato della guerra fa ancora oggi pensare ad un prolungamento della lotta nel tempo ad epoca indeterminata. Le forze della Germania infatti sono estremamente potenti ed ogni raccorciamento di fronte non fa che concentrare i mezzi bellici tedeschi.
Il fatto però che la guerra sia stata impostata oggi contro l'Italia (...) impone un esame della situazione italiana nel quadro generale della guerra.
2) Sono giunte voci a noi di iniziative che il Papa non sarebbe alieno dal prendere, qualora avesse la sicurezza preventiva di un assenso italiano e tedesco (vedi pratica Russo)
3) L'Italia non può prendere alcuna iniziativa da sola e ciò sia per motivi morali dovendo salvaguardare l'onore del paese, sia per motivi materiali, dovendo considerare che ogni tentativo unilaterale di distacco dalla Germania, trasformerebbe autenticamente il territorio nazionale in un campo di battaglia.
4) Qualora la situazione militare in Italia dovesse ancora peggiorare la sola persona in grado di convincere Hitler a far abbandonare il territorio italiano dalle truppe tedesche, è il Duce. Di qui la necessità che l'Inghilterra e l'America non pongano pregiudiziale immediata dell'allontanamento del Duce e ciò nel loro stesso interesse. I tedeschi infatti si ritirerebbero prima alla linea del Po, dove gli anglo-americani dovrebbero affrontarli, e poi alla linea del Brennero. L'intervento di Mussolini presso Hitler può ad essi evitare di affrontare due volte i tedeschi sul nostro territorio.
5) L'Italia ha una sua particolare posizione nella regione danubiano balcanica di cui gli avversari devono tener conto.
6) Necessità perciò di evitare intanto che gli anglo-americani costituiscano un Governo provvisorio di fuoriusciti. Questo vorrebbe dire la guerra civile in Italia, una infinita serie di patimenti che la Chiesa deve certamente evitare
7) E' stata notata una differenza di redazione in senso peggiorativo tra i messaggi di Churchill e Roosevelt e quelli dei volantini gettati su Roma".
Il sottosegretario agli Esteri inoltre pensava di inviare un uomo di fiducia a Lisbona con un passaporto vaticano per prendere contatti con gli inglesi. Quest'uomo era Giovanni Fummi, un grande banchiere romano che trattava anche l'amministrazione dei beni della Santa Sede. Una volta recatosi a Lisbona Fummi doveva chiedere il visto inglese col pretesto di doversi recare a Londra per affari finanziari del Vaticano, in realtà avrebbe dovuto contattare il ministro degli esteri, Anthony Eden, e consegnargli un messaggio personale di Bastianini. Maglione acconsentì a rilasciare il passaporto a Fummi (18), ma quando seppe che il compito del banchiere era di trattare l'uscita dell'Italia, della Romania e dell'Ungheria dalla guerra, il cardinale, come ricorda Bastianini nelle sue memorie: " mi guarda con occhi paterni e certo pensa che mi faccio delle illusioni" (19). Questa iniziativa che presupponeva che gli inglesi fossero disposti a trattare con il governo fascista, e suggeriva una soluzione politica che avrebbe lasciato Mussolini al potere, non aveva infatti alcuna speranza di riuscita. Fummi fu comunque mandato a Lisbona ma non riuscì a raggiungere Londra prima del 25 luglio, in quanto, nonostante i buoni uffici del Vaticano, non aveva ancora ottenuto il visto per la capitale inglese (20). Altri emissari inviati in quei giorni da Bastianini a Madrid e Lisbona non riuscirono a stabilire contatti validi con gli Alleati.
Nel memoradum consegnato a Maglione, il sottosegretario agli Esteri parlava di una "pratica Russo". Si faceva riferimento alle notizie ricevute dal governo circa le iniziative di Domenico Russo, un giornalista, residente in Francia da molti anni e personale amico del cardinal Maglione. Russo si era presentato a giugno alla legazione italiana a Lisbona dichiarando la sua volontà di adoperarsi per un suo piano di pace, che presupponeva la mediazione del pontefice fra i belligeranti. Era giunto poi, a luglio, a Roma, affermando la sua intenzione di avere rapporti con le maggiori autorità vaticane, in relazione al suo progetto. Il Ministero degli Esteri aveva chiesto, tramite Ciano, informazioni circa questi fatti a Maglione. Il segretario di Stato confermò le notizie ricevute dal governo sulle mosse di Russo, precisando però che si trattava di un piano personale di mediazione che, dato lo scarsissimo prestigio politico di chi lo presentava, non poteva certo essere preso in considerazione. Il cardinale concludeva dicendo che, nonostante la perfetta, per quanto ingenua, buona fede del Russo, la Santa Sede non aveva preso in alcuna considerazione tale iniziativa, anche se poteva apparire non ostacolata da alcune autorità politiche (21).
_____________________________________________________________________
1) Il re in quel periodo riceverà tra gli altri: Bonomi, il 2 giugno, Soleri, l'8 giugno (la Segreteria di Stato era informata di queste iniziative dal conte Dalla Torre, direttore dell'Osservatore Romano vedi A.D.S.S., vol.VII, Dalla Torre a Maglione, 12/5/1943, d.188, pp.333-334 e Dalla Torre a Maglione, 1/6/1943, d.222, pp.388-389), Grandi, il 3 giugno, i senatori Pasolini Dall'Onda e Rotigliano, il 18 e il 26 giugno. Cfr. R.De Felice, Mussolini l'alleato, cit., p.1185
2) L'art. 65 dello Statuto del Regno e l'art. 2 della legge 24 dicembre 1925 che formalmente non erano mai stati aboliti.
3) I.Bonomi, Diario di un anno, Garzanti, Milano, 1947, pp.3-4
4) A.D.S.S., vol.VII, annotazioni di Tardini, 6-14/6/1943, d.233, p.405 e annotazioni di Tardini, 9/6/1943, d.240, pp.417-418
5) Timori del genere erano stati espressi da Tardini in alcune annotazioni. A.D.S.S., vol.VII, 8/6/1943, d.239, p.415
6) A.D.S.S., vol.VII, Borgongini Duca a Maglione, 17/6/1943, d.252, pp.431 sgg.
7) Vedi R.De Felice in D. Grandi, 25 luglio. Quarant'anni dopo, il Mulino, Bologna, 1983, introduzione, pp.77 sgg. e Mussolini l'alleato, cit., pp.1176 sgg.
8) Vittorio Zupelli, era stato ministro della guerra nel 1915-1916 e nel 1918
9) P.Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III, Milano, 1958, p.125
10) Discorso del 24 giugno 1943: "Gli imperiosi doveri dell'ora" in B. Mussolini, Opera Omnia, vol. XXXI, cit., p.196
11)A.D.S.S., vol.VII, annotazioni di Tardini, 19/6/1943, d.255, p.438
12) Idem, Godfrey a Maglione, 20/6/1943, d.256, p.441
13) Idem, La legazione della Gran Bretagna alla Segreteria di Stato,28/6/1943, d.271, pp.457-458
14)Idem, telegramma di Cicognani a Maglione, 25/6/1943, d.265, p.450
15)Idem, annotazioni di Tardini, 11/7/1943,, d.287, p.481 sgg., Maglione non ritenne opportuno rispondere subito al messaggio di Roosevelt (la risposta verrà inviata in occasione del bombardamento di Roma), il progetto preparato da Tardini non fu dunque preso in considerazione.
16) Idem, annotazioni di Tardini, 13/7/1943, d.293, pp.491 sgg.
17) D.D.I, nona serie, vol.X, appunto di Ciano a Mussolini, 13/7/1943, d.503, pp.650-651
18) Il cardinal Maglione diede al suo contatto con Bastianini carattere esclusivamente personale e si limitò ad adoperarsi per fare avere a Fummi il visto per l'Inghilterra.
19) G.Bastianini, Uomini,cose,fatti, Vitagliano, Milano, 1959, p.117
20) Cfr. G.Bastianini, op.cit, pp.115 sgg., .F.W.Deakin, op. cit., pp.531 sgg. e R.De Felice, Mussolini l'alleato, cit., pp.1315 sgg.; Nelle memorie di Bastianini la cronologia degli avvenimenti è, molto probabilmente, errata; nel suo libro, scritto a distanza di quindici anni dagli avvenimenti, dice di essersi prima incontrato con Maglione la notte tra il 15 e il 16 luglio e poi di essersi recato dal duce e da Fummi. In realtà, secondo altre fonti, Bastianini si recò dal segretario di Stato la sera del 17 luglio, dopo il colloquio con Mussolini e dopo l'incontro con il banchiere romano. Vedi R.De Felice, Mussolini l'alleato, cit., p.1315 e A.Pirelli, Taccuini 1922-1943, Bologna, 1984, p.450
21) D.D.I., nona serie, vol.X, Bastianini a Ciano, 21/7/1943, d.540, p.700 e Ciano a Mussolini, 23/7/1943, d.547, p. 547 vedi anche A.D.S.S., vol.VII, p.228