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10. IL VATICANO DURANTE I QUARANTACINQUE GIORNI
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La condotta della Santa Sede all'indomani del 25 luglio non subì sostanziali modificazioni. La situazione, se anche presentava nuove apprensioni e nuove incognite, era comunque caratterizzata dai vecchi problemi: il pericolo che la guerra coinvolgesse ancora Roma e l'accanimento degli Alleati sull'Italia per costringerla alla "resa incondizionata". La volontà di fare tutto il possibile per risparmiare la Città Eterna dalla violenza del conflitto non era certo diminuita in seguito agli avvenimenti di quei giorni, né il bombardamento del 19 luglio escludeva che la capitale venisse colpita nuovamente. La presenza di un nuovo governo stimolò l'azione della Curia romana, nella speranza di trovare questa volta un interlocutore più disponibile.
Intanto l'ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Ciano, aveva dovuto abbandonare la sua carica. Nel memoriale scritto per il processo di Verona il genero di Mussolini rievocò così quei momenti: "Dopo aver conferito con mia moglie, arrivammo alla conclusione che in un'Italia nella quale si arrestava Mussolini, si abbattevano targhe col nome di mio padre, non c'era più posto per noi. Decidemmo di chiedere i passaporti per la Spagna, paese che per molti aspetti presentava a noi la possibilità di rifarci una vita. Andai, a tale fine, a parlare con Ambrosio, il solo del nuovo regime col quale in passato avevo avuto a che fare. Gli dissi che intendevo dimettermi da ambasciatore e chiedevo i passaporti per me e famiglia. Ambrosio promise di interessarsi presso Badoglio. Senonchè in serata venne a casa mia il duca Acquarone. Diceva che S.M. si era molto sorpreso della mia richiesta: che per un Collare dell'Annunziata vi sarebbero sempre state sufficienti garanzie nel Regno e desiderava che rimanessi al posto d'ambasciatore. Capii che -con bel garbo- mi si rifiutavano i passaporti e non insistei. Viceversa dissi che non ritenevo di poter rimanere in carica. Due giorni dopo -tramite il consigliere D'Ajeta- mi si fece sapere che se avessi presentato le dimissioni per iscritto sarebbero state accettate. Il che io subito feci." (1). Questa testimonianza però, scritta in circostanze drammatiche, non è sempre attendibile; relativamente a questo episodio sembra infatti che le dimissioni gli furono richieste prima che egli le offrisse, inoltre non aveva intenzione di recarsi in Spagna bensì in Sudamerica, dove sarebbe stato più al sicuro (2). Al posto di Ciano subentrò il consigliere d'ambasciata Babuscio Rizzo a cui sarà però conferito il titolo di incaricato d'affari (3).
Al nuovo rappresentate dello Stato italiano era stato subito richiesto, il 27 luglio, da monsignor Tardini, di adoperarsi perché Roma venisse dichiarata "città aperta". Si sarebbe così operata una riparazione alle promesse non mantenute dal governo passato e si sarebbe compiuta una dimostrazione di rispetto nei confronti della capitale e di tutti i cattolici, che avrebbe costituito una grande benemerenza per il nuovo governo (4). Il 31 luglio l'Ambasciata italiana accoglieva le preghiere del Vaticano e comunicava alla Segreteria di Stato l'intenzione, in linea di massima, di dichiarare la capitale "città aperta" rendendosi disponibile a rimuovere gli ostacoli che questo provvedimento comportava (5). La notizia fu subito comunicata ai delegati apostolici Cicognani e Godfrey che la fecero conoscere ai governi americano e inglese. Un primo effetto fu subito raggiunto: il 2 agosto, infatti, Roma doveva essere bombardata, ma alla notizia delle intenzioni italiane, l'incursione fu sospesa. La dichiarazione ufficiale italiana si fece però attendere, anche perché ci si aspettava che venissero dettate delle condizioni da parte degli Alleati (6), e il 13 agosto la capitale fu colpita nuovamente. Il bombardamento ebbe luogo durante la mattina dalle 11 alle 12:30, fu meno intenso di quello del mese precedente, ma le conseguenze furono ugualmente gravi. Furono presi di mira gli scali ferroviari e gli aeroporti, ma le bombe distrussero anche edifici pubblici, tra cui la Zecca, e molte abitazioni nei popolosi quartieri Tusculano e Tiburtino. La basilica di Santa Croce in Gerusalemme fu gravemente danneggiata e la chiesa di Santa Maria dell'Orto fu completamente distrutta. Pio XII ancora una volta decise di uscire dal Vaticano per recare conforto alla popolazione colpita. Il pontefice si soffermò a lungo tra i sinistrati, impartendo benedizioni, incoraggiando e pregando (7). Vittorio Emanuele, parlando con Badoglio, disse con amaro sarcasmo che il papa, la migliore batteria antiaerea di cui si disponesse per la difesa della capitale, non funzionava più (8). In quei giorni anche Milano, Torino Genova e Napoli venivano bombardate (9). Gli effetti di queste azioni non si fecero attendere: il 14 agosto il governo italiano dichiarò formalmente e pubblicamente Roma città aperta (10); lo stesso giorno l'incaricato d'affari americano in Vaticano, Tittman, comunicava in patria che aveva saputo da fonte certa che il governo Badoglio avrebbe voluto stringere immediatamente accordi di pace con gli Alleati, l'unico impedimento era costituito dalla presenza dei tedeschi. Era pertanto necessario, per Tittman, non mettere in pericolo l'autorità di Badoglio, accanendosi contro il governo o bombardando le popolazioni civili (11).
La dichiarazione ufficiale dell'Italia riguardo a Roma era però unilaterale e non offriva, relativamente alla seconda guerra mondiale, precedenti affidabili. Nel giugno 1940 Parigi era stata dichiarata città aperta, mentre i combattimenti si svolgevano già nei sobborghi: i tedeschi entrarono nella capitale francese il giorno dopo. Belgrado, Zagabria e Lubiana furono dichiarate città aperte dal governo jugoslavo quando l'invasione sembrò imminente, ma i tedeschi sebbene informati, ignorarono completamente la dichiarazione e assaltarono Belgrado con pesanti bombardamenti aerei. Stessa sorte era capitata a Manila, che il governo americano aveva dichiarato città aperta il giorno di Natale del 1941; i giapponesi la bombardarono ugualmente affermando che Manila non poteva essere considerata "aperta" se non a condizione che l'armata filippina avesse cooperato con le truppe giapponesi. Anche dal punto di vista giuridico non esistevano valide garanzie; un redattore diplomatico del Times di Londra aveva scritto in quei giorni: "Il governo italiano ha citato la legge internazionale , ma essa è più del solito complessa e perfino vaga su tale argomento. La stessa frase 'città aperta', raramente si trova nelle opere classiche dei giuristi (...) La convenzione dell'Aja del 1907 fa solo riferimento a città indifese, pronte cioè ad arrendersi. Bisogna rifarsi allora alla procedura adottata dalle forze terrestri quando si avvicinano ad una' città indifesa' e cercare di adattarla alla guerra aerea. ..." (12).
Gli Alleati non accoglieranno mai formalmente la dichiarazione italiana. I retroscena della vicenda, conosciuti attraverso i documenti americani, mostrano però come si fosse giunti molto vicini all'accettazione del provvedimento. La questione venne prima discussa nell'agosto del '43 da Churchill e Roosevelt durante la conferenza di Quebec, ma per alcune obiezioni mosse dai comandi militari non si arrivò a una decisione definitiva. Il problema fu preso in considerazione nuovamente durante l'autunno; il 7 ottobre il sottosegretario di Stato americano, Stettinius inviava a Roosevelt un memorandum in cui si faceva notare come ulteriori danni alla città di Roma avrebbero potuto avere ripercussioni negative sull'opinione pubblica, non solo negli Stati Uniti, ma in tutti i paesi cristiani e in particolare in America latina. Al di là del significato religioso della città, proseguiva Stettinius, l'importanza storica dei monumenti per il mondo occidentale, rendeva desiderabile evitare la responsabilità per la distruzione di ampie parti di Roma nel tentativo di liberarla dai tedeschi. Di conseguenza, visto che si stava considerando l'opportunità di accettare lo status di città aperta, era necessario non ignorare queste possibili conseguenze (13).
Nel novembre il segretario di Stato americano Cordell Hull mandò a Roosevelt una lettera in cui si diceva: " Sottopongo alla sua approvazione e alla sua firma il progetto di una lettera al Papa, nel quale è riconosciuto lo stato di città aperta di Roma, sulla base di massima delle condizioni annunciate dal governo italiano nello scorso agosto. ...". Hull allegò anche il progetto della comunicazione da fare al papa; in un passo di questa era scritto:"... Come Vostra Santità ben conosce condivido la sua grande preoccupazione per l'incolumità, in Roma, della nostra comune identità religiosa e culturale, e continuo a prestare alla questione della sua salvezza ogni mia più viva attenzione e cura. ...Ho ora il piacere di portare a conoscenza di Vostra Santità che è stata presa la decisione di riconoscere Roma come città aperta, sulla base della dichiarazione d'agosto del Regio Governo italiano e delle successive misure per la sua attuazione notificate per il tramite della Santa Sede, a patto che il governo tedesco voglia convenire in detto riconoscimento di Roma come città aperta sulla stessa base. ...".
Il presidente degli Stati Uniti si informò circa la possibilità di inviare la lettera, ma gli inglesi ritennero inopportuna un'iniziativa del genere e il progetto fu definitivamente accantonato (14).
La Santa Sede si era comunque impegnata, subito dopo la dichiarazione ufficiale, affinché fosse riconosciuta la condizione di "città aperta" e aveva reso immediatamente note le proprie speranze ai governi inglese e americano, sia attraverso i delegati apostolici, sia attraverso gli incaricati d'affari , Osborne e Tittman. Le apprensioni del Vaticano non coinvolgevano però, solamente la Città Eterna, ma anche tutta l'Italia; i pesantissimi bombardamenti che durante il mese di agosto colpivano le città italiane, davano infatti adito a molte preoccupazioni. Così Maglione le elencava, in un telegramma del 18 agosto, al suo tramite con il governo americano, monsignor Cicognani:
" 1. stragi e distruzioni allontanano la vera pace, perchè irritano le popolazioni, eccitandole all'odio contro chi le colpisce e le priva di tutto;
2. devastazioni e rovine di chiese, opere pie, monumenti ecc. danneggiano il prestigio degli Stati Uniti, qui prima ritenuti come rispettosi religione, arte e cultura. Se oggi passioni velano giudizio, verrà giorno in cui gli stessi americani condanneranno simili azioni;
3. stato d'animo del popolo, inasprito da questo crudele trattamento, è sempre più favorevole al comunismo, la cui propaganda, fatta da abili agenti, ottiene notevoli risultati. Recenti movimenti, in occasione caduta fascismo, hanno dimostrato che in Italia comunismo è organizzato e dispone di mezzi economici e armi.(Secondo notizie pervenute alla Santa Sede, anche in Germania comunismo fa continui progressi);
4. qualora in Italia le cose volgessero verso caos e anarchia, la stessa Santa Sede si troverebbe in gravi difficoltà. ..." (15).
Il delegato apostolico a Washington riferì prontamente queste considerazioni due giorni dopo in un memorandum inviato al Dipartimento di Stato americano, dando particolare rilievo a un punto: "una considerazione di importanza suprema va indicata nella reazione che tale politica di guerra produce a favore del comunismo. (...) Il popolo è facile preda del comunismo, che è sempre pronto a valersi di tutti i mezzi consentiti da avvenimenti di pubblica importanza, specialmente da quelli di natura calamitosa. (...) Le recenti dimostrazioni che hanno accompagnato la caduta del fascismo, sono una prova evidente che i comunisti sono ben organizzati in Italia e che essi hanno a disposizione mezzi finanziari e armi. (...) Questi fatti sono un chiaro ammonimento del grave pericolo che l'Europa si trovi investita dal comunismo immediatamente dopo la fine delle ostilità" (16).
La paura del comunismo non era solo un pretesto che la Santa Sede chiamava in causa per far valere il suo punto di vista di fronte agli Stati Uniti, era una genuina preoccupazione che le vicende italiane di quel periodo rendevano particolarmente attuale. Il governo Badoglio, infatti, non si reggeva su basi particolarmente salde: era visto con sospetto dai tedeschi e non sembrava proteggere l'Italia dai bombardamenti degli alleati; una possibile sua delegittimazione avrebbe potuto dare spazio ai movimenti più estremisti.
La necessità del Vaticano, in quei giorni, era di tentare di arginare, nei limiti del possibile la politica punitiva degli Alleati, ammonendo circa i rischi di questa condotta. Successivamente era necessario far comprendere che il comportamento del governo italiano che si era ostinato a proclamare "la guerra continua" era dettato solo dalla presenza in Italia dei tedeschi. In realtà il governo italiano aveva intrapreso sin dal 2 agosto alcuni tentativi per contattare gli anglo-americani e per intavolare trattative di pace (17). Il nuovo ministro degli esteri, Raffaele Guariglia, amico personale di Maglione, informò di tutte queste iniziative il segretario di Stato, dal quale si recava assai spesso di nascosto, talvolta anche di notte, per tenerlo al corrente di ciò che accadeva (18). Tuttavia i metodi dei primi approcci con gli avversari lasciavano alquanto a desiderare, tanto che, ancora il 19 agosto, Cicognani riferiva in un telegramma che le autorità americane non comprendevano perché il governo italiano continuasse la politica del fascismo e volevano sapere se si trattava "di spontaneità oppure forzata continuazione della cooperazione e intesa con Germania". Il telegramma di risposta, molto laconico per ragioni di riservatezza, diceva: "... negative ad primam partem, affirmative ad secundam" (19) .
Pio XII decise comunque di contattare gli Alleati per spiegare, in modo dettagliato, quale era la vera situazione dell'Italia. Tardini in una nota destinata a Maglione del 20 agosto definiva "provvidenziale" l'idea del pontefice e commentava: "Gli Alleati l'attendono. E difatti il Governo italiano agisce in modo molto irrazionale (almeno per chi non conosce le cose): le sparate verbali per la guerra sono le stesse del tempo fascista. Che debbono dedurne gli Alleati? Che è tutta una commedia" (20). Ancora una volta la Santa Sede, sempre con molta prudenza, si sbilanciava a favore di quella che riteneva la soluzione migliore per l'Italia. Il segretario di Stato il 22 agosto preparò una comunicazione da far pervenire a monsignor Cicognani a Washington. "... Come è noto, -sottolineava il messaggio- il popolo italiano non ha voluto la guerra, nella quale fu impegnato l'on. Mussolini, ed ora, caduto il fascismo, desidera vivamente la pace. Analogo è il desiderio del governo presieduto dal generale Badoglio. Ma è pur troppo impossibile che tali comuni aspirazioni si traducano in pratica, perché, oltre alle truppe tedesche già venute in Italia con l'acquiescenza dell'on. Mussolini, molte e molte altre ne sono affluite in questi giorni con i loro formidabili armamenti. Si parla con una certa insistenza di un colpo di mano su Roma e sulla stessa Città del Vaticano. In tale ipotesi le truppe italiane farebbero resistenza, ma essendo immensamente inferiori come armamenti, sarebbero senza dubbio travolte. ..." (21). Nonostante le buone intenzioni della Santa Sede, quando questo messaggio arrivò in America aveva perso il suo significato. Era infatti molto imprudente usare il telegrafo e trasmetterlo in cifra, poiché lo spionaggio tedesco avrebbe potuto intercettare la comunicazione e decifrarla abbastanza facilmente. Si decise pertanto di farne due copie ed affidarle a due messaggeri: il primo era monsignor Carroll, un incaricato della Segreteria di Stato che si trovava a Madrid e che da qui avrebbe raggiunto gli Stati Uniti, non appena un altro incaricato della Segreteria gli avesse portato il dispaccio. Il secondo messaggero era l'ingegner Galeazzi, delegato speciale della Commissione per la Città del Vaticano e architetto dei palazzi Apostolici. I due inviati dovevano, osservando molte precauzioni, portare il dispaccio a Washington. Monsignor Carroll raggiunse prima gli Stati Uniti, ma vi arrivò solamente il 7 settembre. Un destino simile ebbe la lettera del 30 agosto di Pio XII, che fu portata in America da Galeazzi (22), diretta al presidente Roosevelt. Nelle parole del papa compariva un'accorata difesa dell'Italia: "... Troppi, temiamo, accettano per dato che essa (l'Italia) sia libera di seguire la politica che vuole; perciò abbiamo desiderato esprimere a Vostra Eccellenza il Nostro pensiero, che ciò è assai lontano dal vero. Del suo desiderio di pace e della volontà di ottener questa pace con la guerra non c'è dubbio; ma la presenza di troppe e formidabili forze ne ostacolano l'attuazione o semplicemente la dichiarazione ufficiale, ed essa si trova inceppata e quasi senza i necessari mezzi per difendersi. Se in tali circostanze l'Italia dev'essere ancora costretta a subire altri colpi distruttivi contro i quali si trova praticamente senza difesa, Noi speriamo e preghiamo che i capi militari trovino il mezzo di risparmiare le devastazioni della guerra almeno alle innocenti popolazioni civili e in particolare alle Chiese e agli istituti religiosi. ..." (23).
Il giorno seguente all'invio di questa lettera, il papa pronunciò un discorso alla radio vaticana in occasione della triste ricorrenza dei quattro anni dall'inizio della guerra. Il pontefice sembrava scorgere nella situazione di quei giorni l'inizio della resa dei conti per le nazioni che avevano dato inizio al conflitto. Ricordando l'impegno della Chiesa affinché la guerra non scoppiasse, Pio XII disse: "... La Nostra voce giunse agli orecchi, ma non illuminò gli intelletti e non scese nei cuori. Lo spirito della violenza vinse sullo spirito della concordia e della intesa: una vittoria che fu una sconfitta.
Oggi, sulla soglia del quinto anno di guerra, anche coloro, che contavano allora sopra rapide operazioni belliche e una sollecita pace vittoriosa, volgendo lo sguardo a quanto li circonda dentro e fuori della patria, non sentono che dolori e non contemplano che rovine. A molti, i cui orecchi rimasero sordi alle Nostre parole, la tristissima esperienza e lo spettacolo dell'oggi insegnano quanto il Nostro ammonimento e presagio corrispondessero alla realtà futura. ...". In un altro passo del messaggio il papa proclamava ancora una volta il suo dissenso al principio della resa incondizionata: "... Non turbate né offuscate la brama dei popoli per la pace con atti, che, invece di incoraggiare la fiducia, riaccendono piuttosto gli odi e rinsaldano il proposito di resistenza.
Date a tutte le nazioni la fondata speranza di una pace degna, che non offenda né il loro diritto alla vita né il loro sentimento di onore.
Fate apparire in sommo grado la leale concordanza tra i vostri principi e le vostre risoluzioni, tra le affermazioni per una pace giusta e i fatti". Nelle parole di Pio XII si contrapponeva nuovamente la "pace giusta" agli effetti della "resa senza condizioni" che in un'altra occasione definirà come "una continuazione delle ostilità sotto altra forma" (24). Negli avvenimenti di quei giorni il papa era convinto di trovare la conferma alle sue parole: l'Italia, seppur palesemente sconfitta, viveva uno dei momenti più critici, colpita quasi quotidianamente da violentissimi bombardamenti. La voce del pontefice si levava infine contro la disumanità del conflitto e richiamava alle loro gravi responsabilità i belligeranti: "Ma guai a coloro che in questo tremendo momento non assurgono alla piena coscienza della loro responsabilità per la sorte dei popoli, che alimentano odi e conflitti fra le genti, che edificano la loro potenza sulla ingiustizia, che opprimono e straziano gl'inermi e gl'innocenti; ecco l'ira di Dio verrà sopra di loro sino alla fine!" (25).
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1) Il memoriale è riportato in V.Cersosimo, Dall'istruttoria alla fucilazione, Garzanti, Milano, 1970, pp. 67 sgg.
2) Vedi G.B.Guerri, Galeazzo Ciano, Bompiani, Milano, 1985, pp.383-384; La lettera di dimissioni di Ciano inviata a Badoglio diceva: "Illustre Maresciallo, credo mio dovere nell'ora attuale, mettere a disposizione del Governo da Vostra Eccellenza presieduto, la mia carica di Ambasciatore di Sua Maestà presso la Santa Sede. In pari tempo desidero confermare all'E. V. che qualora la mia persona e la mia opera potessero essere in qualsiasi guisa di qualche utilità, io mi tengo sempre e comunque a disposizione del Governo, al quale auguro il maggior successo nella opera intrapresa nel nome del Re e della Patria." A.D.S.S., vol.VII, p.532n
3) La carica tenuta da Ciano aveva avuto subito i suoi pretendenti. Il 27 luglio si era recato da Maglione il colonnello Bertone per proporre come ambasciatore, vista la "liquidazione" di Ciano, il maresciallo Bastico, chiese pertanto al segretario di Stato se la Santa Sede avesse gradito questa possibile soluzione. Maglione intuendo le intenzioni del militare italiano gli rispose che il suo "passo" era piuttosto "singolare"; A.D.S.S., vol. VII, annotazioni di Maglione, 27/7/1943, d.316, pp.525 sgg.
4) Idem, Tardini a Babuscio Rizzo, 27/7/1943, d.318, pp.528-529
5) Idem, l' Ambasciata d'Italia alla Santa Sede, 31/7/1943, d.322, pp.533-534; cfr. anche D.D.I., nona serie, vol.X : Babuscio Rizzo a Guariglia, d.627, 9/8/1943, pp. 805-806 e Guariglia a Badoglio, 10/8/1943, d.631, pp.808-809
6) Cfr. R.Guariglia, op. cit, p.726
7) M.S.Davis, op. cit, p.252-253
8) C.De Biase, L'8 settembre di Badoglio, Milano, 1965, in M.S.Davis, op. cit, p.253
9) Così Maglione riferiva i danni agli edifici sacri in un telegramma inviato al nunzio a Buenos Aires: "... a Genova su 61 chiese parrocchiali 42 sono state rese inservibili, delle altre 75 chiese 27 sono state colpite; distrutta completamente Curia arcivescovile; danneggiati gravemente i due seminari e 43 case religiose. A Torino 40 chiese danneggiate; Opera Cottolengo, Casa generalizia Missionari Consolata hanno subito gravi danni; distrutti istituti orfani e sordomuti; danneggiati episcopio, tutti gli ospedali cittadini. A Napoli seriamente danneggiate Cattedrale e celebre Chiesa Santa Chiara, distrutte o gravemente colpite 21 chiese. A Milano danneggiato Duomo in vari punti, colpite residenza arcivescovile, Università Cattolica, diverse chiese. ..." A.D.S.S., vol.VII, Maglione a Ayers Fietta, 33/8/1943, d.364, p.578
10) Il 15 agosto il ministro degli Esteri inviava un telegramma a tutte le rappresentanze diplomatiche: "...Dato il succedersi delle offese aeree su Roma, centro della Cattolicità. Il Governo Italiano è venuto alla determinazione di procedere senza attendere oltre alla formale e pubblica dichiarazione di Roma città aperta e sta prendendo le necessarie misure a norma del diritto internazionale" D.D.I., nona serie, vol.X, Babuscio Rizzo a Guariglia, 15/8/1943, d.666, p.837
11) F.R.U.S., 1943, vol.II, l'incaricato in Portogallo Kennan a Hull, 14/8/1943, pp.351-352
12) A. Giovannetti, Roma città aperta, in Nuova Antologia, cit, p.211
13) F.R.U.S., 1943, vol. II, Memorandum di Stettinius a Roosevelt, 7/10/1943, p.948
14) Idem, pp.212-213
15) A.D.S.S., vol.VII, Maglione a Cicognani, 18/8/1943, d.352, p.563
16) F.R.U.S., 1943, vol.II, la Delegazione Apostolica a Washington al Dipartimento di Stato, 20/8/1943, pp.945-946 e E.Di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti 1939-1952 , cit., p.267-268
17)Nei primi giorni d'agosto si erano messi in contatto con gli Alleati il marchese Lanza d'Ajeta a Lisbona e un funzionario del ministero degli esteri, Alberto Berio, a Tangeri. Queste missioni, di carattere dilatorio, destarono molti sospetti negli anglo-americani. Non si era infatti parlato di resa, ma i due inviati avevano chiesto innanzitutto l'aiuto delle truppe alleate.
18) vedi R.Guariglia, op. cit., p.648
19) A.D.S.S., vol.VII, Cicognani a Maglione, 19/8/1943, d.355, p.567 e Maglione a Cicognani, 21/8/1943, d.357, p.569
20) Idem, Tardini a Maglione, 20/8/1943, d.356, p.568
21) Idem, Maglione a Cicognani, 22/8/1943, d.363, p.576
22) Galeazzi che portava la comunicazione di Maglione a Cicognani e la lettera del papa partì per gli Stati Uniti il 30 agosto e vi arrivò l'11 settembre.
23) La corrispondenza tra il presidente Roosevelt e papa Pio XII durante la guerra, cit., p.101 sgg.
24)Lettera del 22 febbraio 1944 a Michael von Faulhaber, Arcivescovo di Monaco, in A.D.S.S., vol.II, Lettres de Pie XII aux Eveques allemands, 1933-1944, p.351
25) A.D.S.S., vol.VII, Radiomessaggio di Pio XII, 1/9/1943, d.377, pp.598 sgg.
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