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11. L'ARMISTIZIO

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Il 31 luglio 1943 Churchill scrisse a Roosevelt una lettera in cui diceva: "La mia posizione è che una volta andati Mussolini e il Fascismo, tratterò con qualsiasi autorità italiana che possa consegnare la merce..." (1). La "merce" era ovviamente la resa e, agli occhi degli Alleati, nei primi giorni dopo la caduta del fascismo, il governo italiano sembrava assolutamente riluttante alla consegna. In realtà il problema fondamentale fu in principio quello di trovare canali affidabili per iniziare a contattare gli Alleati. La possibilità di servirsi della Santa Sede, stato neutrale che ospitava diplomatici inglesi e statunitensi, venne presa in considerazione, ma venne anche subito accantonata. Si sarebbe infatti dovuto trattare più che attraverso i prelati della Segreteria di Stato, direttamente con i due incaricati d'affari, Tittman e Osborne. La necessità di segretezza che la missione avrebbe richiesto, avrebbe reso necessario l'utilizzo di un cifrario; il cifrario inglese era perfettamente noto ai tedeschi poiché era stato trafugato alcuni mesi prima dal servizio segreto italiano e la stessa sorte era toccata per quello americano, con l'eccezione che gli americani se ne erano accorti, ma senza fornire Tittman di un nuovo codice. Fu quindi esclusa la possibilità di utilizzare i due diplomatici per contattare gli avversari. Sir Osborne però ebbe comunque un ruolo di rilievo per le trattative: fu lui che fornì una lettera di presentazione per il Marchese d'Ajeta, quando questi partì il 2 Agosto alla volta di Lisbona, per contattare l'ambasciatore inglese in Portogallo, sir Ronald Campbell, cugino dello stesso Osborne (2); ancora lui offrì le credenziali al generale Castellano andato prima in Spagna, poi in Portogallo per trattare con gli Alleati. Al ministro inglese fu infine consegnata da Badoglio l'autorizzazione del governo italiano che dava la facoltà a Castellano di firmare l'armistizio del 3 settembre. Il generale italiano infatti si era recato a Cassibile sprovvisto di questa delega, suscitando le ire dei militari alleati; in quell'occasione il generale inglese Alexander, indispettito, aveva detto : "E' uno strano modo di negoziare quello del vostro governo. Se l'armistizio non sarà firmato entro 24 ore, saremo costretti a radere Roma al suolo" (3). La consegna delle credenziali per la firma ad Osborne consentì la soluzione del problema in tempi brevi e scongiurò le minacce del generale inglese.

Delle trattative che portarono all'armistizio la Santa Sede era tenuta al corrente da Guariglia, che si incontrava spesso con Maglione. La Segreteria di Stato era perciò a conoscenza dell'armistizio prima dell'8 settembre. Si spiega così il telegramma che Maglione inviò al delegato apostolico a Washington, in cui pregava di dire alle autorità americane che la lettera di Pio XII, che sarebbe arrivata portata da Galeazzi, era stata scritta il 30 agosto e che "la situazione è in buona parte superata dagli avvenimenti posteriori" (4). La comunicazione ufficiale dell'armistizio arrivò la sera dell'8 settembre con un lungo telegramma ufficiale di Badoglio. "Nell'assumere il Governo d'Italia al momento della crisi provocata dalla caduta del Regime Fascista, la mia prima decisione e il conseguente primo appello che io rivolsi al popolo italiano fu di continuare la guerra per difendere il territorio italiano dall'imminente pericolo di una invasione nemica. (...) Malgrado ogni nostro sforzo ora le nostre difese sono crollate. La marcia del nemico non ha potuto essere arrestata. L'invasione è in atto. L'Italia non ha più forza di resistenza (...) In queste condizioni il Governo italiano non può assumersi più oltre la responsabilità di continuare la guerra che è già costata all'Italia, oltre alla perdita del suo Impero coloniale, la distruzione delle sue città, l'annientamento delle sue industrie, della sua marina mercantile, della sua rete ferroviaria, e finalmente l'invasione del proprio territorio. (...) L'Italia, ad evitare la sua totale rovina, è pertanto obbligata a rivolgere al nemico una richiesta di armistizio". Lo stesso comunicato venne inviato a Hitler quella sera stessa (5).

La notizia dell'armistizio diffusa dalla radio italiana la sera dell'8 settembre gettò Roma e l'Italia nel caos.

Così il giornalista romano Paolo Monelli descrisse la situazione nella capitale: "La mattina del 9 settembre Roma si trovò avvolta dalla battaglia. Si udiva un violento fuoco di mitragliatrici, di bombe a mano, di mortai, dalle parti di via Ostiense e della via Cassia, ed un continuo rombo di cannoneggiamento lontano. La gente era tutta per le strade, curiosa, incerta. Le ultime parole dell'annunzio di Badoglio erano state intese dal popolo per quello che volevano dire, che ora c'era solo un nemico per l'Italia, ed era il nemico antico, sempre sentito tale anche durante l'innaturale alleanza, il tedesco. Non ci si meravigliava quindi di quel fragore di combattimenti; ci si augurava anzi che la battaglia ci fosse, che cacciasse i tedeschi dalla capitale. Giovani animosi, uomini dai capelli grigi con lo scudetto di combattente dell'altra guerra all'occhiello, si trovarono in casa un fucile e corsero dalle parti di San Paolo a dare man forte ai granatieri ed ai lancieri che sulla Ostiense con tranquillo coraggio sparavano contro i tedeschi che cercavano di penetrare in città provenienti da Fiumicino, da Ostia, da Pratica di Mare. ..." (6).

In Vaticano aumentarono i timori di una possibile invasione, tuttavia si ordinò subito alla Guardia Svizzera di astenersi dall'uso di armi da fuoco e si contattò la mattina del 10 settembre l'ambasciatore tedesco pregandolo di raccomandare al Maresciallo von Kesselring, le cui truppe stavano entrando nella capitale, di "aver riguardo per la Città del Vaticano". La stessa mattina il governo italiano avvertì dell'intensità degli scontri che si stavano combattendo nella capitale e del rischio che questi coinvolgessero la Santa Sede. Quella sera l'ambasciatore tedesco fece sapere che von Kesselring aveva accettato le richieste avanzate e aveva dato assicurazione che sarebbe stato portato il più assoluto rispetto al territorio Vaticano. Il 13 settembre Maglione aveva un incontro personale con von Weizsäcker che gli riferiva le voci sentite dall'incaricato d'affari in Italia Rahn, secondo cui la Curia romana aveva cooperato all'armistizio, dicendo che queste notizie avrebbero potuto "costituire un pericolo anche serio". Il segretario di Stato, ovviamente smentì queste affermazioni, ricordando che la Santa Sede non avrebbe potuto compiere alcun passo per avviare le trattative di armistizio e di pace se non fosse stata pregata da tutti i membri di uno dei due gruppi belligeranti. Nonostante queste smentite il papa e il Vaticano rischiarono realmente, come abbiamo visto, una rappresaglia tedesca (7).

Intanto a Roma si era giunti a un accordo tra Autorità italiane e tedesche, di cui la Segreteria di Stato venne informata il 10 settembre e che fu proclamato pubblicamente il giorno dopo. Si era stabilito che i tedeschi avrebbero rispettato la città aperta, restando ai margini di essa ed occupando solo l'ambasciata tedesca, l'E.I.A.R. e la centrale telefonica. Un comunicato radiofonico diffuso quel giorno, da una voce con un forte accento germanico, invitava gli italiani ad arruolarsi nell'esercito tedesco e affermava che gli ufficiali italiani erano sciolti dal giuramento fatto al re "traditore"; venne poi affisso un bando che ordinava ai soldati di rientrare nelle caserme. Dal canto loro i tedeschi non rispettarono l'accordo e pattugliarono le strade, presidiarono gli edifici e incominciarono a portar via dal Ministero degli Esteri, con alcuni autocarri, documenti e carte d'archivio. Il 12 settembre il maresciallo Kesselring proclamò lo stato di guerra e l'entrata in vigore delle leggi tedesche su tutto il territorio a lui sottoposto (8).

Davanti a Piazza san Pietro venne stanziato un drappello di soldati della Wermacht, posti, secondo la versione ufficiale, a sentinella e a tutela della neutralità della Città del Vaticano. Gli Alleati ritennero invece che questa presenza fosse un tentativo di tenere prigioniero il papa e di impedirgli ogni contatto con l'esterno; il presidente Roosevelt il 1° di ottobre in una conferenza stampa evidenziava questo punto, sostenendo che la campagna militare in Italia era da ritenersi una "crociata", poichè mirava "alla liberazione di Roma, del Vaticano, e del Papa dalla dominazione nazista". In questo incontro con i giornalisti il presidente americano comunicò inoltre la sua posizione relativamente al problema della città di Roma: le truppe alleate avrebbero fatto di tutto per non danneggiare ulteriormente la capitale, ma tutto ciò sarebbe dipeso dalla condotta tedesca (9).

L'occupazione tedesca aveva infatti reso la situazione della capitale alquanto precaria, vanificando molti degli sforzi della diplomazia pontificia. Il 7 ottobre il segretario di Stato consegnò una nota verbale all'ambasciatore tedesco e ai rappresentanti inglese e statunitense. La nota dopo aver ricordato l'interessamento per le sorti della città, diceva: "... Poiché attualmente la guerra sembra avvicinarsi alla Città Eterna, che dal governo italiano è stata dichiarata città aperta, la Santa Sede si crede in dovere di rinnovare alle parti in lotta le più vive e insistenti raccomandazioni affinché venga fatto ogni sforzo per evitare che Roma divenga campo di battaglia: il che, mentre potrebbe recare danni incalcolabili alla civiltà umana e cristiana, provocherebbe, per oggi e per il futuro, la riprovazione di tutti gli onesti" (10). Maglione nell'incontro con von Weizsäcker aggiunse inoltre, in forma non ufficiale, la raccomandazione di "evitare quelle misure gravi e dolorose, che affliggono il popolo e possono lasciare una atmosfera di avversione tra italiani e tedeschi." (11); il prelato alludeva alle persecuzioni e alle rappresaglie che erano già state minacciate dai tedeschi; è noto come questi suggerimenti non vennero mai presi in considerazione.

Nelle discussioni riguardanti Roma venne comunque sempre ribadita la volontà dei belligeranti di rispettare la neutralità della Città del Vaticano. E' pertanto degno di menzione un episodio, mai perfettamente chiarito, che accadde durante l'autunno del 1943. Il 5 novembre alle ore 20:10 un aeroplano sganciò quattro bombe sul territorio del Vaticano. Venne colpito il laboratorio di mosaici, vennero sfiorati la Radio, il governatorato, il palazzo dei Tribunali (dove dimoravano i diplomatici) e quello dell'Arciprete. L'incursione fece notevoli danni ma nessuna vittima. Monsignor Tardini, il cui studio venne devastato dalle esplosioni, riuscì a salvarsi solo perchè non era al posto di lavoro. L'episodio venne deplorato da tutte le parti e vennero aperte delle inchieste, ma la nazionalità non fu subito accertata.

All'epoca si sospettò fortemente dei fascisti repubblicani; Monelli riferiva così le voci che circolavano allora: "... il popolo capì subito che gli anglo-americani non c'entravano, e andò a gridarlo in piazza San Pietro al pontefice evocato alla finestra della biblioteca privata; e non c'entravano nemmeno i tedeschi stavolta; e si riseppe subito, tanto la cosa era stata fatta con goffaggine che l'apparecchio era italiano, era partito da Viterbo, era pilotato da un certo sergente Parmeggiani, e l'impresa era stata ordinata dai più fanatici del partito, forse Farinacci stesso." (12). Sembrava dunque che il ras di Cremona, dopo tante rabbiose accuse al papa e alla Curia Romana, avesse trovato l'occasione per colpire il Vaticano.

In verità pare che il velivolo e il pilota fossero americani. L'informazione giunse qualche tempo dopo a Tardini da monsignor Walter Carrol. Questi riferiva le notizie che gli aveva dato, con certezza, in via confidenziale un alto ufficiale americano, capo missione militare ad Algeri (13). La manovra avrebbe voluto probabilmente suscitare una reazione della Santa Sede contro i nazisti. Il papa invece tacque e definì l'episodio, nel discorso ai cardinali del 24 dicembre 1943 : "un sintomo difficilmente superabile del grado di sconvolgimento spirituale e di morale decadimento della coscienza, in cui alcuni animi traviati sono caduti".

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1) F.R.U.S., 1943, vol.II, lettera di Churchill a Roosevelt 31/7/1943, p.339

2) Contemporaneamente per disorientare i tedeschi, che da una stazione di ascolto su Monte Cavo intercettavano le trasmissioni, Osborne inviava un telegramma a Eden in cui negava di aver avuto a che fare con i pretesi contatti di pace da parte dell'Italia che la stampa Svizzera aveva riferito. R.A.Graham, L'occhio del SIM sulla Città del Vaticano, in La Civiltà Cattolica, cit., p. 50

3) M.S. Davis, op. cit., p.327; cfr. G.Candeloro, Storia dell'Italia moderna vol.X, Feltrinelli, Milano, 1984, p.214

4) A.D.S.S., vol.VII, Maglione a Cicognani, 6/9/1943, d.381, p.605

5) D.D.I., nona serie, vol.X, Badoglio a Hitler, 8/9/1943, d.773, p.930-931 e A.D.S.S., vol.VII, l'Ambasciata d'Italia alla Segreteria di Stato, 8/9/1943, d.385, pp.609-610

6) P.Monelli, op. cit., pp.236 sgg.

7) A.D.S.S., vol.VII, annotazioni di Montini, 13/9/1943 d.401, pp.622 sgg.

8) vedi P.Monelli, op. cit., pp.254 sgg.

9) A.D.S.S., vol.VII, Cicognani a Maglione, 2/10/1943, d.420, p.655 e Idem p.656n

10) Idem, Maglione a von Weizsäcker 7/10/1943, d.425, pp.659-660 e Maglione a Cicognani, 7/10/1943, d.428, p.663

11) Idem, Note di Tardini 7/10/1943, d.426, pp.660 sgg.

12) P.Monelli, op. cit., p.406

13) vedi G. Angelozzi Gariboldi, Il Vaticano nella seconda guerra mondiale, op. cit., pp.226 sgg.

 

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