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3. IL RADIOMESSAGGIO DEL NATALE 1942

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Ogni anno il papa approfittava della ricorrenza del Natale per diffondere un radiomessaggio in cui, oltre a pronunciare parole di speranza, faceva il bilancio dell'attività svolta, offrendo spunti di riflessione e proposte concrete per l'avvento della pace. Questi discorsi natalizi, che venivano diffusi dalla Radio Vaticana, rappresentavano, come scrisse l'ambasciatore tedesco von Weizsäcker "un manuale completo per il ritorno alla ragione internazionale" (1); il pontefice metteva in risalto il suo essere assolutamente al di sopra delle parti e tentava di consigliare, con l'autorità morale conferitagli dal suo ruolo di vicario di Cristo, delle norme in base alle quali ricostruire un futuro assetto post-bellico basato sulla giustizia e sulla carità. Nel messaggio del Natale 1940 Pio XII aveva elencato i principi su cui il nuovo ordine, che doveva nascere dalla guerra, si sarebbe dovuto reggere: "la vittoria sull'odio, che oggi divide i popoli; (...) la vittoria sulla sfiducia, che grava, come peso deprimente, sul diritto internazionale e rende inattuabile ogni verace intesa; (...) la vittoria sul funesto principio che l'utilità è la base e la regola dei diritti: che la forza crea il diritto ; (...) la vittoria su questi germi di conflitto, che consistono in divergenze troppo stridenti nel campo della economia mondiale; (...) la vittoria sullo spirito freddo di egoismo...".

Nel 1941 il papa aveva enunciato cinque postulati a cui la comunità internazionale doveva attenersi affinché vi fosse reale armonia tra le nazioni:

"1 Eliminare gli attentati al diritto delle Nazioni

2 Nel campo di un nuovo ordinamento non doveva esserci più posto per l' oppressione delle minoranze nazionali.

3 Non più posto per i ristretti calcoli egoistici, tendenti ad accaparrarsi le fonti economiche e le materie di uso comune , in maniera che le Nazioni, meno favorite dalla natura, ne restino escluse.

4 (...) lo squilibrio tra un esagerato armamento degli Stati potenti e il deficiente armamento dei deboli crea un pericolo per la conservazione della tranquillità e della pace dei popoli, e consiglia di scendere a un ampio e proporzionato limite nella fabbricazione e nel possesso di armi offensive.

5 Nel campo di un nuovo ordinamento fondato sui principi morali, non vi è posto per la persecuzione della religione e della Chiesa."

Nel messaggio natalizio del 1942 il pontefice si spinse oltre concentrandosi soprattutto sui principi sociali e morali che dovevano crearsi e diventare "il sostrato e il fondamento di norme e leggi immutabili per costruzioni sociali di interna solida consistenza.". Pio XII andava elaborando quindi, anno dopo anno, il suo progetto sul futuro assetto sociale post-bellico, una sorta di ideale base comune su cui porre le fondamenta di un consorzio umano che fosse in grado di respingere i pericoli sociali e ideologici che avevano portato al conflitto (2).

Il papa, dopo un accorato appello all'azione (" azione è il precetto dell'ora (...) Dio lo vuole! pronti a servire, a sacrificarsi come gli antichi Crociati.."), enunciava in questa occasione cinque principi, "i primi cinque passi sul sentiero", del nuovo ordine sociale:

" 1 Dignità e diritti della persona umana

2 Difesa della unità sociale e particolarmente della famiglia

3 Dignità e prerogative del lavoro

4 Reintegrazione dell'ordinamento giuridico

5 Concezione dello Stato secondo lo spirito cristiano"

Come annotava Guido Gonella, che analizzava per l'Osservatore Romano i discorsi del pontefice, Pio XII si poneva l'obiettivo di un ritorno a una sorta di respublica christiana, a una comunità di popoli uniti dal vincolo della legge evangelica, di fronte alla quale la chiesa doveva porsi come maestra e come guida (3).

Tuttavia non tutti, in quel periodo così difficile, ritennero adeguate le parole del papa; Buonaiuti ad esempio scrisse: "Il Natale è la più calda e cara solennità dell'anno cristiano. Raccoglie, si potrebbe dire, le anonime aspirazioni e le incerte speranze di una serie infinita di generazioni (...) Quale meraviglioso spunto per un sollevamento delle anime, piagate nel dolore e nel lutto, in un'atmosfera di saldi propositi in cui fosse possibile sentire appressarsi la ricostruzione spirituale del mondo! E Papa Pio XII, invece, ammanniva dalla radio vaticana una lezione di diritto internazionale, tutta agghindata, tutta oracolare, tutta soffusa di dignitoso comportamento accademico e cattedratico . Non crediamo che la comunicazione radiofonica infondesse al cuore dolente dell'universo un brivido solo di commozione, un lampo solo di riconfortante luce" (4). Un cattolico fascista come Papini ritenne che le parole del pontefice fossero assolutamente prive di realismo e inadatte alla situazione: "il papa somiglia a uno che dinanzi a una metropoli in fiamme faccia saggi discorsi per dimostrare che ai bambini non vanno affidate le scatole di fiammiferi" (5).

Ciano, in un colloquio con Montini, ebbe delle parole di elogio, seppur non molto convinte, per il radiomessaggio di Pio XII : "anche se denso di dottrina ed alto di forma esso risponde alla dignità della Persona da cui è pronunziato, non batte la gran cassa; così è più degno" (6). Mussolini, dal canto suo, aveva reagito con sarcasmo alle parole del papa: "Il Vicario di Dio -cioè il rappresentante in terra del regolatore dell'universo- non dovrebbe mai parlare: dovrebbe restare tra le nuvole. Questo è un discorso di luoghi comuni che potrebbe agevolmente essere fatto anche dal parroco di Predappio" (7). In realtà il duce sembrava nascondere la sua insofferenza verso il ruolo sempre più decisivo che la Chiesa svolgeva nella società italiana. Il protrarsi del conflitto aveva, infatti, logorato la base del consenso del regime, ma non aveva certamente, fino ad allora, compromesso la stima nei confronti del papa o del Vaticano, e le autorità se ne erano rese conto. Una prova è fornita dalla lettura dei rapporti del dicembre 1942 dei questori italiani che testimoniano le preoccupazioni circa gli effetti che il radiomessaggio di Natale avrebbe potuto avere sulla popolazione(8); Il questore di Torino osservava come nei discorsi di Pio XII si cogliessero "accuse ai regimi totalitari" e venisse "condannato il conflitto e le sue forme di selvaggia degenerazione che colpiscono popolazioni e città indifese e proclamata la necessità di un nuovo ordine cristiano, che tenga in debito conto il valore della personalità umana e dei diritti naturali dell'uomo". Il questore di Como parlava di "eccessiva ostentazione nel voler dimostrare ai fedeli l'interessamento del S. Padre per la pace, certo allo scopo di penetrare ancor più profondamente nelle masse disorientate dalla guerra". Il questore di Venezia notava che l'attività del clero si sviluppava "sia seguendo le direttive di cui al recente messaggio natalizio del Papa, sia attraverso la predicazione canonica ispirata, sotto sapienti perifrasi curiali, a condanna dei sistemi autoritari del Governo e delle violenze belliche". Il discorso di Pio XII del Natale '42 aveva trovato, insomma, nel mondo cattolico un'eccezionale cassa di risonanza. Lo stesso governo si sentì così in dovere, alla fine del gennaio 1943, di far notare alla Santa Sede tramite Guariglia che "la stampa cattolica, vaticana e diocesana, dopo il discorso natalizio del Sommo Pontefice ha svolto - e continua a svolgere - un'intensa campagna a carattere sociale diretta ad una generale promozione dei lavoratori alla piccola proprietà. Nessun cenno viene fatto alle innumerevoli realizzazioni sociali del regime e devesi anche rilevare che questa è la prima volta, dopo molti anni, che le attività cattoliche, con una evidente parola d'ordine, prendono ad occuparsi diffusamente di problemi politici prospettando soluzioni programmatiche. L'ignoranza nella campagna di stampa in questione di quanto il nostro Paese ha fatto nel corso degli ultimi venti anni nel campo sociale (...) assume nella stampa cattolica un particolare significato che dà adito a dubbie interpretazioni...." (9).

Contemporaneamente, però, il regime accettava alcune iniziative da parte della Chiesa laddove ne percepiva l'importanza e l'utilità. Così accadde per l' O.N.A.R.M.O., l'Opera nazionale per l'assistenza religiosa e morale degli operai, un'istituzione fondata nel 1926 allo scopo di prestare assistenza religiosa e morale ai lavoratori, che nel 1943 iniziò ad aumentare notevolmente la propria attività. Ciano (che a febbraio era diventato nuovo ambasciatore presso la Santa Sede) in un appunto per Mussolini ne spiegava l'utilità in questo modo : " In contatti avuti per ragioni di ufficio con Mons. Baldelli, dell'Opera Nazionale per l'Assistenza Religiosa e morale degli Operai e con Padre Messineo della rivista la Civiltà Cattolica si è tratta l'impressione che negli ambienti ecclesiastici si sia portati, anche indipendentemente da ogni previsione sulle sorti del conflitto, a ravvisare nel pericolo comunista la maggiore incognita del dopo guerra.(...) le masse operaie soprattutto nel nord d'Italia, risulterebbero alle autorità ecclesiastiche periferiche tendenzialmente comuniste (...). Di ciò si andrebbero rendendo chiaramente conto i datori di lavoro e, tanto Mons. Baldelli che padre Messineo hanno affermato, indipendentemente l'uno dall'altro, che alcuni esponenti dell'industria italiana incoraggerebbero in modo tangibile l'opera sociale che il clero e l'Azione Cattolica vanno perseguendo da qualche tempo nel campo operaio per arginare tali tendenze estremiste (...). Tale opera non rappresenterebbe un tentativo clericale di innestarsi a fini politici sul tronco dello stato corporativo e tanto meno un tentativo di gettare le basi di un movimento operaio cattolico italiano in contrasto con quello fascista (...), bensì uno sforzo per ricondurre sotto il comune denominatore cristiano gli inevitabili contrasti economico-sociali affinché la lotta di classe non si ripresenti in Italia in tutto il suo brutale egoismo" (10).

Se da una parte, dunque, vi era apprensione per la crescita del prestigio della Santa Sede, dall'altra vi era la consapevolezza che la Chiesa rappresentava nel paese una forza reale, forse in grado, più del fascismo, di garantire stabilità e pace sociale (11).

Tutto ciò non va frainteso. Se infatti il fascismo poteva ammettere un'azione in campo sociale, questa non doveva mai uscire dai ristretti spazi d'azione che il regime consentiva. Così il 17 maggio il sottosegretario agli esteri Bastianini avvertiva monsignor Borgongini Duca che era stata segnalata la formazione di un partito sociale democratico cattolico tra i cui aderenti vi era anche Alcide De Gasperi, a quel tempo segretario alla biblioteca vaticana. Il sottosegretario avvertì che " un partito del genere in questo momento assume significato di un tentativo rivoluzionario" . Al nunzio, che smentiva la notizia , Bastianini ribattè: " Permettetemi di dirvi che gli articoli di Gonella hanno fatto l'impressione di un programma politico vero e proprio; questi articoli mi sono dispiaciuti ed anche ad altri sono dispiaciuti (si riferiva con molta probabilità a Mussolini da lui incontrato prima di questo colloquio)". Guido Gonnella, in realtà, si era limitato a commentare sotto il titolo "Principi di un ordine sociale", i discorsi del papa e Borgongini Duca lo fece notare al suo interlocutore, che tuttavia soggiunse :" però li ha portati sul terreno politico con evidenti allusioni al Fascismo. I richiami del Santo Padre non ci dispiacciono perché siamo peccatori, però l'azione politica di Gonella, anche perché fatta così sottilmente, ci dispiace. Del resto, sì, noi siamo peccatori e la Germania è più peccatrice di noi; ma gli Alleati: Russia (atei), Anglicani (dio oro), Americani (Sodoma e Gomorra) sono assai peggiori di noi". "Vi debbo dire un'altra cosa " aggiunse quasi a dimostrare che tutto sommato al Vaticano era concesso un trattamento di favore, "il comm. X che è stato mio esoso padron di casa a Via Condotti, si è permesso, il giorno della caduta di Tunisi, di esclamare: . L'informazione è da fonte certa. Si è ventilata l'idea di andargli a dare quattro schiaffi. Però in considerazione dei suoi 80 anni e del posto che occupa in Vaticano, ho dato consigli di moderazione" (12). Poche ore prima di questo colloquio gli alleati avevano bombardato Ostia. Il regime, ormai così debole, non poteva dunque tollerare che ci si occupasse di politica, che in quel periodo soprattutto voleva dire occuparsi di fine della guerra, di sostituzione di Mussolini e di fine del fascismo, non poteva tantomeno permetterlo alla Santa Sede che in quel tempo sembrava essere diventata l'unico stabile punto di riferimento in un paese martoriato.

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1)E. von Weizsäcker, Erinnerüngen, 1950, in Nuova Antologia, Roma città aperta: la tesi tedesca (dalle memorie di Ernst von Weizsäcker), fasc. 2168, 1988, p.178

2) Così Malgeri, La Chiesa di Pio XII fra guerra e dopoguerra, in Pio XII, a cura di A. Riccardi, cit., p.106

3) Idem, p.107

4) E.Buonaiuti, Pio XII, Editori Riuniti, Roma, 1964, p.151

5) G.Papini, Diario, Firenze, 1962, p.85; cfr. R.De Felice, Mussolini l'alleato, cit. , p.787

6) A.D.S.S., vol. VII, annotazioni di Montini, 12/1/1943, d.88, p.186

7) G.Ciano, op. cit., p.232

8) Studiati da F.Malgeri, La Chiesa italiana e la guerra (1940-1945), Roma, Universale Studium, pp.119 sgg.; cfr. anche F.Malgeri, Pio XII, cit., p.108

9) D.D.I., nona serie, vol.IX, Lanza d'Ajeta a Guariglia, 22/1/1943, d.536, p. 544 e Guariglia e Ciano, 23/1/1943, d.545, p.549; vedi I. Garzia, Pio XII e l'Italia nella seconda guerra mondiale, Morcelliana, Brescia, 1988, p.241

10) I.Garzia, op. cit., p.241

11) Idem, p.242

12) A.D.S.S., vol.VII, Borgongini Duca a Maglione, 17/5/1943, d.199, p.347-348

 

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