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4. LA CONFERENZA DI CASABLANCA. CIANO NUOVO AMBASCIATORE PRESSO LA SANTA SEDE

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"Giunge notizia della conferenza di Casablanca. Troppo presto per dare un giudizio, ma sembra una cosa seria, molto seria. Non condivido nè approvo le facili ironie della nostra stampa" (1): così Ciano annotava sul suo diario il 27 gennaio 1943, e la sua preoccupazione non si dimostrerà fuori luogo. Nella città marocchina si erano incontrati tra il 12 e il 26 gennaio Churchill e Roosevelt ed avevano discusso le operazioni militari da condurre nel Mediterraneo, la situazione in Francia e i rapporti con l'Unione Sovietica. In questo incontro il primo ministro inglese ottenne l'accettazione di tutti i suoi principali punti di vista: dare la precedenza alla sconfitta della Germania, rispetto a quella del Giappone, invadere la Sicilia e intensificare l'offensiva aerea. Si discusse inoltre sulla necessità di imporre ai nemici una resa incondizionata. Su questo punto Churchill dimostrò di voler risparmiare l'Italia dal trattamento che gli Alleati volevano infliggere a Germania e Giappone, nella speranza di poter trattare una pace separata, tuttavia la sua opinione non trovò approvazione da parte degli altri rappresentanti del governo inglese e alla fine del vertice, Roosevelt poté quindi proclamare, in una conferenza stampa, che la guerra doveva proseguire sino alla "resa senza condizioni" dell'Asse.

A questa dichiarazione Mussolini aveva risposto con veemenza, il 2 febbraio, in un discorso ai legionari della milizia: "Davanti all'insensato, criminale, pubblicitario dilemma di Casablanca noi, insieme con i nostri camerati dell'Asse e del Tripartito, rispondiamo che non molleremo mai fin quando saremo capaci di tenere nel nostro pugno un'arma di combattimento". Queste parole erano poi ricomparse a grossi caratteri sulle otto colonne delle prime pagine dei giornali, secondo le istruzioni del governo (2). La decisione di proseguire la guerra sino alla unconditional surrender fu anche invisa alla Santa Sede che la osteggerà per tutto il prolungarsi del conflitto. La Chiesa non aveva mai accettato, dopo la prima guerra mondiale, "l'ordine di Versailles", reo di aver umiliato i vinti e di aver fatto sorgere tensioni che nessuno aveva saputo controllare; allo stesso modo non poteva accettare la logica della resa senza condizioni che avrebbe potuto portare a un prolungamento indefinito del conflitto. Nel messaggio di Natale del 1943, Pio XII, annunciando i "principi per un programma di pace", non nascondeva il suo dissenso e auspicava che dalla guerra sorgessero "una pace sopra la cui culla non guizzino i lampi vendicatori dell'odio, non gli istinti di una sfrenata volontà di rappresaglia" e "programmi di pace dettati dal più alto senso morale". Il papa, pur opponendosi decisamente all'idea di una pace di compromesso ad ogni costo (poiché - come aveva scritto a Taylor nel settembre 1942- "su certi principi di diritto e giustizia non vi può essere compromesso" (3) ) non poteva fare a meno di vedere i pericoli di una guerra che doveva concludersi con la resa incondizionata di uno dei contendenti. Nel giugno del 1944 il pontefice insisteva ancora su questo principio parlando di "vera o supposta volontà del nemico di distruggere la vita nazionale fin nelle radici" che avrebbe indotto i popoli vinti "a una lotta estenuante e dissanguatrice, le cui conseguenze economiche, sociali e spirituali minacciano di divenire il flagello del tempo avvenire" (4). La situazione post bellica che veniva prospettata era quindi ben lontana da quel nuovo ordine che il papa aveva delineato nei suoi discorsi e radiomessaggi. Si era parlato degli eventi bellici anche in un colloquio tra il conte Ciano e monsignor Montini, avvenuto il 13 gennaio nella casa dei principi Colonna. Montini riassunse così ciò che il ministro degli Esteri gli aveva riferito: "Di tutto il colloquio le cose più notevoli sembrano essere

a) il suo desiderio di farsi conoscere benpensante e contrario alla guerra

b) la sua persuasione che la Germania ha voluto la guerra

c) che non era necessario per l'Italia entrare in guerra: poteva evitarlo". Ciano, nel momento in cui si andava delineando la sconfitta, sembrava quasi discolparsi, tentando di affermare la propria contrarietà al conflitto e allo stesso modo parlando della campagna di Russia (sul cui esito riferiva con un eufemismo: "la sorte delle nostre truppe in Russia non è in questo momento molto felice"), diceva che prima del giugno 1941 i tedeschi non avevano dichiarato le loro intenzioni agli italiani. Si rivolse poi a Montini dicendogli che la Santa Sede avrebbe avuto la sua ora di grande importanza nell'esito della guerra (5).

Poco meno di un mese dopo questo incontro il genero del duce veniva destituito dalla sua carica.

Mussolini il 6 febbraio attuò, infatti, quello che allora veniva definito un cambio della guardia, una sostituzione cioè dei membri del governo. Grandi, Bottai, Ciano, Pavolini, Ricci, Riccardi, Gorla, Buffarini Guidi, Thaon de Revel e Host-Venturi furono tutti sostituiti. Rimasero in carica solamente Teruzzi, titolare del ministero ormai insignificante dell'Africa italiana, Pareschi, ministro dell'Agricoltura e Vidussoni, segretario del PNF. Il duce conservò il ministero degli interni, assunse il dicastero degli esteri e i tre ministeri militari: guerra, marina e aeronautica. Le ragioni di questa scelta sono dubbie; all'epoca si disse che Mussolini voleva distrarre l'attenzione dell'opinione pubblica dalla perdita della Tripolitania, oppure temesse che qualcuno all'interno del governo (come Grandi e Bottai) gli facesse la fronda, oppure che, volendo allontanare Ciano dagli esteri, avesse organizzato il tutto per togliere ogni carattere personale (6). Quest'ultima tesi era anche quella di Grandi che al suo collega ex-ministro Gorla disse: "per liquidare Ciano e Buffarini si è generalizzato con la sostituzione, per cui tutti i ministri sono stati adoperati come contorno alla liquidazione dei due elementi di cui voleva disfarsi" (7).

Galeazzo Ciano fu l'unico a essere preavvertito; Mussolini lo mandò a chiamare il 5 febbraio e lo accolse dicendogli: "Cosa desideri fare adesso?" ; il duce spiegò poi al genero che aveva deciso di cambiare il governo e gli prospettò alcune cariche: ambasciatore in Vaticano, ambasciatore a Madrid, Luogotenente in Albania. L'ex-ministro, scartata subito la possibilità albanese ("dove andrei a fare il fucilatore e l'impiccatore di coloro cui promisi fratellanza e parità di diritti") chiese l'ambasciata presso la Santa Sede "un posto di riposo, che però può lasciare adito a molte possibilità per l'avvenire", un compito dunque non particolarmente impegnativo che non lo avrebbe escluso del tutto dalla scena politica italiana. Dopo questo colloquio, Ciano, che ben conosceva il modo di agire del duce, si mosse subito affinché fosse inoltrata il più presto possibile la richiesta di gradimento alla Segreteria di Stato vaticana. In questo modo quando la mattina dopo Mussolini gli telefonò comunicandogli di aver cambiato idea e di volerlo destinare altrove, Ciano gli rispose che era troppo tardi essendo già stato mandato Guariglia a chiedere il gradimento (8).

La sostituzione non piacque molto in Vaticano dove il papa si lamentò del troppo frequente cambiamento di ambasciatore, giudicandolo irriguardoso (era il quarto in due anni e mezzo), visto anche che dal giorno della conciliazione la Santa Sede non aveva mai cambiato il nunzio presso il Quirinale (9). Ciano e Guariglia si scambiarono le consegne pochi giorni dopo nella sede dell'ambasciata ed ebbero un lungo colloquio in cui discussero della situazione italiana e convennero sulla necessità di far uscire l'Italia dalla guerra: "Bisognerà salvare l'Italia, ci metteremo all'opera io e pochi altri, anche tu dovrai collaborare. Forse ci rivedremo tutti a Lisbona!" (10); con questa frase pronunciata da Ciano i due si lasciarono per non rivedersi più. Guariglia , che aveva ricoperto la funzione dal 1942, fu destinato ad Ankara come ambasciatore. Prima di recarsi a prender congedo dai suoi collaboratori e amici in Vaticano, ebbe un colloquio con il nuovo Sottosegretario agli esteri Bastianini, che gli pregò di ricordare a costoro che conveniva prendere in considerazione la possibilità di una mediazione tra gli alleati e l'Italia (11). Sembrava dunque che si volesse utilizzare la Santa Sede per negoziare una pace. Anche da parte alleata la nuova funzione di Ciano fu interpretata come un tentativo di realizzare, grazie alla mediazione del Vaticano, una pace di compromesso con gli anglo-americani. Questa era ad esempio l'opinione del rappresentante statunitense presso la Santa Sede, Tittman, che in un dispaccio inviato il 13 febbraio al segretario di Stato, Cordell Hull, suggeriva alcune ipotesi sull'ex ministro degli esteri e scriveva: "Quale di queste congetture possa essere vera, e fino al momento presente sono solo congetture, è difficile evitare la sensazione che la presenza di Ciano in Vaticano abbia qualcosa a che fare col desiderio di pace degli italiani. Si osserva che come risultato dei recenti cambiamenti ministeriali, che hanno portato alla eliminazione di tutti i fascisti influenti, Mussolini ha le redini nelle proprie mani più fermamente che mai ed è ora in grado di consegnare gli affari del paese a un governo di pace senza opposizione, in qualsiasi occasione si presenti. La recente nomina del generale Ambrosio, un moderato e uno stretto collaboratore del maresciallo Badoglio come capo dello Stato Maggiore Generale in successione del generale Cavallero, viene considerata come un'altra indicazione in questo senso" (12). In realtà Ciano, che già nutriva una certa antipatia per il conflitto e per gli alleati tedeschi, iniziò a mettersi in contatto con antifascisti, fascisti dissidenti e generali, se non apertamente antifascisti, almeno antimussoliniani. Un suo intimo amico di lunga data, Filippo Anfuso, riferì un incontro con lui in quel periodo : "era in casa, con una malattia politica, appesa ai numerosi fili delle numerose congiure". "Era immerso fino al collo" ricorda ancora Anfuso, in tante trame antifasciste, antimonarchiche e antitedesche che non riusciva più a capire chi partecipasse a una cospirazione, e a quale (13). Dello stesso tenore è la testimonianza di Luciolli, diplomatico già in servizio al Gabinetto del ministro degli Esteri: "... ai primi di aprile andai all'ambasciata presso la Santa Sede per accomiatarmi da Ciano. Lo trovai più antitedesco che mai, più convinto che mai della sconfitta, e più illuso che mai di potere essere il Talleyrand del fascismo e cioè di potere, in rapida successione, concorrere alla caduta del regime e negoziare con la vittoriosa coalizione nemica per ottenere condizioni di pace non troppo onerose." (14). Se anche si adoperò molto per un'eventuale sostituzione di Mussolini, non pare tuttavia che Ciano si sia mai messo formalmente in contatto nè con il cardinale segretario di Stato, né con le legazioni inglese, americana o neutrali presso la Santa Sede. Anche di un'attività nascosta in tal senso sono rimaste poche tracce: per esempio la legazione tedesca presso il Vaticano riferì una frase enigmatica detta da Ciano ad un cardinale nell'aprile 1943, sulla guerra che non sarebbe durata a lungo e sui "nuovi sviluppi che potevano verificarsi sul fronte orientale". Un mese più tardi, un rapporto tedesco da Berna affermava che si era saputo, per il tramite del ministro Svizzero in Vaticano, che erano in corso trattative di pace fra Ciano e gli Alleati, i quali però insistevano sulle dimissioni di Mussolini come condizione preliminare. Il re d'Italia temeva, a quanto sembra, che in tal caso ci sarebbero stati pubblici disordini, e su questo punto si erano interrotti i negoziati. Tuttavia, mancando conferme a queste voci si presuppone che se tali contatti ci furono, dovevano riferirsi ad un'iniziativa personale (15). E' comunque improbabile che Ciano avrebbe potuto intavolare trattative ufficiali con i rappresentanti alleati, visto la volontà, soprattutto degli inglesi, di tenere fede al principio della "resa incondizionata": questo atteggiamento è testimoniato da una comunicazione di Eden a Osborne del 24 febbraio '43 in cui si dava l'ordine all'incaricato di affari presso la Santa Sede di evitare nella maniera più assoluta di stabilire alcun contatto col nuovo ambasciatore italiano in Vaticano (16).

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1)G.Ciano, op. cit., vol. II, p.246

2) B.Mussolini, Opera Omnia, vol. XXXI, cit., Discorso ai legionari, 1/2/1943, p.148; cfr.anche P.Monelli, Roma 1943, Migliaresi, Roma, 1945, p.48

3) A.D.S.S., vol.V, Pio XII a Taylor, 22/9/1942, d.476, p.693, "... contrariamente a quello che può affermare ogni propaganda, -aveva scritto Pio XII- Noi non abbiamo mai pensato a una pace di compromesso ad ogni costo".

4) Discorso di Pio XII al Sacro Collegio 2/6/1944, in Discorsi e Radiomessaggi, vol.VI, Città del Vaticano, 1940-1959, p.22

5) A.D.S.S., vol.VII, annotazioni di Montini, 12/1/1943, d.88, pp.187 sgg.

6) P.Monelli , op. cit., pp.52-53

7) G.Gorla, L'Italia nella seconda guerra mondiale, Baldini e Castoldi, Milano, 1959, p.397; cfr. anche F.W.Deakin, op. cit., p.199

8) G.Ciano, op. cit., pp.249-250

9) A.D.S.S., vol.VII, annotazioni di Montini, 6/2/1943, d.105, p.219

10) R.Guariglia, op. cit., p.536

11) Idem, p.537

12) In E.Di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti 1939-1952 dalle carte di Myron C.Taylor, Angeli ed., Milano, 1978, pp.233 sgg.

13) Da F.Anfuso, Da Palazzo Venezia al lago di Garda (1936-1945), Cappelli, Bologna, 1957; vedi M.S. Davis, Chi protegge Roma?, Rizzoli, Milano, 1973, pp.33-34

14) M.Luciolli, Palazzo Chigi anni roventi, Rusconi, Milano, 1976, p.109; cfr. G. Angelozzi Gariboldi, Il Vaticano nella seconda guerra mondiale, cit., p. 157

15) In F.W.Deakin, op. cit., pp.530-531 che riferisce due documenti della collezione tedesca: La legazione tedesca presso il Vaticano comunica a Berlino, 14/4/1943; Telegramma da Berna, 15/5/1943.

16) In I.Garzia, op. cit., p.250 che cita un documento della collezione britannica: Eden a Osborne, in Public Record Office (Fondo Foreign Office) 371/37545. Già nel dicembre '42 il primo ministro Eden aveva espresso la sua contrarietà a contatti di pace con personalità come Ciano, perchè avrebbero potuto mettere in dubbio la veridicità della dichiarazione inglese secondo cui si voleva "distruggere il fascismo". Vedi L.Woodward, British Foreign Policy in the Second World War, vol II, Londra, 1971, p.461

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